Giustizia

Berlusconi condannato per compravvendita parlamentari

Berlusconi condannato per compravvendita parlamentari

Berlusconi condannato per compravvendita parlamentari

Pur di far cadere il governo Prodi, tra il 2006 e il 2008 Silvio Berlusconi ha corrotto con tre milioni di euro (e l’intermediazione dell’ex direttore dell’Avanti Valter Lavitola) l’allora senatore Sergio De Gregorio, per farlo passare dall’Italia dei valori al centrodestra, con l’obiettivo di sabotare quell’esecutivo nell’ambito della cosiddetta “Operazione libertà”. E’ accogliendo questa tesi della procura che, dopo sei ore di camera di consiglio, la prima sezione del tribunale di Napoli, presieduta da Serena Corleto, ha condannato in primo grado sia Berlusconi che Lavitola a tre anni di reclusione, con la pena accessoria di cinque anni di interdizione dai pubblici uffici e li ha condannati in solido, insieme con Forza Italia, al risarcimento dei danni, da definire in sede civile, nei confronti del Senato della Repubblica, costituitosi parte civile attraverso l’avvocatura dello Stato.

La corruzione di De Gregorio, secondo gli elementi raccolti dal pool di magistrati della procura, e in base alle dichiarazioni dello stesso ex senatore Idv (uscito dal processo con un patteggiamento a un anno e otto mesi di reclusione), rientrava in un più ampio piano di azione per far cadere l’esecutivo Prodi: l’Operazione libertà, che – ha detto il pm Vincenzo Piscitelli nella sua requisitoria – ha rappresentato un “colossale investimento economico diretto ad ottenere l’unico risultato che interessava all’uomo Berlusconi, ossessionato solo dalla volontà di mandare a casa Prodi e prenderne il posto”.

Il verdetto, che per la prima volta sanziona penalmente le decisioni di un parlamentare qualificandole come viziate dalla corruzione, non diventerà comunque esecutivo: il 6 novembre il reato di corruzione sarà infatti prescritto; se si calcolano i 90 giorni per il deposito delle motivazioni e i 45 per l’impugnazione, il processo di appello avrà inizio quando sarà tutto coperto dalla prescrizione, come hanno spiegato gli avvocati di Berlusconi Niccolò Ghedini e Michele Cerabona. La sentenza lascia comunque un segno pesante, sia sull’immagine del Cavaliere di oggi, sia sulla storia di ieri. “Prendo atto di una assurda sentenza politica al termine di un processo solo politico costruito su un teorema accusatorio risibile”, dice Silvio Berlusconi dopo che il tribunale ha scritto l’ennesimo capitolo della sua infinita storia giudiziaria.

Ma anche Romano Prodi dice la sua: “All’epoca arrivavano rumors sulla compravendita dei senatori. Se ne avessi avuto la certezza, sarei ancora presidente del consiglio”, dice l’ex premier restituendo tutta l’amarezza di una storia che comunque non si fa con i se: “Ad essere lesa è stata la democrazia, non la mia persona”, ha poi aggiunto per spiegare perché non si è costituito parte civile nel processo. Da sinistra (che pure un suo ruolo politico sulla fine di Prodi lo ebbe) si fa leva sullo stesso rimpianto: “Oggi Prodi sarebbe premier e la storia avrebbe avuto altro corso. La destra ha rubato 10 anni all’Italia”, scrive su twitter il capogruppo dei deputati di Sel Arturo Scotto. Da destra invece si punta il dito contro la sentenza: “E’ un altro sbrego alla Costituzione. I giudici del Tribunale di Napoli hanno ferito mortalmente l’articolo 67, cioé il principio dell’esercizio parlamentare ‘senza vincolo di mandato’”; dice la Fi Mariastella Gelmini e, con altre parole, il presidente della commissione Affari costituzionali della Camera Francesco Paolo Sisto.

In molti, tra i forzisti, ritengono di poter paragonare questo caso alle altre centinaia di cambi di casacca che si sono visti in questi anni –fatti sempre nel nome dell’assenza costituzionale di vincoli degli eletti verso il partito, il programma, gli elettori – e che in alcuni casi (D’Alema, Berlusconi) hanno consentito nascita, la rinascita, o non caduta degli esecutivi. Ma, appunto, la differenza è, come spiega il procuratore di Napoli Giovanni Colangelo che “il processo ha riguardato non l’insindacabilità del voto parlamentare, ma il condizionamento del voto. Un voto espresso per un pagamento, e non per libera scelta politica”. Insomma, in questo caso la dazione di denaro appare accertata, almeno come verità giudiziaria di primo grado e comunque destinata al macero della prescrizione.

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