Musica

Il museo della musica

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Il museo della musica

Molti rapper si somigliano: per tematiche, look, metriche ma nessun rapper assomiglia a Caparezza. Questo ė sicuramente un indiscutibile merito dell’artista pugliese che, a parte un lontanissimo e incolore esordio, Sanremo incluso, con il nome d’arte di Mikimix (periodo ripudiato dallo stesso cantante) ha poi saputo costruire una carriera molto creativa dimostrando non solo una padronanza non indifferente degli incastri metrici ma anche di saper essere un cantore sempre a fuoco degli eventi del nostro paese (“Eroe”,”Non siete Stato voi”,”Inno verdano”,”Felici ma trimoni”,”Nessuna razza” sono solo 5 esempi random in materia che vi invito a scoprire o riscoprire della passata discografia) con una costante originalità di approccio. Altra medaglia al valore caparezziano è senza dubbio rappresentata dal costante e sapiente uso dell’ironia in una scena, quella rap, che tende molto spesso a prendersi troppo sul serio.

Degli ultimi quattro cd di Capa, tre sono concept album. L’idea traino probabilmente favorisce l’estro compositivo del cantante di Molfetta ma finisce forse per recintare e condizionare un po’ la composizione. In questo disco poi il tema scelto è particolarmente complesso: l’arte. Si parla di arte e di artisti nei pezzi, ogni canzone viene associata ad un quadro famoso e via di questo passo. Ma se questo comporta un voler alzare notevolmente l’asticella da una parte, (e va subito detto che la qualità della scrittura regge bene la sfida) dall’altra si richiede anche all’ascoltatore di essere qualcosa di migliore da sé, gli si danno i compiti a casa per capire appieno il disco.

Capa da anni fa spallucce al messaggio forte e chiaro che gli è arrivato dalla sua più grande hit, quel “Fuori dal tunnel” il cui successo è stato decretato proprio da chi in quel brano lui sagacemente criticava. Quella massa che, nell’estate di 10 anni fa, si accalcava felice in discoteca cantando a squarciagola il suo ritornello non aveva prestato la minima attenzione alle parole del testo “A te che spendi stipendi stipato in posti stupendi…succubi di bit orrendi”. Se, un orecchio allenato al rap come il mio necessita spesso di un quarto, quinto o sesto ascolto, magari pure con testo davanti e google aperto per cogliere lo sciame di citazioni e incastri del nostro, cosa può arrivare all’ascoltatore medio, quello che la musica l’ascolta mentre sta guidando magari pure tra un colpo di clacson e una bestemmia per una precedenza non concessa? Non è che costruire tre volte su quattro un intero album su un tema guida sia chiedere troppo alle orecchie del fan caparezzico? Qui non si tratta di far scoprire Siddartha a truppe di 15enni senza un libro letto alle spalle perché Jovanotti ne parla in un brano e in due interviste. Qui si spazia da Van Gogh alla merda d’artista di Manzoni passando dal vicino di casa di Dante di cui vi sfido a ricordarvi il nome senza aprire la Divina Commedia o, per l’appunto, Google. Forse Michele Salvemini (vero nome del cantante), considererà un successo avvicinare anche solo poche persone ad un museo o incuriosire qualcuno a domandarsi “Ma chi è il tizio di cui parla in sta canzone?”. Ma il vero successo non è riuscire a portare il proprio pensiero ad una platea più vasta possibile?

“Fuori dal tunnel” insegna che sarebbe già bello far arrivare a capire i più che si parla di qualcuno o di qualcosa in un testo. Perché si ascolta distrattamente, perché il Rap è complesso e quello di Capa lo è particolarmente, perché di una canzone normalmente rimane il ritornello e quando va bene uno o due passaggi particolarmente riusciti. Al contempo però tanto di cappello davanti ad un artista che non cerca mai il motivetto vincente e qualche rima d’effetto. Certo, da qui all’Edipo Enciclopedico c’è un’ampia terra di mezzo ma sono punti di vista. Un po’come per un cuoco stellato passare dal disquisire di dettagli in un piatto di alta cucina prossimo alla perfezione che lui assaggia quasi disgustato e poi vedere lo stesso cuoco non batter ciglio nel promuovere un formaggino o una patatina industriale (ops!).

Lo chef Capa sforna 19 pietanze, alcune eccezionali (“Come Van Gogh” è un riuscitissimo parallelismo tra la follia del pittore fiammingo e la vacuità di molti ragazzi, chi è il pazzo tra i due? “China Town”da leggersi all’italiana in quanto parliamo di inchiostro, la china, e non della nazione con il prodotto interno lordo da guiness. Il brano è una intensa ballad, la prima mai fatta da Caparezza che può trovare orecchie anche fuori dal suo abituale circuito), altre molto buone(“Fai da tela” il brano preferito dal cantante che ricorda nella tematica l’ intensissima “Autodafé” di un altro rapper di lungo corso, Frankie Hi Nrg, “Teste di Modì” che racconta in rima, a distanza di trent’anni, un caso di cui parlò tutta l’Italia) , una rivisitazione vincente di una ricetta del recente passato (“Cover” riprende l’idea applicata ai film in “Kevin Spacey” e la ripropone con tema le copertine dei dischi, trovare tutte le citazioni non è gioco facile, provateci)un apetizer, un ammazza caffè e molte altre portate a completare il lauto pasto. Da un punto di vista musicale, “Museica” spazia in una quantità di generi spiazzante: dai suoni tzigani di “Non me lo posso permettere” al pianoforte classico di “China town” al metal di “Argenti vive”, al beat dei sixties di “Giotto beat” e ancora intro di sax, techno, rock, elettro punk, reggae… Un disco barocco per quantità di idee e suoni che si sono voluti stipare dentro, chiamato alla non scontata prova del nove del suo pubblico.In tutto questo Caparezza non rinnega il suo stile fatto di riferimenti politici, critiche feroci al nostro mondo attraverso un largo uso dell’ironia ma vi aggiunge il fil rouge dell’arte. Peace and Louvre.

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