Europa

Sei mesi in Europa – 2ndo semestre 2014

Ue: al via la commissione Junker

Jean-Claude Junker

Commissione Juncker. A inizio mese c’è stato il primo assaggio con le nomine di Donald Tusk come Presidente del Consiglio europeo e di Federica Mogherini come ministro degli Esteri Europeo. Non si era porò riusciti a nominare tutti i ministri poichè non c’era un accordo politico. uindici commissari fanno parte del Ppe, sette del Pse, cinque dei liberaldemocratici dell’Alde e uno dei conservatori dell’Ecr. L’ex ministro francese Pierre Moscovici sarà il commissario agli Affari economici, finanziari, alla tassazione e alle dogane del prossimo esecutivo Ue (senza gli Affari monetari, di competenza della Bce). Tuttavia, il finlandese ‘rigorista’ Jyrki Katainen sarà il vicepresidente coordinatore di tutti i principali portafogli economici (Lavoro, crescita, investimenti e competitività), e l’inglese Jonathan Hill sarà il commissario alla Stabilità finanziaria, servizi finanziari e unione dei mercati dei capitali (secondo il Guardian, un colpo da maestro per David Cameron, mentre l’Ukip di Nigel Farage chiosa: “Che colpaccio, ha un inglese come boia dell’industria finanziaria britannica”). I vicepresidenti. In tutto sono sette i vicepresidenti della Commissione Ue targata Juncker. Oltre Katainen e a Federica Mogherini responsabile della diplomazia europea, nel novero ci saranno l’olandese Frans Timmermans (miglioramento della normativa, le relazioni istituzionali, lo stato di diritto e la Carta dei Diritti Fondamentali), la bulgara Kristalina Georgieva (bilancio e risorse umane), la slovena Alenka Bratusek (unione energetica), il lettone Valid Dombrovskis (euro e dialogo sociale) e l’estone Andrus Ansip (mercato unico digitale). Avranno – e questa è una novità di non poco conto – una funzione di “filtro tra il commissario e il presidente”, con potere di veto (vale a dire, la possibilità di stoppare i commissari). In tale contesto va sottolineata la non inclusione di Moscovici nel gruppo dei vice. Lo spagnolo Miguel Arias Canete ha ottenuto il commissario per l’azione per il clima e la politica energetica,  la danese Margrethe Vestager è il nuovo Commissario europeo alla Concorrenza, il liberale estone Andrus Ansip assume l’incarico di commissario all’agenda digitale, la liberale svedese Cecilia Malmstrom sarà la commissaria al Commercio,  il popolare tedesco Gunter Oettinger sarà il commissario per l’economia digitale, il portafoglio per il mercato unico e l’industria alla polacca Elzbieta Bienkowska, il greco Dimitris Avramopoulos è stato indicato commissario Ue all’Immigrazione e agli Affari interni, il conservatore ungherese Tibor Navracsics sarà commissario con delega alla Scuola, Cultura e Giovani, la belga Marianne Thyssen (Ppe) è il nuovo Commissario europeo al Lavoro, Affari Sociali e Mobilità, l’irlandese Phil Hogan sarà il prossimo commissario all’agricoltura, Johannes Hahn (Ppe), candidato austriaco è stato assegnato il portafoglio dell’Allargamento e delle Politiche di vicinato, il diplomatico croato Neven Mimica (Pse) è il nuovo Commissario europeo alla Cooperazione interna e sviluppo, il lituano Vytenis Andriukaitis la Salute, il maltese Karmenu Vella gli Affari marittimi, il portoghese Carlos Moedas (Ppe), è stato nominato Commissario per Ricerca e Innovazione, la ceca Věra Jourová (Alde) alla Giustizia,  l’europarlamentare della Romania Corina Cretu (Pse) sarà Commissaria alle politiche regionali, lo slovacco Maroš Šefčovič (Pse) è il Commissario ai Trasporti, la slovena Alenka Bratušek sarà vicepresidente con deleghe per il Mercato dell’energiae il parlamentare europeo cipriota Christos Stylianides (Ppe) è il nuovo Commissario con deleghe per gli aiuti umanitari.

