Europa

Sei mesi in Europa – 1mo semestre 2015

La Grecia va ad elezioni anticipate

Antonis Samaras e Alexis Tsipras

Atene avrebbe dovuto raggiungere un’intesa con la Troika per chiudere il piano di salvataggio. E al tavolo dei negoziati Bce, Ue e Fmi hanno chiesto altri 2,5 miliardi di tagli per garantire l’ultima tranche di aiuti. Antonis Samaras per prendere tempo ha deciso di anticipare di qualche mese l’elezione del Presidente della Repubblica. L’anticipo consente al Governo di non farsi carico dell’ennesimo piano d’austerity indigesto all’elettorato. Come da Costituzione greca, se per tre volte nessun candidato riesce a raggiungere il quorum richiesto il Parlamento va sciolto e si deve andare a nuove elezioni; per poi rieleggere il presidente con il nuovo parlamento. Alla fine Alexis Tsipras ha vinto. Syriza si è avvicinata talmente alla maggioranza assoluta che non dovrebbe fare fatica a governare (tramite alleanza con un altro partito o solo grazie a qualche parlamentare compiacente). La maggioranza richiesta è di 151 seggi (i parlamentari totali sono 300). C’è un grosso spartiacque da considerare. C’è da separare i partiti che approvano i dettami della Troika e quelli che vogliono ridiscutere le cose fatte dal governo Samaras. Tra i partiti anti Troika vanno comunque esclusi quelli che vogliono uscire dall’Euro. Ecco che tra i principali partiti l’unico possibile alleato di Syriza è Anel. Quest’ultimo è un piccolo partito che si è formato da una scissione di Nea Democratia (il partito di Samaras) quando a inizio della crisi si è accettato il volere della Troika. I 13 seggi di Anel possono permettere a Syriza di governare con tranquillità; anche se ci si trova di fronte ad un’alleanza destra-sinistra e quindi per forza di cose innaturale. L’eco della vittoria di Alexis Tsipras si è fatto sentire in tutta Europa. A Bruxelles e a Francoforte cercano di capire se il nuovo premier greco fa sul serio e discuteranno sulle loro prossime mosse. In Italia, invece, ci sono molte persone che s’impossessano della vittoria di Tsipras. Ovviamente tutti nel centrosinistra. Solo guardando alcune foto apparse sui maggiori quotidiani europei ci si accorge che a festeggiare la vittori adi Syriza c’era più bandiere del partito italiano Rifondazione Comunista, che quelle di Syriza stessa. Con 233 voti favorevoli su 300, Prokopis Pavlopoulos, 65 anni, candidato frutto di un accordo tra i partiti di governo Syriza e Anel e Nea Demokratia di cui fa parte, è stato eletto nuovo presidente della Repubblica greca in sostituzione di Karolos Papoulias, il cui mandato scade il 13 marzo. Ex premier ed esperto di diritto pubblico, considerato un europeista conservatore, Pavlopoulos si insedia nel momento più difficile della storia recente del Paese, alla vigilia dell’incontro forse decisivo di venerdì all’Eurogruppo per la vertenza sul debito che vede Atene contrapposta alle richieste di Bruxelles e della Troika. Altri 30 voti sono andati al candidato di To Potami e Pasok, Nikos Alivizatos, mentre 32 sono stati gli astenuti.

Elezioni Uk: rivince Cameron

Elezioni Uk: rivince Cameron

Elezioni legislative nel Regno Unito. Ha chiaramente vinto il partito conservatoreDavid Cameron potrà confermare il suo secondo governo. Con questa vittoria viene confermato anche il referendum per l’uscita dalla Ue. Ma la vera sorpresa rispetto alle previsioni è che la vittoria non è stata per pochi seggi e non c’è bisogno assolutamente di un altro governo bi-partitico. Anzi, i conservatori hanno superato la soglia dei 326 seggi e possono formarlo da soli. Per l’esattezza i conservatori hanno ottenuto 331 seggi (36,93%), i labustisti 232 seggi (30,45%), il Partito Nazionale Scozzese 56 seggi (4,74%), i Liberaldemocratici 8 seggi (7,87%), il Partito Democratico Unionista sempre 8 seggi (ma solo lo 0,60%) ecc. Queste elezioni hanno provocato le dimissioni di ben tre segretari di partito: Ed MilibandNigel Farage e Nick Clegg. I labustisti hanno ottenuto meno seggi delle scorse elezioni; ma non fossero andati così male se non avessero perso completamente tutti i seggi che avevano in Scozia. Nigel Farage lo aveva detto chiaramente, invece che se non avesse conquistato il suo seggio si sarebbe dimesso. E’ andata anche peggio perchè l’Ukip ne ha conquistato solo uno e ce ne si aspettava molti di più dal partito che aveva ricevuto più voti alle scorse elezioni europee. Poi ci sono i liberali, che hanno perso quasi cinquanta seggi e sono in pratica scomparsi (sono stati per decenni il terzo partito britannico e prima della seconda guerra mondiale erano uno dei due più grandi partiti). Ma sopratutto i liberali erano al governo! Infine ci sono i verdi che dovevano essere (assieme ai nazionalisti scozzesi) la sorpresa di queste elezioni e che invece non si sono proprio visti.

