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L’Unione Europea riconosce le famiglie omosessuali


Unione Europea riconosce le famiglie omosessuali

Unione Europea riconosce le famiglie omosessuali

Dopo il recente ‘sì’ del popolo irlandese ai matrimoni gay, il difficile cammino dei diritti civili in tema di omosessualità ha raggiunto un altro importante traguardo. Questa volta il placet arriva dalle Istituzioni europee: il Parlamento Ue ha infatti approvato a larga maggioranza un rapporto sull’uguaglianza di genere in Europa. È la prima volta che l’argomento ‘famiglia gay’ viene trattato in modo così esplicito. La benedizione da parte di Strasburgo arriva a pochi giorni dalla celebrazione in una Chiesa valdese romana di un matrimonio tra due uomini.

Sul fronte europeo, oggi il Parlamento Ue “prende atto dell’evolversi della definizione di famiglia – si legge nel testo approvato – il Parlamento raccomanda che le norme in quell’ambito (compresi i risvolti in ambito lavorativo come i congedi) tengano in considerazione fenomeni come le famiglie monoparentali e l’omogenitorialità”. Non è la prima volta che Strasburgo si esprime in tal senso sul tema: già lo scorso marzo l’Europarlamento aveva infatti votato a favore del riconoscimento delle unioni civili e del matrimonio tra persone dello stesso sesso “considerandolo come un diritto umano”.

Insomma, tre mesi mesi dopo il voto compatto per il riconoscimento delle unioni civili e del matrimonio tra persone dello stesso sesso Strasburgo detta ancora una volta il passo, sollevando polveroni in quei paesi (Italia compresa) dove la famiglia resta quella tradizionale, le unioni civili (per ora) restano l’iniziativa del Sindaco di Roma e di nuclei monoparentali od omogenitoriali non se ne parla proprio. Certo, la risoluzione non è vincolante, tuttavia il documento, all’indomani del referendum irlandese, dà l’ennesima sferzata all’ondata rivoluzionaria del Terzo Millennio che, negli ultimi 15 anni ha visto 22 paesi riconoscere e legittimare l’amore tra due persone indipendentemente dal loro sesso.

Il voto di Strasburgo arriva nel giorno in cui, anche in Italia, si ha notizia di un piccolo grande passo che, se sta in bilico tra le definizioni del diritto, è sintomo che l’aria sta cambiando anche nello Stivale. La vicenda in questione riguarda un ragazzo italiano che nel 2011, in Argentina, ha sposato il suo compagno transessuale che, un anno dopo ha ottenuto il via libera per il cambio di sesso e di nome da maschile a femminile. Non è un matrimonio tra omosessuali, hanno spiegato i giudici e va trascritto nel registro dello stato civile. La storia richiama alla memoria quella che affrontò la Cassazione lo scorso aprile quando confermò la validità del matrimonio anche nel caso in cui uno dei due coniugi cambi sesso. Insomma, in attesa che il Parlamento legiferi in merito, la giustizia degli uomini prova a stare al passo con i tempi.

Un sondaggio Piepoli per il quotidiano La Stampa ha descritto un Italia che, se fosse chiamata a esprimersi sulle unioni gay con un referendum (che vorrebbe il 57% degli interpellati), direbbe “sì” alle unioni civili (67%) tra persone dello stesso sesso, “ni” ai matrimoni gay (51%) e “no” alle adozioni (contrario il 73%). Insomma, un riformismo moderato che rispecchia i dettami del testo base adottato in commissione giustizia del Senato che non parla di nozze ma prevede unioni civili per persone dello stesso sesso, con gli stessi diritti e doveri delle coppie etero sposate.

Una legge che, l’indomani del referendum irlandese, il premier Matteo Renzi ha ribadito di voler approvare al più presto per restare al passo con gli altri paesi europei: “Nel mio partito su questo tema – confida in privato – c’è chi vorrebbe di più. Ma le unioni civili non sono più rinviabili“. Altrimenti, la mancanza di una legge in materia isolerà sempre di più la nostra Penisola dal continente che, come ha esplicitato Strasburgo, “prende atto dell’evolversi della definizione di famiglia”.

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