Lettonia: vince la coalizione di centrodestra guidata dal premier Straujuma

Laimdota Straujuma

La Lettonia ha votato per il rinnovo dei cento seggi del Parlamento monocamerale. La vittoria, come previsto dai sondaggi, va alla coalizione quadripartita di centrodestra, attualmente al potere, guidata dal primo ministro Laimdota Straujuma. Coalizione che otterrebbe più del 61% dei voti e 63 scranni. Ma il partito con il maggior numero di deputati è Armonia, i socialdemocratici del sindaco di Riga Nils Usakovs, con oltre il 21% delle preferenze. A condizionare pesantemente le legislative la crisi russo-ucraina. La maggior parte dei due milioni e duecentomila lettoni teme infatti che il Cremlino, dopo l’Ucraina, rivolga le sue ‘attenzioni’ ai Paesi Baltici parte, fino al 1991, dell’Unione Sovietica. Ad appoggiare i socialdemocratici, filo-Mosca, la popolazione di etnia russa, un quarto del totale. La Lettonia, dopo una crisi profondissima che ha richiesto drastici tagli alla spesa pubblica, da gennaio ha aderito all’Eurozona. Ora è il Paese dell’Unione con la maggiore crescita economica.

Vittoria preannunciata, ma di Pirro, in Bulgaria, per i conservatori del Gerb in un voto segnato anche dalla grande batosta per i socialisti e da una frammentazione a 360 gradi del parlamento, con la presenza di piccoli partiti e coalizioni di ogni colore. In altre parole, le elezioni politiche anticipate rischiano di sprofondare ancora una volta il paese, il più povero e corrotto dell’Ue secondo diversi indicatori, verso l’ingovernabilità. Vittoria al Gerb (Cittadini per lo sviluppo europeo della Bulgaria) dell’ex premier Boyko Borissov (2009-2013), con quasi il 34% dei voti. Il suo grande rivale, il partito socialista bulgaro (Bsp) – reduce da un governo in coalizione con il partito della minoranza turca Dps rimasto al potere per poco più di un anno – tocca invece il minimo storico, al 16 per cento, seguito dal Dps che raccoglie il 14% dei voti.

Lo Slovenia svolta a sinistra: vince il giurista Cerar

Miro Cerar

E’ un partito nato appena pochi mesi fa, il Smc guidato dal giurista Miro Cerar, il grande trionfatore delle elezioni politiche in Slovenia. Si è aggiudicato il 36,9% dei voti (38 deputati su 90),  il risultato migliore conseguito da qualsiasi partito nella storia parlamentare della Slovenia. Smc è stato fondato solo pochi mesi fa dal giurista sloveno: pur non volendosi classificare né come partito di destra, né di sinistra, sulla base dei punti programmatici Smc propende più verso il centro-sinistra. Al secondo posto con il 19,2% il Partito democratico sloveno (Sds, centrodestra) dell’ex premier Janez Jansa, attualmente in carcere. Il partito di Cerar, fondato pochi mesi fa con un programma anti-corruzione, ha probabilmente fatto il pieno dei voti di sinistra, rimasti vaganti dopo la scissione interna a Slovenia positiva. Grazie ad alcuni punti programmatici, tra cui spunta soprattutto un ripensamento sulle politiche di privatizzazione delle quote statali,  ha attirato l’elettorato di centro-sinistra. Un buon successo è stato riscosso anche dal partito dei pensionati Desus, con a capo il ministro degli Esteri uscente, Karl Erjavec, dato al 9,7% (10 deputati).

Svezia torna a sinistra, ma è boom dell'estrema destra

Stefan Löfven

Elezioni legislative in Svezia. Vincono i socialdemocratici di Stefan Löfven, che dopo otto anni tornano a guidare il Paese strappando il governo alla variegata alleanza di centro destra del premier Fredrik Reinfledt. Assai meno prevista è stata l’entità del successo dei populisti di estrema destra di Jimmie Akesson che, accreditati di un 5,7 per cento dei consensi alla vigilia, diventano la terza formazione politica svedese con un boom di oltre il 10 per cento dei voti. Un risultato che atterrisce i partiti tradizionali e conduce il Paese simbolo delle grandi socialdemocrazie nordiche verso scenari di ingovernabilità o verso i compromessi dettati dalla necessità di formare grandi coalizioni, non disponendo nessuna delle due alleanze dei numeri necessari. Se infatti l’ex sindacalista metallurgico Lofven, 57 anni, potrà contare su un bottino del 44,9% per la sua coalizione (Socialdemocratici, Verdi e sinistra), l’attuale premier Reinfeldt, 46 anni, non dovrebbe andare, con la sua Alleanza, al di là del 39,3%.

