Ambiente

A tre anni dal disastro di Fukushima

A tre anni dal disastro di Fukushima

A tre anni dal disastro di Fukushima

Cosa è successo a tre anni dall’incidenrte di Fukushima. E’ cambiato qualcosa nella gestione del nucleare dei vari paesi. Cosa è prevalsa: la paura, la tecnologia o l’ambientalismo? Ecco la panoramica dei principali paesi e come hanno gestito la problematica nel loro territorio.

Giappone. A metà maggio 2011, il primo ministro giapponese, viste anche le continue notizie negative sul fronte della soluzione del disastro, ha deciso di abbandonare i piani per la costruzione di 14 nuovi reattori a fissione. Il 14 giugno 2011, il ministro dell’Industria Giapponese, Banri Kaieda, commentando il risultato del referendum italiano del giorno precedente, ha ricordato che l’energia nucleare “continuerà a essere uno dei quattro importanti pilastri della politica energetica del Giappone, come ha detto di recente anche il premier Naoto Kan nell’ambito del G8. Al 5 maggio 2012, tutti i 54 reattori presenti nel Paese erano fermi, ma dopo nove giorni ne sono stati riattivati due. Al 2014 sono attivi in Giappone 48 reattori nucleari e due nuovi reattori sono in costruzione. È inoltre in programma la costruzione di 9 ulteriori reattori.

Cina. Nei giorni immediatamente seguenti all’incidente di Fukushima, ha sospeso l’autorizzazione alla realizzazione di 26 nuovi impianti nucleari, per verificare i criteri di sicurezza previsti e ha deciso di effettuare una revisione straordinaria della sicurezza dei siti già esistenti e funzionanti. Comunque, nelle settimane successive, fonti ufficiali hanno comunicato che le verifiche hanno dato esito positivo e che la Cina continuerà nella costruzione di centrali nucleari come fonte di energia elettrica a basse emissioni di CO2 e che il programma nucleare non sarà abbandonato per la paura dei rischi connessi. È previsto che la Cina appronterà altri 50 reattori nucleari oltre ai 27 già tutt’oggi in costruzione.

Francia. Il presidente Nicolas Sarkozy ha dichiarato a marzo di non avere timori perché «le centrali francesi sono le più sicure al mondo».

Germania. Nell’immediato, il Governo di Angela Merkel ha deciso di sospendere la decisione, presa l’anno precedente, di prolungare la vita di alcune centrali. Inoltre, i sette reattori più vecchi, costruiti prima degli anni ottanta, sono stati fermati e sottoposti a una moratoria di tre mesi. Il 30 maggio 2011 l’esecutivo tedesco ha poi stabilito di uscire dall’elettro-generazione da fonte nucleare nel 2022 (decisione ratificata in seguito da una legge approvata dai due rami del Parlamento di Berlino), cominciando col fermare gli otto reattori più vecchi il 6 agosto 2011 e prevedendo di chiuderne altri sei entro la fine del 2011 (cosa poi non avvenuta) e i restanti tre entro il 2022. L’obiettivo era di coprire questa quota di produzione sia tramite una ottimizzazione e riduzione dei consumi del 10% entro il 2020, sia aumentando la produzione da rinnovabili. A metà giugno 2011 però, la cancelliera Angela Merkel, durante l’audizione al Bundestag per la presentazione del pacchetto energia, ha dichiarato che, per garantire la sicurezza energetica nel prossimo decennio, la Germania avrà bisogno di almeno 10 GW, e preferibilmente fino a 20 GW, di capacità incrementale (addizionale ai 10 GW già in costruzione o progettati e previsti di entrare in esercizio nel 2013) da impianti a combustibili fossili (a carbone e a gas naturale). Dal punto di vista industriale, la Siemens sta valutando l’uscita dal settore nucleare, avendo già sciolto la partnership con la francese AREVA (consorzio CARSIB) per la costruzione dei reattori EPR e rimettendo in discussione l’alleanza con la russa Rosatom siglata due anni fa.

Indonesia. Il governo ha annunciato che, nonostante un elevatissimo rischio sismico, non avrebbe modificato il suo programma nucleare.

