Centrosinistra

Pdci diventa Partito Comunista d’Italia

PCdI

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C’era una volta il Partito Comunista d’Italia di Antonio Gramsci, nato a Livorno da una scissione del Psi nel 1921 e che nel 1943 si trasformò in Pci. Da oggi il “Partito Comunista d’Italia” torna ad esistere. Grazie al cambio di denominazione deciso dal Pdci, il partito fino a due anni fa guidato dall’ex ministro della Giustizia Oliviero Diliberto.

“I componenti del comitato centrale – si legge nel documento varato dall’attuale segretario Cesare Procaccini – consapevoli della necessità del contributo dei Comunisti Italiani, ma anche della sua insufficienza, hanno assunto la decisione di partecipare a tale processo dando  vita al  Partito Comunista d’Italia, quale evoluzione dell’esperienza del PdCI e scelta a ciò funzionale”. Insomma, un restyling all’insegna del vintage. “La scelta compiuta non è la chiusura di un’ esperienza, bensì il suo rilancio in direzione di una soggettività comunista più grande”, è questa perlomeno la speranza dei vertici dell’ormai ex Pdci.

In realtà le vicende del partito nato da una scissione “da destra” di Rifondazione – era il 1998, Fausto Bertinotti voleva rompere con il primo governo Prodi, Armando Cossuta no – non hanno avuto molta fortuna negli ultimi anni. Da dopo il disastro della Sinistra Arcobaleno (2008), il Pdci non è più riuscito ad eleggere alcun deputato. Dei 43mila iscritti del 2006 (massimo storico) ne sono rimasti poco meno di 10mila.

Il “grande capo” Cossutta, storico leader filosovietico del Pci, ha smesso di rinnovare la tessera anni fa. Mentre Diliberto si è sostanzialmente ritirato dalla vita politica. Un altro dei volti noti dell’allora Pdci di lotta e di governo, Marco Rizzo, ha invece fondato un altro partito, il cui nome non ha lasciato molto spazio alla fantasia: “Partito Comunista”.

Il simbolo del vecchio-nuovo Pcd’I è identico a quello del Pci, ma bisognerà vedere se davvero gli “eredi” avranno il permesso di utilizzarlo ufficialmente. Si narra che all’epoca della scissione dal Prc l’allora leader dei Ds Massimo D’Alema ci mise lo zampino e ai vecchi compagni concesse l’utilizzo della falce e martello disegnata da Renato Guttuso. Quella odierna sembra un’operazione dal forte sapore nostalgico, ma di sicuro la concorrenza non manca: in Italia, ad oggi, le sigle che si rifanno al comunismo sono almeno undici.

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