Charles Michel nuovo premier belga

Charles Michel

Dopo più di quattro mesi dalle elezioni, e dopo 28 ore di negoziati, in Belgio è stato trovato un accordo per formare un nuovo governo: sarà guidato dal leader del partito liberale francofono MR Charles Michel. Entreranno nella coalizione (che sarà di centro destra) tre partiti fiamminghi e un partito francofono (in Belgio le contrapposizioni politiche tra destra e sinistra si aggrovigliano alle tradizionali contrapposizioni politiche tra fiamminghi e valloni): Nuova Alleanza Fiamminga (N-VA), Partito cristiano democratico fiammingo (CD&V), Partito del Liberali e Democratici Fiamminghi Aperti (Open vld) e MR. Il Belgio non ha un governo di centro destra dal 1987 (e anche allora, la coalizione era dominata dai centristi cristiano democratici). Il nuovo primo ministro, Charles Michel, ha 39 anni, è laureato in giurisprudenza, e dal gennaio del 2011, è presidente del suo partito. Nel 2000 divenne Ministro degli Affari Interni del governo della Vallonia, a soli 25 anni. Nel 2006 fu eletto sindaco di Wavre, sempre in Vallonia e dal 21 dicembre 2007 al febbraio 2011 è stato Segretario di Stato e Ministro della cooperazione e dello sviluppo.

Polonia: è iniziato il dopo Tusk

Ewa Kopacz

È iniziata in Polonia l’avventura politica di Ewa Kopacz da Presidente designato del Consiglio dei ministri; ha presentato a Varsavia la sua squadra di 18 ministri, dei quali cinque sono nuovi e 13 sono stati invece riconfermati dal governo del suo predecessore Donald Tusk, dimessosi per assumere l’incarico di prossimo presidente del Consiglio Ue. Il suo vice sarà il ministro della Difesa. E la sicurezza nazionale, di fronte al conflitto nella vicina Ucraina, viene indicata come priorità. Kopacz, 58 anni, milita dal 2001 nello stesso partito di centrodestra Piattaforma civica (Po) di Tusk, che governa la Polonia dal 2007 in coalizione con il Partito dei contadini (Psl). Donna forte e decisa, medico pediatra, fra il 2007 e il 2011 è stata ministro della Sanità. In quella veste nel 2009 ha difeso la Polonia dalle pressioni internazionali per l’acquisto di grandi quantitativi del vaccino – risultate poi inutile – contro l’epidemia di influenza A/H1N1.

Francia: nasce il nuovo governo Valls

Manuel Valls e Francois Hollande

E’ durato appena 147 giorni il primo governo VallsMotivo della crisi: l’ormai ex ministro dell’Economia Arnaud Montebourg, in un’intervista dai toni molto duri nei confronti della Germania e della politica di rigore, afferma che «sarebbe ottimo se tutti i paesi europei facessero quello che ha cominciato a fare Matteo Renzi in Italia». Insomma mentre Montebourg sembra invocare la flessibilità renziana, Hollande e Valls sembrano più fedeli alla linea dell’austerity della Merkel. Dall’entourage del premier Valls è arrivato subito un primo avvertimento. Montebourg «ha passato il segno, nella misura in cui un ministro dell’Economia non può esprimersi in questo modo sulla linea economica del Governo e di un partner europeo come la Germania». Insomma, non si è potuto fare a meno di fare una crisi-lampo e di sostituire i ministri uscenti. Parlo al plurale perchè Montebourg ha dei seguaci nella vecchia compagine governativa; hanno infatti solidarizzato con lui (e quindi anche loro non faranno parte del secondo governo Valls) il ministro dell’Istruzione, Benoit Hamon e il ministro della Cultura Aurelie Filippetti.