Elezioni legislative in Danimarca. Con la conquista di oltre 90 seggi su un totale di 179, i Blu, il blocco conservatore dell’ex premier Lars Lokke Rasmussen, ottiene la maggioranza necessaria per guidare il Paese scandinavo per i prossimi anni, grazie al risultato sorprendente dei populisti xenofobi del Partito del popolo danese. Questi ultimi, facendo della bandiera anti immigrazione uno dei temi della loro campagna elettorale, hanno conquistato il 21,1% dei voti, diventando di fatto il secondo partito in Parlamento. I socialdemocratici della premier uscente Helle Thorning-Schmidt restano il primo partito con il 26,3% dei voti, ma hanno ammesso la sconfitta. “Abbiamo perso per un soffio”, ha commentato Thorning-Schmidt, annunciando che si sarebbe dimessa da premier e da leader del partito. “Sono convinta che Loekke (Rasmussen) ami il nostro Paese – ha aggiunto – e dovrebbe essere felice di ereditare una Danimarca in gran forma”.

Estonia, Roivas confermato premier

Taavi Roivas

Elezioni legislative in Estonia. Il primo ministro Taavi Roivas, il cui partito ha 30 seggi, è destinato a formare una coalizione nel parlamento dei 101 membri. I risultati sono un duro colpo per il partito di centro, che ha legami con il presidente russo Vladimir Putin, che si aspettava un buon risultato. L’Estonia faceva parte dell’ex Unione Sovietica, ma ora è membro della Nato. “Il Partito delle Riforme è il vincitore 2015 delle elezioni parlamentari”, ha dichiarato Roivas alla stazione televisiva pubblica di ETV. Il partito di Roivas ha guadagnato il 27,7% con la maggior parte dei voti contati, in calo rispetto al 28,6% delle ultime elezioni parlamentari del 2011. Il partito di centro ha preso il 24,8% dei voti, vincendo un altro posto per portarli a 27 in totale. I socialdemocratici, che sono stati partner della coalizione di riforma, ora detengono 15 seggi dopo aver perso quattro, mentre il partito IRL ha perso nove seggi per portarli a 14. Secondo gli analisti, la riforma potrebbe incontrare alcune difficoltà nel formare una nuova coalizione, con il parlamento ora diviso tra sei partiti anziché i precedenti quattro. I due nuovi arrivati ​​- un partito liberale di libero mercato e un partito conservatore anti-immigrazione – hanno vinto 15 seggi tra loro. Alla domanda se intendesse formare una coalizione con il partito di centro, il sig. Roivas ha detto “decisamente no”. Nella corsa alle elezioni, Roivas aveva chiesto un “governo di stampo estone”. A 35 anni, è il più giovane primo ministro in Europa. Il dibattito politico del paese è stato dominato da questioni economiche e timori sulla difesa a causa delle azioni della Russia in Ucraina.

Elezioni legislative in Finlandia. Terremoto politico e sconfitta sonora del governo uscente nella Finlandia stremata da tre anni di recessione, ma contro ogni aspettativa i populisti di destra xenofobi e antieuropei, i ‘Veri finlandesi’di Timo Soini, incassano la disfatta più dura tra tutte le forze politiche in corsa: speravano di diventare secondo partito nazionale, invece crollano dal 19 per cento del 2011 al 17,65, appena il quarto posto. Ecco le indicazioni di exit-polls, proiezioni e primi risultati parziali delle elezioni politiche svoltesi ieri nel paese del grande nord. Con ogni probabilità il nuovo leader del Partito di centro (Keskusta, moderati europeisti), l’imprenditore Juha Sipila, sarà il nuovo primo ministro.

Elezioni in Romania, centrosinistra al 59,34%

Victor Ponta

Complicità in evasione fiscale, conflitto di interesse, riciclaggio di denaro e abuso d’ufficio. Sono queste le accuse rivolte al premier romeno Victor Ponta, indagato dalla procura anti-corruzione del Paese, sia in qualità di legale dell’ex ministro dei trasporti Dan Sova, sia come premier per aver proposto lo stesso Sova come ministro. Una bufera che si è abbattuta sul governo romeno e che potrebbe portare instabilità politica, come teme il presidente Klaus Iohannis che ha chiesto le dimissioni del capo di governo. Ponta, però, ha dichiarato che intende rimanere al suo posto e che solo “il parlamento può decidere” sulle sue dimissioni. Il dna chiederà alla camera dei deputati il via libera a procedere contro ponta che è anche deputato. Il governo Ponta, poi, è riuscito a continuare la sua corsa nonostante le critiche del presidente della Repubblica.

