Siria: i fronti rimangono tre

Siria: i fronti rimangono tre
Siria: i fronti rimangono tre

Adesso la Russia ha deciso di aiutare pubblicamente Assad in Siria e lo ha fatto sicuramente per tutelare i suoi interesi nella regione. La scelta di Putin preoccupa gli Stati Uniti, che viceversa nelle scorse settimane avevano deciso di lottare contemporamnenamente sia contro Assad, che contro l’Isis. Dopo molte resistenze alleata degli Stati Uniti era scesa in campo la Turchia, che però non aveva rinunciato a proseguire i suoi raid contro i curdi, che pur aiutavano nellaloro lotta contro le altre due parti in lotta. Poi c’è l’Isis che si bea ancora una volta delle divisioni del fronte a lui contrapposto e che ad ogni città conquistata fa strage di templi (che non potranno mai esere ricostruiti anche se riperde quelle città) e che con petrolio e statue fa scambi con armi.

I primi aerei-cargo sono partiti dalla Russia del Sud, sorvolando Bulgaria e Grecia, ma dopo la chiusura dei cieli da parte di Sofia – su pressante richiesta di Washington – i nuovi voli seguono la rotta del Mar Caspio, attraverso Iran e Iraq. A Latakia sono arrivati anche due veivoli di Air Mahan decollando da Teheran, con scalo ad Abadan, e Damasco: è la compagnia aerea commerciale iraniana accusata dagli Stati Uniti di trasportare uomini e mezzi della “Forza Al Qods”, i reparti dei Guardiani della rivoluzione che operano all’estero. La coincidenza con il ponte aereo russo fa supporre che Teheran sia coinvolta nell’accelerazione militare. Ciò che accomuna Russia e Iran nell’immediato è la necessità di sostenere Assad, che perde terreno davanti alla simultanea avanzata dei ribelli islamici dell’”Esercito della Conquista” verso Latakia e dei jihadisti dello Stato Islamico (Isis) verso Damasco. Ma per Robert Kaplan, esperto di strategia mediorientale, c’è dell’altro: «Putin vuole assicurarsi il controllo della costa alawita nel lungo termine». Ovvero, l’interesse del Cremlino è conservare il porto di Tartus, base della sua flotta mediterranea, l’aeroporto di Latakia e la costa alawita – dai confini libanesi a quelli turchi – a prescindere dall’esito della guerra civile. Trasformandola in una sorta di enclave russa nel Mediterraneo Orientale.

La conferma arriva dal podio della conferenza sulla sicurezza in corso ad Herzliya dove Ram Ben-Barak, direttore generale del ministero dell’Intelligence israeliano, afferma: «Quanto sta avvenendo può avere conseguenze per noi» in termini di possibilità di operare contro Hezbollah in Siria come avvenuto finora. Amos Gilad, consigliere del ministro della Difesa Moshe Yaalon, aggiunge dettagli sui contatti fra Mosca e Gerusalemme: «Siamo stati informati che i russi avrebbero iniziato un intervento attivo in Siria» ed ora «stanno costruendo le capacità operative sul territorio», dunque «è presto per conoscerne le dimensioni». «I russi non sono nostri nemici – tiene a sottolineare Gilad – ed abbiamo modo di comunicare con loro». Ciò significa che Israele esclude attriti con le forze russe grazie alla “linea rossa” esistente fra Vladimir Putin e Benjamin Netanyahu.

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