Sarkozy torna in politica

Nicolas Sarkozy

Nicolas Sarkozy è il nuovo presidente dell’Ump. Il ritorno dell’ex presidente della Repubblica al vertice del partito che aveva guidato dal 2004 fino al 2012 è stato caratterizzato da un consenso deludente, e da una campagna elettorale che ha mostrato l’incapacità di rinnovamento dell’establishment conservatore transalpino. Nicolas Sarkozy ha vinto le primarie per l’elezione del presidente dell’Ump, che rappresenta il primo passo verso la riconquista dell’Eliseo, perso due anni e mezzo fa contro Hollande, e ritornato contendibile alla luce della vasta impopolarità del presidente socialista. La vittoria alle presidenziali 2017 di Sarkozy appare però molto difficile, alla luce di quanto successo in queste settimane di campagna congressuale. L’ex presidente ha conquistato la guida dell’Ump, un successo scontato, con un risultato decisamente inferiore rispetto alle aspettative. Sarkozy ha ottenuto circa il 64% delle preferenze, nonostante abbia corso contro due candidati minori come Bruno Le Maire e Hervé Mariton. L’obiettivo del fronte di Sarkò era ottenere l’80%, una percentuale simile all’85% con cui conquistò l’Ump nel 2004, e il mancato raggiungimento dell’agognato plebiscito rappresenta un passo falso per il nuovo leader del centrodestra francese.

Sarà a sorpresa Klaus Iohannis, il candidato conservatore di origini tedesche, il nuovo presidente della Romania. In tarda serata infatti, nel pieno dello scrutinio delle schede del ballottaggio, il premier socialdemocratico Victor Ponta, dato favorito alla vigilia, ha ammesso la sconfitta, quando tutti gli exit poll – dopo un serrato testa a testa – lo davano ormai perdente di almeno un punto e mezzo. «Ho chiamato il signor Iohannis per congratularmi della sua vittoria. Il popolo ha sempre ragione», ha detto inaspettatamente Ponta, citato dai media a Bucarest. L’annuncio ha destato una certa sorpresa, considerando che la commissione elettorale non ha ancora diffuso dati ufficiali sullo scrutinio reale delle schede. Ma evidentemente il premier si è subito reso conto della piega negativa che aveva preso per lui la serata elettorale. Senza poi tener conto dei tanti voti dei romeni all’estero, che tradizionalmente vanno a beneficio dei candidati conservatori. Così era avvenuto nelle presidenziali di cinque anni fa, quando era stato proprio il voto della diaspora a garantire il secondo mandato di Traian Basescu, il capo di stato uscente che non si poteva più candidare dopo due mandati consecutivi.

Lituania, Dalia Grybauskaitė rieletta presidente

Dalia Grybauskaitė

Come largamente previsto la presidente lituana Dalia Grybauskaitė ha ottenuto la riconferma alla presidenza del paese  baltico dopo il secondo turno di ballottaggio svoltosi domenica scorsa. La Grybauskaitė ha ottenuto il 54%, sconfiggendo il rivale Zigmantas Balčytis fermatosi al 43%. Nel primo turno la Grybauskaitė aveva ottenuto il 45,8% dei voti, sufficiente per staccare nettamente gli altri candidati ma non abbastanza per scongiurare il ballottaggio, a cui è arrivata insieme al candidato socialdemocratico. La Grybauskaitė secondo le analisi dei politologi lituani ha ottenuto la riconferma grazie soprattutto alla sua personalità e alla sua politica internazionale. Molto importante in questo senso è stato anche il semestre di presidenza europeo della Lituania, che ha permesso alla Grybauskaitė di avere una forte esposizione mediatica non solo a livello nazionale ma anche internazionale.

Regno (ancora) Unito

Regno (ancora) Unito

La Scozia ha detto no all’indipendenza. A deciderlo il 55,42% degli elettori che con il “no” hanno lasciato a bocca asciutta gli indipendentisti, con il loro 44,58% di “sì”. La scelta è stata di massa, in quanto oltre l’85% degli scozzesi si è recato nei seggi a votare. La notizia di una sconfitta era iniziata a circolare già nella notte ma si era fatta sempre più concreta dopo gli scrutini della capitale Edimburgo e della città scozzese più grande, Glasgow. A poco sono servite le campagne cariche di patriottismo, la passione di coloro che vedevano davanti a sé l’occasione della vita. Il terrore di un futuro incerto ha avuto la meglio.  «Accettiamo la vittoria del no. Riconosciamo la scelta democratica degli scozzesi», ha detto stamattina Alex Salmond, vero sconfitto delle urne, parlando a Edimburgo. Solo una cosa gli resta a cuore e cioè che «si onorino lo promesse. Lo chiedano tutti gli scozzesi». Gli unionisti hanno vinto e sopratutto ha vinto il loro portavoce, David Cameron che stamattina ha parlato davanti a Downing Street dopo l’esito del referendum in Scozia.  «È il tempo per il nostro Regno Unito di andare avanti. La questione ora è stata risolta per una generazione o, come ha detto Salmond, per una vita», ha dichiarato il primo ministro britannico. «Rispetteremo le promesse fatte alla Scozia in pieno», ha detto per placare gli animi, assicurando agli scozzesi che «avranno più poteri sulla gestione dei loro affari, e ugualmente varrà per gli abitanti di Inghilterra, Galles e Irlanda del nord». «Gli scozzesi hanno mantenuto unito il nostro Paese formato da quattro nazioni e come milioni di altre persone sono felicissimo. La vittoria del “no” in Scozia – ha infine concluso il Primo Ministro britannico – rafforza la nostra nazione. Insieme siamo migliori».