Elezione nuovo Presidente della Repubblica: Mattarella supera il quorum

Sergio Mattarella, Laura Boldrini e Valeria Fedeli

Elezioni Presidente della Repubblica italiana. Sabato 31 gennaio si è svolta la quarta votazione e come era prevedibile è stata quella decisiva. Mattarella ha quasi raggiunto i due terzi di consensi; anche se bastava solo la maggioranza assoluta. Il neo eletto presidente della RepubblicaSergio Mattarella è stato raggiunto al palazzo della Consulta dalla presidente della Camera, Laura Boldrini, e dalla presidente reggente del Senato Valeria Fedeli che gli hanno annunciato l’avvenuta elezione. Presenti anche i segretari generali di Camera e Senato. La quarta votazione ha avuto i seguenti risultati: Maggioranza richiesta 505. Schede bianche 105. Schede nulle 13. Voti dispersi 14. Voti: Sergio Mattarella 665Ferdinando Imposimato 127, Vittorio Feltri 46, Stefano Rodotà 17, Emma Bonino 2, Romano Prodi 2, Giorgio Napolitano 2 e Antonio Martino 2.

Kolinda Grabar Kitarovic

Kolinda Grabar Kitarovic

Elezioni Presidente della Repubblica croata. La sfidante di centro-destra Kolinda Grabar Kitarovic ha vinto di stretta misura le presidenziali in Croazia, sulla base dei dati ufficiali, quasi completi. Come ha riferito in nottata la commissione elettorale, dopo lo spoglio del 99% delle schede nel ballottaggio, a Grabar Kitarovic è andato il 50,74% dei voti, rispetto al 49,26% ottenuto dal presidente uscente, il socialdemocratico Ivo Josipovic. Quest’ultimo non è riuscito a ottenere un secondo mandato quinquennale, nonostante i sondaggi di solo alcune settimane fa gli pronosticassero una vittoria certa. La differenza di soli 21 mila voti con la sfidante conservatrice testimonia di quanto incerta e tesa sia stata la serata elettorale. L’affluenza, grazie soprattutto all’accesa campagna elettorale e la suspense della vigilia, è stata elevata: ha votato infatti il 59,06% dei 3,8 milioni di aventi diritto, circa 13 punti percentuali in più rispetto al primo turno di due settimane fa, quando andò alle urne il 47,1%.

Amministrative in Francia. Nessuna provincia per il Front National di Marine Le Pen (che invece ci sperava). Vittoria schiacciante dell’Ump di Nicolas Sarkozy (che ormai governa quasi settanta delle 101 province francesi). Una disfatta annunciata per i socialisti (ma il premier Manuel Valls non si dimette e dice di continuare «sulla strada delle riforme»). Così si è chiuso il secondo round delle elezioni provinciali francesi, oggi al secondo turno, a colpi di ballottaggi in tutto il paese.

Amministrative in Spagna. Il duello tra la “vecchia” e la “nuova” politica in Spagna è appena iniziato, ma dai risultati di queste amministrative il quadro è chiaro: le forze emerse dal basso, Podemos e Ciudadanos, entrano da protagoniste nelle istituzioni locali, il primo importante test in vista delle elezioni politiche di novembre. Il Pp resta il primo partito al 27%, segue il Psoe al 25%.  Ma non sono più i protagonisti incontrastati della politica spagnola. Grande consensi appunto per Podemos (dichiaratamente di sinistra) e Ciudadanos (l’alternativa liberale) nati dal basso per manifestare la contrarietà del popolo alle politiche di austerity.

Frederiksen diventa segretaria dei socialdemocratici danesi e leader opposizione

Mette Frederiksen

Mette Frederiksen diventa il nuovo presidente dei socialdemocratici In Danimarca. La donna che è stata chiamata “screaming skink” e “Hardy Hansen” compie l’ultimo passo verso l’alto.  Si pensava ci fossero molti dirigenti dei socialdemocratici a succedere a Helle Thorning- Schmidt; ma è stata lei a farcela. Ma in una delle settimane più difficili del governo di Thorning ci sono state liti interne sul blocco degli insegnanti, sui tagli alle imposte sulle società, sulla riforma della pa e molto altro ancora. In qurel periodo si è formata un’alleanza tra Frederiksen, allora presidente del gruppo, Henrik Sass Larsen, e il ministro delle finanze Bjarne Corydon, il gregario di Thorning. Quale Sass ha spiegato in alcune citazioni misurate, ma infallibili, sulle qualità e le capacità comunicative di Frederiksen.

