Musica

“In Cile veritas”: i tormenti del difficult second album

Il Cile

Il Cile è nome d’arte ma anche riduzione del cognome di Lorenzo Cilembrini, cantautore trentenne di Arezzo nato intorno al mondo dei Negrita, storia segnata di due fatti non da poco: primo, si è sudato il debutto e la considerazione fuori dal circuito dei talent show (cosa ormai rarissima), e poi nel 2013, fra i giovani di Sanremo, si è guadagnato il premio per il miglior testo, con il presidente della giuria di qualità Nicola Piovani che ne tesseva personalmente le lodi. Siamo così mal abituati con i testi delle canzoni giovanili, che ci stupiamo se uno sa (e il Cile sa) maneggiare con abilità parole, e declinare sentimenti. «Cemento armato», la canzone che lo aveva fatto conoscere, di virulenta efficacia, era un manifesto generazionale. Dev’essere un vizio, visto che l’artista non solo ha nel frattempo scritto un libro («Ho smesso tutto») ma si nota coazione a ripetere nel “difficult second album” uscito ieri, lo spigoloso e tormentato «In Cile veritas», un flusso di coscienza che è una sfida ai testi paludati cantati nel mondo giovanile: qui esplode tutta la verità, ingombrante, in forma di ballads inquiete e spezzate.
Il Cile, tra l’altro, è tormentato di suo: «Non è che sia stata una passeggiata, questo album – confessa sorridendo – la naturalezza del primo, “Siamo morti a vent’anni”, era diversa». Ma intanto è interessante l’accorata «Liberi di vivere», altro manifesto («liberi di vivere anche senza le istruzioni, liberi di vivere sull’alcol versato»). Il riferimento a «Liberi liberi» di Vasco è cercato: «Invidio – positivamente – Vasco, ma anche dopo di lui c’è voglia di rivalsa, la speranza è necessaria». Ci mancherebbe.
Racconta che dopo «Siamo morti a vent’anni» ha passato le sue: «C’è stata una lotta con i miei demoni. Crisi interiore, lotta con i miei vizi. Mi son trovato catapultato in questo lavoro, da emergente che non ha avuto facilità d’ingresso. Non mi piace essere la parodia di me stesso, il mio è un percorso molto di alti e bassi violenti». E’ pronto per andare avanti, con l’aiuto di Barbacci, produttore suo e dei Negrita: «Siamo gente che fa questo lavoro con il cuore, mai a tavolino». A Sanremo non aveva l’aria felice… «le competizioni sono tritacarne, devi cercare di sopravvivere. Quando pensavo a Tenco, capivo perché una persona può arrivare a impazzire. Però sarei in grado di riprovarci».
Chi è il suo fan-tipo? «Ho percepito un sacco di dolcezza nelle persone che mi han detto: “mi sono lavato il dolore ascoltando il tuo dolore”. E’ rischioso accettarlo, ma il mio è un lavoro che fai per te e per loro». Le donne? Arrossisce: «Con loro ho un rapporto complicato, sono uno che ama all’infinito e all’infinito potrei odiare».
Da toscano a toscano, cosa pensa di Renzi? «Fra toscani c’è idiosincrasia. Non credo nella politica da un sacco di tempo. Ho avuto una vita di alti e bassi, ho studiato al DAMS e fatto lavori non piacevoli come l’operaio in ospedale. Credo più nella società che nella politica. L’unica cosa che posso dire, di Renzi, è che è giovane, ed è già qualcosa».

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