Referendum sull'indipendenza della Catalogna: votano solo gli indipendentisti

Referendum sull’indipendenza della Catalogna: votano solo gli indipendentisti

Per il referendum sull’indipendenza della Catalogna solo un terzo dei votanti si è recato alle urne: circa due milioni di persone. Dall’altra il 80,72% di chi ha votato ha scelto pr l’indipendenza della Catalogna. Per l’esattezza le domande poste erano due: la prima riguardava l’ipotesi di dare alla Catalogna lo statuto di nazione, la seconda se concederle l’indipendenza. L’alta percentuale di sì si spiega con il fatto che a mobilitarsi sono stati quasi esclusivamente gli indipendentisti. I recenti sondaggi danno indipendentisti e lealisti sul filo del rasoio, intorno al 50% ciascuno. In un’atmosfera pacifica e senza incidenti la Catalogna ha votato oggi in urne di cartone per il suo sogno indipendentista, sfidando il divieto della Corte costituzionale e la minaccia dell’arresto dei presidenti dei seggi, in una consultazione simbolica, che vuole essere l’anticipo di quella legale. «Ci siamo guadagnati sul campo il diritto a un referendum definitivo», ha detto il presidente catalano Artur Mas (CiU), assumendosi la «responsabilità legale» dell’intero processo partecipativo, fra l’entusiasmo alle stelle del popolo indipendentista, che lo ha accolto alla Escola Pia, dove ha depositato nelle urne il suo doppio `sì´: sì alla Catalogna come stato, sì a uno stato indipendente.

Sono ormai tanti gli stati che riconoscono la Palestina

Stati che riconoscono la Palestina

Due Parlamenti euromediterranei si pronunciano per il riconoscimento dello Stato di Palestina. Dopo la Spagna, è ora la volta della Francia. L’Assemblea nazionale francese ha approvato la mozione che chiede al governo di riconoscere lo Stato della Palestina, con 339 voti favorevoli, 151 contrari e 16 astensioni. Il testo non ha valore vincolante per il governo, ma la sua valenza politica è indubitabile, tanto più che questo pronunciamento avviene a poche settimane da quelli, di analogo segno, espressi dal Parlamento spagnolo e prim’ancora da quello britannico. Ancora più avanti si è spinto il governo svedese che ha riconosciuto ufficialmente lo Stato di Palestina. Il testo approvato dal Parlamento francese “invita il governo francese a fare del riconoscimento dello Stato della Palestina uno strumento per ottenere una soluzione definitiva del conflitto”.Il ministro degli Esteri israeliano, Avigdor Lieberman, ha convocato l’ambasciatore svedese a Tel Aviv, Carl Magnus Nesser, dopo che il nuovo premier di Stoccolma, Stefan Lofven, aveva annunciato che la Svezia sarà il primo paese europeo a riconoscere lo Stato palestinese. Lo ha reso noto questa mattina il servizio stampa di Lieberman, secondo cui la decisione svedese mostra come Lofven non abbia ancora “compreso che chi ha costituito negli ultimi venti anni un ostacolo tra gli israeliani e i palestinesi sono proprio questi ultimi”. La dichiarazione di Lofven era stata invece apprezzata dalla presidente del partito di sinistra Meretz, Zahava Gal-On, secondo cui la posizione di Stoccolma potrebbe creare “un effetto a catena che porti il resto degli Stati dell’Unione europea a riconoscere lo Stato palestinese”. In quel caso, secondo Gal-On, “Israele potrebbe tenere un tipo diverso di negoziati, tra governo e governo, atto a raggiungere una soluzione comprensiva”. La mappa dei paesi che riconoscono la Palestina (in verde) è sorprendente: i paesi che non lo hanno fatto (in grigio) sono per la stragrande maggioranza dei paesi occidentali. Per il primo ministro socialdemocratico Stefan Lofven, solo il reciproco riconoscimento dei due Stati, Israele e Palestina, porterà ad una coesistenza pacifica. E gli stati devono assumere un ruolo guida e dare l’esempio riconoscendoli entrambi. La Svezia, che ha una vasta comunità palestinese, ha preso l’iniziativa in un momento in cui gli sforzi di decenni per cercare di risolvere il conflitto israelo-palestinese sembrano in completo stallo.