Il nuovo leader del Partito moderato di Svezia Anna Kinberg Batra ha chiesto uno studio su come la Svezia potrebbe porre fine a due secoli di neutralità e unirsi alla Nato. Più di duecento delegati e altri cinquecento sostenitori del partito hanno partecipato ad una prima conferenza a Solna. Prende il posto di Fredrik Reinfeldt, che è stato il primo ministro svedese tra il 2006 e il settembre 2014, quando la coalizione Alleanza che ha guidato ha perso le elezioni generali, aprendo la strada all’attuale coalizione socialdemocratica-verde di Stefan Löfven.

La Lituania entra nell'Euro

La Lituania entra nell’Euro

La Lituania è il 19esimo paese europeo ad adottare l’euro come moneta ufficiale. La Lituania fa parte dell’Unione Europea dal 2004 e da tempo i suoi governi progettavano di aderire all’euro, come già hanno fatto quelli delle vicine Estonia e Lettonia. Attualmente la Lituania è uno dei paesi con il tasso di crescita economica più alto dell’Unione – negli ultimi due anni il suo PIL è cresciuto del 3,7 e 3,3 per cento – e nel 2013 il rapporto fra deficit e PIL nazionale è sceso al 2,6 per cento, in linea con i parametri europei, rispetto al 9,3 per cento del 2011. Il presidente della Banca centrale lituana e altri politici del paese hanno spiegato che entrare nell’euro comporterà diversi benefici, sia economici sia politici (fra i quali una maggiore protezione dall’ingerenza della Russia). I loro critici, però, ricordano che la Lituania dovrà versare una cifra più alta per contribuire al budget dell’Unione Europea – si parla di circa 600 milioni di euro da qui al 2020 – e che intensificare i legami con l’Europa comporterà un aumento dell’emigrazione, già molto alta (fra il 2008 e il 2011, durante la crisi, più di 240mila persone hanno lasciato il paese).

L'islamico e il terrorista

L’islamico e il terrorista

E’ successo che due “simpatici” fratelli parigini di religione islamica e un complice di una decina d’anni in meno; si sono sentiti offesi per le vignette che settimanalmente il settimanale satirico “Charlie Hebdo” dedicava alla loro religione e allora hanno pensato bene di fare un attentato per eliminare alla fonte quello che loro hanno vissuto come un affronto personale. Io penso che la satira ha motivo di esistere solo se punge; per cui i tanti che hanno commentato con un “se la sono cercata” che ho sentito in questi giorni (uno su tutti il Financial Times) trovo che non capiscano la situazione. Come se si chiedesse a un giornalista di non scrivere un articolo o a un ortolano di non vendere frutta e verdura. Non bisogna farsi intimidire e non bisogna farci cambiare dal terrore. Ma poi sopratutto c’è un’altra cosa. Il sentirsi offesi non deve implicare come reazione quella di ammazzare (sono morte 12 persone).

Islam e terrorismo sono cose diverse

Islam e terrorismo sono cose diverse

Tutto è partito dall’attentato a Parigi alla redazione di Charlie Hebdo e ai tre giorni che sono passati per catturare e ammazzare (per forza di cose) gli attentatori. Il peggio, però, secondo me è la discussione si è creata a seguito di questo. Tutta improntata sullo scontro di civiltà. C’era chi diceva che tutti i mussulmani sono responsabili degli attentati e chi faceva notare che in tutto il mondo mussulmano solo un’estrema minoranza è terrorista e che la stessa Isis ne combatte una parte (gli sciiti). Effettivamente (come dimostra la foto accanto) il poliziotto che è stato ammazzato nell’attentato era mussulmano e sopratutto i terroristi erano tutti nati in Francia. Poi una piccola precisazione sull’Isis. Non è lo Stato islamico il mandatario di questo attentato, poichè loro predicano che i loro credenti vadano in Siria ad arruolarsi al fine di formare quello stato islamico che secondo i loro desideri dovrebbe arrivare fino a Roma. Questi terroristi sono schegge impazzite che agiscono in autonomia (e infatti si notano le numerose cappellate che hanno di fatto facilitato la loro cattura quali la scarpa persa con laccio allentato e la carta di identità dimenticata sul sedile dell’auto, ma ce ne sono altre).