Italia. Inizialmente il ministro dell’ambiente, Stefania Prestigiacomo, aveva dichiarato che «la linea del Governo sul nucleare non cambia». Il 23 marzo però il Governo Berlusconi IV deliberava una moratoria di un anno sul programma nucleare italiano e il 31 marzo 2011 abrogava le disposizioni di legge approvate nel biennio 2008-2010 con le quali era stato deliberato di ritornare a edificare impianti atomici sul proprio territorio e sulle quali era pendente un referendum abrogativo tenutosi ugualmente il 12 e il 13 giugno 2011, che ha visto la popolazione esprimersi per la cancellazione delle norme che avrebbero consentito la produzione di energia elettrica nucleare sul territorio nazionale.

Usa. Nonostante le richieste di alcuni esponenti del suo stesso partito, il presidente Barack Obama ha negato che l’incidente giapponese rallenterà la ripresa nucleare americana, aggiungendo che le centrali americane sono sicure.

Svizzera. Dopo l’incidente l’Ufficio federale dell’energia ha annunciato la sospensione del nuovo programma nucleare al fine di riesaminare e modificare gli standard di sicurezza. Il 22 marzo 2011, il Parlamento cantonale di Argovia ha bocciato la richiesta del Partito Socialista Svizzero e del Partito Ecologista Svizzero di sottoporre alle camere federali un’iniziativa per l’uscita dal nucleare in concomitanza con gli eventi giapponesi. Tuttavia, il 25 maggio 2011, il Consiglio federale svizzero ha proposto l’abbandono graduale della fonte nucleare attraverso il blocco della costruzione di nuovi reattori e la conferma del calendario di chiusura (tra il 2019 e il 2034) delle centrali attualmente attive. La decisione finale in merito è stata presa il 6 dicembre 2011 dalla camera bassa del Parlamento svizzero che, tramite tre mozioni, ha chiesto che non venga autorizzata la costruzione di nuove centrali pur non vietando in alcun modo l’uso nel Paese della tecnologia nucleare. In caso di futuro cambiamento d’indirizzo non sarà dunque necessaria una modifica di legislazione ma solo un provvedimento amministrativo (sotto forma di una nuova mozione) per rimanere nel settore.

Unione Europea. Günther Oettinger, commissario all’energia della Commissione europea, ha dichiarato il 15 marzo 2011: «dobbiamo anche porci la domanda se, in Europa, in futuro, potremo soddisfare i nostri bisogni energetici senza il nucleare». Nel marzo 2016, un rapporto della Commissione europea descrive l’energia nucleare come inevitabile e raccomanda investimenti dell’ordine di miliardi di euro per assicurare in futuro una sicura fonte di energia. Si chiede alle aziende elettriche massicci investimenti per la costruzione di nuove centrali nucleari. Le somme richieste ammontano intorno dai €450 miliardi ai €500 miliardi. Questo rapporto è la prima rassegna sulla economia del nucleare in Europa dopo il marzo 2011. Sempre secondo le stime della Commissione europea, almeno €45 miliardi a €50 miliardi sono necessari per ammodernare gli impianti esistenti, che altrimenti dovrebbero essere tutti sostituiti entro il 2050. Si suggerisce che molti operatori potranno allungare la vita operativa degli impianti ben oltre quanto progettato in origine. Il rapporto ha sollevato critiche da parte del Partito Verde tedesco: Rebecca Harms, co-direttore del Gruppo Verde nel Parlamento europeo sostiene, appoggiandosi ad uno studio contrastante, che: “La Commissione europea sta sottovalutando i costi e dipingendo un futuro roseo della industria nucleare.“. Questo secondo rapporto, argomenta che la Commissione europea sta sistematicamente sottostimando i costi di estensione della vita degli impianti nucleari, dello smaltimento delle scorie nucleari e della demolizione di alcune centrali. Nello stesso momento, prosegue questo secondo studio, la Commissione europea assume una elevata domanda di energia elettrica e così facendo arriva alla conclusione della necessità a continuare a mantenere in servizio vecchi e pericolosi reattori, oltre a costruire nuove centrali nucleari.

Altri paesi. Altre nazioni hanno annunciato che le vicende giapponesi saranno tenute in considerazione ai fini della sicurezza, ma che il programma nucleare non sarebbe cambiato. In molti Paesi già dotati di impianti nucleari è stato deciso intanto di rivedere le misure di sicurezza: è il caso dell’India e di Taiwan.

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