La Croazia si è unita oggi ai Paesi che riconoscono le unioni civili tra le coppie dello stesso sesso, garantendo alle coppie gay e lesbiche tutti i diritti delle coppie sposate, con l’eccezione dell’adozione dei figli, e definendo queste unioni come una forma di vita famigliare. Il Parlamento di Zagabria ha approvato oggi con 89 voti a favore, giunti dai banchi dei partiti di centro-sinistra e liberali che formano la coalizione di governo la Legge sulle unioni civili tra le coppie omosessuali, modellata in maggior parte su quella tedesca. Contro hanno votato 16 deputati di destra e centro-destra, che non si oppongono alla necessità di regolare le coppie omosessuali, ma considerano questa legge troppo liberale. I rappresentati delle organizzazioni per i diritti LGBT, presenti nella galleria dell’aula parlamentare, hanno gioito al momento della votazione. “Questo a lungo atteso riconoscimento giuridico delle nostre unioni significa che tutte le forme di famiglia sono uguali, che meritano di vivere in un ambiente sicuro e felice e che la dignità di ogni persona, a prescindere dal suo orientamento sessuale è inalienabile”, ha detto all’Ansa il leader del movimento gay in Croazia, Marko Jurcic.

La nuova europa

Ed Miliband, Matteo Renzi, Manuel Valls e Pedro Sanchez

Matteo Renzi rilancia l’asse con la Spagna e i socialisti europei iniziando con un “Hola”. Un modo giovanile per dare il benvenuto al neo segretario Pedro Sanchez, 42 anni, poco più grande dello stesso premier. Niente tappa in Spagna per Renzi ma un videomessaggio inviato al congresso straordinario del partito socialista spagnolo (Psoe) invitando a “cambiare l’Europa” e a “cambiare il futuro della Spagna”. “Se saremo uniti, saremo tutti più forti”, ha aggiunto Renzi ribadendo che bisogna “recuperare la bellezza della politica, non solo rigore e austerità. L’Europa della crisi ha creato in alcuni stati occidentali alcuni leader progressisti che qui in Italia chiameremmo “rottamatori” e che stanno cercando di cambiare prima il modo di raggionare del proprio partito per poi cercare di farlo anche con il proprio paese. Il primo è stato Ed Milliband, che è riuscito a prendere la guida dei laburisti inglesi nel 2010, dopo le elezioni perse da Gordon Brown e che ha vinto le elezioni interne per la guida del partito con il fratello David (che da quel momento ha abbandonato la politica). Matteo Renzi è stato il primo dei quattro ad arrivare al governo, oltre che alla guida del proprio partito. Ed è anche a lui che si deve il termine “rottamatori”. In Europa si sono accorti di lui; ma il suo compito rimane molto difficile. Manuel Valls è diventato premier francese (ma non segretario del Ps) a inizio anno dopo una pesante sconfitta del Ps a un turno amministrativo; con il tentativo di cambiare rotta in modo recuperare per le imminenti elezioni europee (cosa non riuscita). I media francesi lo paragonano a Renzi. Pedro Sanchez è l’ultimo arrivato nel club ed è appena diventato segretario di un Psoe in fortissima crisi di consensi, come non era mai capitato e alle prese con l’ennesima sconfitta politica alle ultime europee nonostante sia all’opposizione in questo momento di forte crisi economica. A Sanchez toccherà cercare di sconfiggere Rojoy alle prossime politiche. Ha dichiarato che si ispira all’ex premier spagnolo Felipe Gonzales e proprio a Matteo Renzi.