L’Isis ha colpito l’Occidente e ha fatto capire che può colpire dove vuole e quando vuole e che può imporre la sua legge. L’Occidente invece dovrebbe capire che è in guerra e che sarebbe giusto inviare degli uomini in Libia per combattere e contenere l’Isis e che non è bene lasciare solo i popoli arabi oppressi dal Califfato. L’Occidente deve capire che gli è stata dichiarata guerra e che sono finiti i tempi in cui le guerre si combattevano solo in territorio esterno. Ora il nemico viene nel tuo territorio e ti stermina. Come avveniva nelle due guerre mondiali. In un solo giorno l’Isis ha colpito tre punti significativi dell’Occidente: la Francia dove vengono accolti i mussulmani che decidono di integrarsi; la Tunisia come simbolo dell’unico Stato in cui la primavera araba ha avuto successo e dove lo Stato sta evolvendo in una democrazia reale e il Kuwait per colpire il popolo sciita. Infine anche in Somalia dove da vent’anni non c’è,più uno Stato.

Sembra proprio che il mondo sia affollato di spioni. In girotondo. Mentre gli americani tenevano sotto controllo il telefono cellulare di Angela Merkel, gli agenti segreti di Angela Merkel collaboravano con loro per spiare i francesi e la Commissione europea. Chi spiassero i francesi e i baffi finti di Bruxelles per ora non si sa, ma su questo fronte le rivelazioni si susseguono: non si sa mai. In realtà, la questione è seria e il governo di Berlino è in difficoltà seria a spiegarla. In casa e, forse soprattutto, agli amici europei.

Irlanda: il 62,1% dice si ai matrimoni omosessuali

Irlanda: il 62,1% dice si ai matrimoni omosessuali

L’Irlanda dice sì ai matrimoni gay. Il 62,1% ha votato sì nel referendum sull’introduzione delle nozze omosessuali. I no si sono fermati al 37,9%. I voti complessivi a favore sono stati 1.201.607, mentre quelli contrari 734.300. L’affluenza a livello nazionale è stata del 60,5%. L’Irlanda è stata il primo Paese al mondo a chiedere ai cittadini di decidere in un referendum se le coppie omosessuali abbiano diritto a sposarsi, come gli eterosessuali. La Costituzione irlandese risale a 78 anni fa, e può essere modificata soltanto attraverso un referendum popolare. Nel caso specifico, i cittadini hanno votato sul respingere o meno una nuova clausola: “Il matrimonio può essere contratto, in accordo con la legge, da due persone senza distinzione di sesso”. Mentre nei seggi si contavano le schede, è stato il ministro per le Pari opportunità, Aodhan O Riordain, a dare la notizia, con un tweet: “È sì – scrive – Una valanga a Dublino, sono fiero di essere irlandese”. Si sono presentati in massa nella Capitale per votare: il ministro della Sanità, Leo Varadkar, ha parlato “un giorno storico per il Paese”.  Il premier irlandese Enda Kenny ha ringraziato i giovani per la vittoria del sì. Tantissimi si sono anche impegnati a fare campagna per il sì sui social network, mentre molti sono rientrati dall’estero per votare. Secondo Kenny, cattolico praticante, la decisione manda anche un messaggio alla comunità internazionale sulla “leadership pionieristica“. dell’Irlanda. “È una rivoluzione sociale” dice l’arcivescovo di Dublino e Primate d’Irlanda – Diarmuid Martin -. La chiesa ora deve fare i conti con la realtà”. I vescovi irlandesi avevano lanciato un appello chiedendo di rispettare i valori della famiglia tradizionale. Il voto è stato accolto con entusiasmo dal Commissario europeo Cecilia Malmstrom, liberale svedese: “Congratulazioni all’Irlanda per aver votato si alle nozze gay e si all’amore per tutti” ha twittato aggiungendo tre cuoricini. Un tweet che è stato rilanciato anche dall’account della Commissione europea.

Il Parlamento della Slovenia ha legalizzato i matrimoni tra persone dello stesso sesso, garantendo alle coppie gay gli stessi diritti delle coppie eterosessuali sposate, sia dal punto di vista giuridico che economico e sociale. Tra i diritti delle coppie gay c’è anche la possibilità di adozione dei bambini. Il provvedimento è passato con 51 voti a favore e 28 contrari: erano presenti 84 parlamentari su 90 e cinque si sono astenuti. La norma, che cambia il modo in cui sono disciplinati i matrimoni, è stato proposto dal partito di opposizione Sinistra Unita (ZL) e ha ottenuto il sostegno dei parlamentari della coalizione governativa (Partito del centro moderno, Socialdemocratici) e dall’Alleanza per Alenka Bratusek. Buona parte dei parlamentari di centrodestra (Partito democratico sloveno e Nova Slovenija) ha contestato la nuova norma, che secondo loro, mette in pericolo i valori della famiglia tradizionale. Circa duemila persone hanno manifestato davanti alla sede del Parlamento della Slovenia a Lubiana per protestare contro i matrimoni gay. Hanno anche detto di volere avviare una petizione per un referendum popolare che annulli il provvedimento. Per avviare un referendum sono comunque necessarie 40mila firme e dai sondaggi più recenti risulta che il 60 per cento della popolazione sia favorevole ai matrimoni gay. La Slovenia è il 21esimo paese al mondo a legalizzare i matrimoni gay (il 13esimo in Europa); dal 2006 aveva comunque una legge sulle unioni civili.