La crisi economica

Mario Draghi, Matteo Renzi, Francois Hollande, Angela Merkel

L’articolo dell’Economist dal titolo “Quella sensazione di affondare (ancora)” riguarda la crisi economica che affligge l’Eurozona e raffigura la situazione come l’immagine qui accanto. L’unico giudicato bene è Mario Draghi che a poppa cerca disperatamente di svuotare lo scafo dall’acqua che lo sta sommergendo. Davanti a lui un piccolo Matteo Renzi-figlio che mangia il gelato e davanti il duo Hollande-Merkel genitori che scruta l’orizzonte e che non fa niente per migliorare la situazione. Il settimanale economico spiega che “l’euro potrebbe essere condannato” se i leader dei maggiori Paesi “non riusciranno a trovare il modo di rimettere a galla l’economia”. Quanto a Draghi, “nonostante i suoi sforzi la politica monetaria e fiscale è troppo restrittiva”.  “Se Germania, Francia e Italia non riusciranno a trovare il modo di rimettere a galla l’economia dell’Europa, l’euro potrebbe essere condannato”, avvisa il giornale britannico. “Le cause profonde dei nuovi malanni dell’Europa sono tre problemi ben noti e correlati” scrive l’Economist, riferendosi alla mancanza di leader con il “coraggio per le riforme”, ad un’opinione pubblica ancora non “convinta della necessità di cambiamenti radicali e ad un “sistema monetario e di bilancio troppo rigido”. Mali che vengono “drammaticamente rappresentanti dalla Francia” di Francois Hollande, scrive l’Economist, che ha parole molto severe per il presidente francese. Mentre concede ancora un’apertura di credito a “Renzi che ha coraggiosamente spinto per drastiche riforme”, pur “ancora comunque da portare a termine”.

E’ un fenomeno preoccupante quello degli occidentali che vanno a combattere per l’Isis e che sono in prima fila quando c’è da sgozzare qualche ostaggio. Perché rispetto ai tempi di Osama Bin Laden e delle Torri Gemelle, l’Isis sembra avere una maggiore capacità d’attrazione dei giovani musulmani che vivono nelle città europee ed americane. Un fenomeno molto limitato, assolutamente marginale rispetto alla grande massa di fedeli islamici, ma da non sottovalutare. Frustrazione sociale e personale, mancata integrazione, ricerca di un’identità forte, necessità di trovare un proprio ruolo esistenziale: sono questi motivi che hanno spinto questi giovani occidentali ad abbracciare la causa dell’Isis. Compresi i ragazzi americani. Alcuni dei quali sono stati fermati prima di unirsi ai miliziani islamici in Siria. Il paese da cui provengono più combattenti stranieri in rapporto al numero degli abitanti è il Belgio: a fronte di una popolazione di circa 11 milioni di persone, 250 sono andate in Siria per unirsi ai ribelli. Più di venti persone su un milione. Secondo un esperto contattato dall’Economist, nonostante la relativa bassa percentuale di combattenti sulla base della popolazione, il Regno Unito «resta il centro di gravità per le reti jihadiste europee». L’Economist scrive anche che Londra, negli anni Novanta, «fu un rifugio per molti estremisti, inclusi molti islamisti». La prima tappa per molti aspiranti combattenti è Istanbul, da dove partono diversi voli interni per città vicine al confine siriano (alcuni persone che abitano nelle vicinanze hanno soprannominato questi voli “jihadi express”). Da lì, molti aspettano in alcuni centri la possibilità di entrare in Siria di nascosto oppure utilizzando delle false carte di identità siriane.