Bettel sposa il suo compagno. Primo premier Ue a farlo

Xavier Bettel e suo marito Gauthier Destenay

Il primo ministro del Lussemburgo, Xavier Bettel, ha sposato con rito civile il suo compagno, l’architetto belga Gauthier Destenay. Si tratta del primo matrimonio omosessuale di un leader in carica in un Paese Ue. Nel 2010 l’allora premier dell’Islanda Johanna Sigurðardóttir convolò a nozze con la sua compagna, ma l’isola non fa parte dell’Unione. La notizia ha anche un forte peso politico, perché arriva a pochi mesi da quando, lo scorso luglio, il Parlamento lussemburghese ha legalizzato i matrimoni omosessuali e permesso alle coppie sposate dello stesso sesso di adottare dei figli.

La Corte Costituzionale dell’Austria ha stabilito che la vigente divieto di adozione da parte delle coppie dello stesso sesso viola la Carta Costituzionale della repubblica. Secondo la Corte non c’è alcuna “giustificazione obiettiva” per escludere le coppie dello stesso sesso dall’adozione, basandosi esclusivamente sull’orientamento sessuale delle persone. La Corte Costituzionale ha dato così ragione a una coppia di lesbiche che si era vista rifiutare la richiesta di adozione solo perché erano lesbiche. Nella sentenza, la Corte Costituzionale ha respinto il divieto di adozione per le coppie dello stesso sesso spiegando che tale divieto non può essere giustificato da argomenti come la protezione del matrimonio tradizionale o quella della famiglia o ancora il benessere del minore. Argomenti importanti che dovrebbero portare a una riflessione anche qui in Italia, dove siamo sempre più arroccati su posizioni anacronistiche e che in nome di non si sa bene quale “protezione”, si negano i più basilari diritti umani.

Francia Ambasciatore gay, lo stop del Vaticano

Laurent Stefanini

Nonostante fosse già stato nominato il 5 gennaio scorso dal presidente François Hollande in consiglio dei ministri per succedere a Bruno Joubert a Villa Bonaparte, il Vaticano parrebbe rifiutare l’assunzione di Laurent Stefanini a causa della dichiarazione esplicita della sua omosessualità. A sostenerlo sono diversi media francesi, tra cui il Canard Enchainé, Les Echos e Le Journal du Dimanche. 55 anni, cattolico praticante. Uomo di eccezionale cultura, nominato capo del protocollo dell’Eliseo da Nicolas Sarkozy e mantenuto in quella posizione da François Hollande; forte dell’esperienza come numero due dell’ambasciata francese in Vaticano dal 2001 al 2005 e poi come consigliere per gli affari religiosi del Quai d’Orsay, Stéfanini è il candidato perfetto.

Gli omosessuali non possono donare il sangue? Pazienza!

Gli omosessuali non possono donare il sangue? Pazienza!

«L’esclusione permanente dalla donazione di sangue per uomini che abbiano avuto rapporti omosessuali può, alla luce della situazione in Francia, essere giustificata», così la Corte di giustizia Ue nella sua sentenza. La Corte europea ha stabilito che gli omosessuali possono essere esclusi in modo permanente dalla donazione di sangue, se lo giustifica la situazione sanitaria del singolo Paese. Sarà quindi necessario dimostrare l’effettiva esposizione «a un rischio elevato di contrarre malattie infettive gravi». La Corte ha giustificato la sua decisione sostenendo che l’esclusione dagli elenchi dei donatori debba tenere conto della situazione epidemiologica del singolo Stato. In Francia, secondo i dati relativi al periodo 2003-2008, quasi ogni contagio da Hiv è dovuto a un rapporto sessuale e la metà di tutte le nuove infezioni si verificano in uomini che hanno avuto rapporti omosessuali. La sentenza aggiunge che «fra tutti i Paesi dell’Europa e dell’Asia centrale, la Francia è quello che presenta una maggiore prevalenza di Hiv tra gli uomini che hanno avuto relazioni sessuali con altri uomini».

Il lento tracollo della Grecia

Yanis Varoufakis

L’obiettivo sembra raggiunto. Niente Grexit, Atene resta nell’EuroAlexis Tsipras voleva 5 mld di aiuti e sei mesi di tempo per cominciare le sue riforme (che non erano certo quelle che aveva concordato il governo Samaras); la Germania non avrebbe voluto concedere ne aiuti ene tempo se non condizionati al rigido programma di riforme che era già stato stipulato. Ne è venuto fuori qualcosa di mezzo, che fa sembrare un pò tutti vincitori. Ma l’impressione che chi possa sorridere un pò di più è Berlino e non certo Atene. L’estensione di quattro mesi degli aiuti arriverà solo dopo che Atene avrà concordato le sue riforme con la ex Troika, rispettato i patti dell’attuale programma, Memorandum compreso anche se non viene mai esplicitamente menzionato. Dopo un negoziato difficile, che ha anche dovuto sanare il deficit di fiducia tra la Grecia e gli altri 18 partner, il margine di manovra che Atene ottiene è minimo: potrà rivedere il suo avanzo primario per il 2015, che le istituzioni valuteranno in base al ciclo, ottenendo così uno spazio di bilancio per varare le sue misure. Ma anche quelle dovranno essere prese in accordo con Ue, Bce ed Fmi.

Jobs Act: i decreti attuativi

Giuliano Poletti

Sono stati approvati dal governo i decreti attuativi della riforma del lavoro che porteranno al contratto a tutele crescenti e al superamento dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. Dopo l’approvazione della delega da parte del parlamento e i primi decreti attuativi di dicembre, prende dunque forma il cambiamento del mercato del lavoro italiano. I contratti a progetto saranno vietati a partire dal primo gennaio 2016. Matteo Renzi ha dichiarato che quelle approvato sono norme che sono destinate ad aumentare “la flessibilità in entrata e le tutele in uscita” e che sono rivolte ai più giovani. “Una generazione vede finalmente riconosciuto il proprio diritto ad avere tutele maggiori. Parole come mutuo, ferie, buonuscita e diritti entrano nel vocabolario di una generazione fino ad ora esclusa”. “Sono circa 200mila i nostri connazionali che nella ridefinizione del lavoro parasubordinato passeranno dai co.co.co. vari a un lavoro a tempo indeterminato”, ha spiegato il premier che poi ha chiarito: “Nessuno rimarrà solo dopo il licenziamento”. Renzi ha confermato, come era trapelato nel pomeriggio, che restano le norme sui licenziamenti collettivi così’ come erano uscite dal Cdm. Poi ha ricordato: “Le norme servono alle assunzioni collettive, non ai licenziamenti collettivi”

I troppi no alle quote immigrati

I troppi no alle quote immigrati

Insomma mentre l’Europa pare aver trovato un modo di risolvere almeno una parte del problema profughi (fondamentalmente però bisognerebbe comunque agire direttamente in Libia); sollevando in parte il peso di accogliere gli immigrati a Italia e Malta accade qualcosa che fa precipitare tutti nello sconforto. Per non lasciare tutto alla volontarietà erano state previste delle quote di immigrati da accogliere di cui ogni stato si sarebbe dovuto fare carico. Ebbene, iniziano i no, i ma, i forse. I “non se ne fa più niente”. “Scherzavamo”. “Italia arrangiati un pò da sola” oppure “che muoiano, chissenefrega”. C’è un forte dibattito in questo momento in Italia sul tema dell’immigrazione. Molti dicono che c’è troppo buonismo e che non dovrebbero essere accolti altri immigrati. Però il tema è un altro. Si è abbandonata la missione Mare Nostrum che consisteva nell’andare a prendere tutti gli immigrati in difficoltà con la missione Triton che consiste in una difesa dei confini europei. Però l’Europa che ha voluto questa missione non la finanzia e lascia tutto il peso sull’Italia. Le quote immigrati sono state rese solo facoltative. Contemporaneamente non si fa in modo che gli immigrati arrivino. In Libia c’è l’anarchia dovuta a uno Stato in sfacelo con ben due fronti che pretendono di rappresentare lo Stato nazionale e con l’Isis che imperversa sempre di più.

La guerra dei Le Pen

Jean-Marie Le Pen e Marie Le Pen

E’ rottura definitiva fra Marine Le Pen e il padre Jean-Marie, fondatore del Front National. I vertici del partito hanno sospeso l’anziano leader e gli hanno ritirato la tessera. Ma lui, “sconfessato” ufficialmente, ha risposto ripudiando la figlia con un secco: “Non voglio che porti il mio nome”. Lo scontro politico in casa Le Pen assume toni da faida familiare. Marine, che controlla il Front National, ha di fatto estromesso il padre vietandogli di parlare a nome del movimento. Jean-Marie è stato “sospeso temporaneamente”, in attesa della tenuta di un prossimo congresso “straordinario” ma intanto gli sarà ritirata la qualifica di “aderente”. “I commenti o le prese di posizione del presidente onorario non possono in nessun caso impegnare il Front National, la sua presidente o le istanze decisionali”: questa la decisione dell’ufficio politico, che “disapprova” le ultime uscite di Jean-Marie Le Pen, 86 anni, che hanno scatenato le ire della figlia Marine.