Man mano che le guerre in Medio Oriente vanno avanti, il mediterraneo diventa sempre più territorio di sbarchi e molto spesso anche di morti. Ormai non è interessata solo Lampedusa; ma tutta la Sicilia, la Calabria, la Puglia. In realtà è interessata l’intera Italia, poichè i clandestini (sopratutto siriani ed eritrei) vengono salvati e distribuiti su tutto il territorio nazionale. Ad oggi sono 53.243 gli immigrati accolti nelle strutture temporanee, nei centri governativi e nella rete Sprar (dati Viminale). È la Sicilia a sobbarcarsi il peso maggiore con il 28% di presenze. Poi Lazio (13%), Puglia (11%), Calabria (8%) e Lombardia(7%). Il ministro degli esteri Angelino Alfano in un question time alla Camera ha tenuto a precisare che: “Dall’inizio dell’operazione ‘Mare Nostrum’ sono state 499 le persone decedute rinvenute. Dalle dichiarazioni dei superstiti sarebbero 1446 i dispersi. Sono inoltre 91 mila le persone messe in salvo dall’inizio della missione. Da quando abbiamo iniziato l’operazione sono stati arrestati oltre 500 scafisti, mercanti di morte”. Qui in Italia la Lega Nord e il suo segretario Matteo Salvini hanno fatto del tema dell’immigrazione il loro cavallo di battaglia sostenendo che è necessario combastterla e che casomai bisognerebbe aiutarli a casa loro. Una critica pesante è anche sul fatto che molti immigrati preferiscono arrivare in Italia anzichè in altri paesi (a esempio Malta) perchè qui ricevono più assistenza. Salvini sembra non aver dubbi: ” Vogliamo andare in Italia dicono. E ci credo, in Europa non ci sono altri pirla che li mettono in alberghi a 3 stelle per dei mesi, a spese di tutti i cittadini”.

Fn e Lega pagati dal Cremlino?

Matteo Salvini e Marine Le Pen

La Russia finanzia i partiti nazionalisti che vogliono destabilizzare l’Ue proprio per farla scoppiare e  quindi ripristinare la sua influenza sui paesi vicini. Se il vero scontro è con gli Usa, in rrealtà sono lontani. Sono l’Ue, l’Euro e i dazi a cui è sottoposta l’economia Russa a dare fastidio a Putin. Da quando è scoppiato l’affare ucraina si è avviato un percorso di non ritorno. I 9 milioni di euro concessi alla Le Pen, attraverso una banca ceco-russa sono frutto di una ben più lunga intesa politica che risale addirittura al padre Jean-Marie. E anche del fatto che Mosca ritiene la Francia assai più ostile dell’Italia dove, sotto sotto, nemmeno il governo in carica viene ritenuto visceralmente anti russo come “il perfido Hollande”. Ma la speranza che prima o poi aiuti in denaro possano arrivare in qualche modo da Mosca è rimane accesa nel clan di Salvini. Lui stesso conferma: “Noi facciamo un appello politico a tutto il mondo e ogni aiuto è ben accetto, anche perché abbiamo 70 dipendenti in cassa integrazione”. Ma precisa: “Finora non è arrivato né un rublo né un euro. E non ci interessa chiederlo. Il nostro appoggio alla Russia è totalmente disinteressato”.  Marine Le Pen dice che la politica costa e nessuna banca francese ha voluto sostenerli e in previsione delle presidenziali dell’anno prossimo si devono riorganizzare anche economicamente. Comunque affrema che restuitirà fino all’ultimo rublo. Un po’ per amore del vecchio metodo sovietico, un po’ per ripicca contro gli Usa che starebbero facendo altrettanto, Putin ha deciso di sostenere, accreditare e perfino finanziare una lista di partiti che in qualche modo possano creare problemi ai cosiddetti “governi ostili” e scompiglio nelle politiche dell’Unione europea. Come? Il canale bancario – come è successo con la Le Pen – resta in teoria la strada più semplice e trasparente. La moral suasion del Cremlino, nel settore, è altissima. Cinque istituti di credito sono finiti nella lista delle sanzioni Ue e Usa.

Alexis Tsipras

Alexis Tsipras

La crisi finanziaria che si è abbattuta in Europa a partire dal 2008 ha colpito duramente sopratutto i Piigs; ma di tutti questi è stata sopratutto la Grecia a subire le conseguenze più dure dell’austerity imposta dalla troika. A causa di questi sconvolgimenti socio-economici, a partire dal 2012 anche il mpanorama politico greco è profondamente cambiato. Prima della crisi c’erano due partiti che si alternavano periodicamente al potere; Nuova Democrazia (di centrodestra) e il Pasok (di centrosinistra). La crisi ha portato ND a perdere consensi, ma il Pasok addirittura a crollare. Mentre sopratutto due nuove realtà si sono fatte avanti: i neo nazisti di Alba Dorata e Syriza di Alexis Tsipras che con le elezioni europee del 2014 è addirittura diventato il primo partito greco.

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