C’è una notizia in particolare che in questi giorni mi ha fatto riflettere. Sembra che un ergastolano belga condannato per strupro, stufo di scontare il carcere a vita e sicuro di non potersi redimere ha chiesto di essere sottoposto ad eutanasia in modo da terminare le proprie sofferenze e la propria vita. Frank Van Den Bleeken, 52 anni, da 30 anni in carcere per violenza sessuale reiterata e omicidio con stupro, chiedeva da tempo di poter morire per porre fine alle sue “insopportabili” sofferenze psichiche. Vorrei precisare che secondo me l’eutanasia è un diritto. Ognuno deve avere libero arbitrio sulla propria persona, senza voler interferire con il libero arbitrio altrui. L’eutanasia è una scelta dolorosa; quindi se un individuo arriva a pensare di farla finita con la vita perchè (a causa di malattia o altro) è diventata insopportabile; credo che bisognerebbe alleviare la sua esistenza e dendergliela ancora più difficile. Ma in questo caso credo che ci troviamo di fronte ad un’eccezione; poichè il signor Van Den Bleeken non è un cittadino normale, libero di prendere decisioni sulla propria vita; ma un carcerato (fine pena mai) che deve espiare le sue colpe e che tra l’altro dichiara che ancora adesso stuprerebbe e quindi che non ha imparato la lezione. La pena di morte (perchè tale sarebbe l’eutanasia in questo caso) farà anche risparmiare allo stato belga un sacco di soldi per il mantenimento del carcerato; ma crea un facile giochetto che impedisce ai condannati di espiare la propria pena. Credo che sia inumana la pena di morte, anche perchè si condanna una persona per aver ammazzato un suo simile e poi gli si fa la stessa cosa. Ma un assassino deve, però lo stesso scontare il proprio debito con la società. Nessuna facilitazione e nessun alleviamento delle proprie sofferenze. L’ergastolo vuole dire vivere tutta la vita residua in carcere; nemmeno un giorno in meno.

Måns Zelmerlöw all'EuroFestival 2015

Måns Zelmerlöw

Eurofestival 2015. Quest’anno l’Italia era rappresentato dal gruppo pop-lirico de Il Volo. Il brutto è che vi hanno partecipato come vincitori di sanRemo con il brano “Grande amore”. Quindi doppia depressione. Detto questo la canzone che mi è piaciuta di più quest’anno è quella dell’Estonia cantata da Elina Born e Stig Rästa “Goodbye to Yesterday”. Devo dire che non mi posso lamentare anche del vincitore Måns Zelmerlöw “Heroes” e anche della Russia seconda classificata con Polina Gagarina “A Million Voices”. Tra le altre canzoni mi sono piaciute l’Australia con Guy Sebastian “Tonight Again”, la Spagna con Edurne“Amanecer”, il Regno Unito con Electro Velvet “Still in Love with You” e la Germania con Ann Sophie “Black Smoke”. Tra l’altro da notare la particolarità della partecipazione proprio dell’Australia in concomitanza con la 60esima edizione del Festival proprio per premiare una nazione che nonostante sia molto lontana dal continente europeo è una fedele ascoltatrice. Questo in deroga alla regola che vorrebbe che i paesi partecipanti fosse appartenenti al continente europeo o che le proprie coste lambissero il Mediterraneo. Proprio per questo sarà l’unica edizione in cui parteciperà l’Australia che dall’anno prossimo riguadagnerà il suo ruolo di semplice ascoltatrice. Altra particolarità sta nella partecipazione di Elhaida Dani per l’Albania: era la presentatrice della prima edizione di The Voice of Italy.

Iran, intesa su nucleare.

Iran, intesa su nucleare.

Le potenze del “5+1”, l’Ue e l’Iran “si sono accordati sui parametri chiave per arrivare a un accordo quadro sul nucleare iraniano. Un passo storico verso un mondo migliore. L’Iran non potrà sviluppare l’arma nucleare”. Questo l’annuncio da Losanna del capo della diplomazia Ue, Federica Mogherini, che ha coordinato i lavori, affiancata dal ministro degli Esteri di Teheran, Mohamed Jawad Zarif per una dichiarazione congiunta. Punti centrali della storica intesa, la cancellazione graduale e monitorata delle sanzioni, la riduzione di due terzi dell’arricchimento dell’uranio, controllo da parte di ispettori internazionali della sospensione del programma nucleare iraniano. Congratulazioni a tutti i negoziatori dal segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon: “L’accordo contribuirà alla pace e alla stabilità in Medioriente”. La Russia invece “saluta il riconoscimento del diritto dell’Iran a un programma per il nucleare ad uso civile”, secondo un principio, si legge in una nota del ministero degli Esteri, “formulato dal presidente Vladimir Putin“.

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