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[Storia] Il Partito Socialista Italiano durante la monarchia

Partito Socialista Italiano
Partito Socialista Italiano

In Italia la crescita del movimento operaio si delineò sulla fine del XIX secolo. Le prime organizzazioni di lavoratori furono le società di mutuo soccorso e le cooperative a fine solidaristico di tradizione mazziniana. La presenza in Italia dell’esponente anarchico Michail Bakunin dal 1864 al 1867 diede impulso alla nascita delle prime organizzazioni socialiste-anarchiche, ma aperte anche a istanze più generalmente democratiche e anche autonomiste. Nel 1872 nella Conferenza di Rimini venne costituita la Federazione italiana dell’Associazione internazionale dei lavoratori di ispirazione bakuninista. L’episodio di iniziativa anarco-socialista più noto fu nel 1877 il fallito tentativo di un gruppo di anarchici capeggiati da Errico Malatesta di far sollevare i contadini del Matese.

L’anima più moderata, guidata dal romagnolo Andrea Costa (che da un’iniziale adesione all’anarchismo era progressivamente passato al socialismo evoluzionista), sosteneva invece la necessità di incanalare le energie rivoluzionarie in un’organizzazione partitica disposta a competere alle elezioni. Tra i più convinti sostenitori di questa linea vi erano Enrico Bignami e Osvaldo Gnocchi-Viani, fondatori nel 1876 della Federazione Alta Italia dell’Associazione Internazionale dei Lavoratori e nel 1882 del Partito Operaio Italiano con la rivista La Plebe (di Lodi), alla quale poi si affiancarono altre pubblicazioni.

Nel 1879 Costa, uscito dal carcere, si trasferì a Lugano, in Svizzera. Qui scrisse la lettera intitolata «Ai miei amici di Romagna» in cui indicava la necessità di una svolta tattica del socialismo, che doveva passare dalla «propaganda per mezzo dei fatti» a un lavoro di diffusione di principi che non avrebbe presentato risultati immediati, ma avrebbe ripagato sul medio periodo. La lettera fu pubblicata nel numero 30 del 3 agosto 1879 de La Plebe.

La sua presa di posizione determinò nel movimento socialista italiano una prima separazione dei socialisti dagli anarchici. Nel 1881 Costa organizzò il Partito Socialista Rivoluzionario di Romagna, che sosteneva, fra l’altro, le lotte dei lavoratori, l’agitazione per riforme economiche e politiche, la partecipazione alle elezioni amministrative e politiche.

Il partito di Costa incontrò grandi difficoltà, ma grazie anche all’allargamento degli aventi diritto al voto sancito dalla nuova legge elettorale del 1882 riuscì a essere eletto alla Camera nelle elezioni politiche del 1882, diventando il primo deputato socialista della storia d’Italia. Anche il Partito Operaio Italiano di Costantino Lazzari e Giuseppe Croce si presentò alle elezioni del 1882, ma senza successo.

Frattanto il movimento operaio si organizzava in forme più complesse come Federazioni di mestiere, Camere di lavoro e così via. Le Camere di lavoro si trasformarono in organizzazioni autonome e divennero il punto di aggregazione a livello cittadino di tutti i lavoratori.

Su queste basi nel 1892 nacque a Genova il Partito dei Lavoratori Italiani, che fuse in sé l’esperienza del Partito Operaio Italiano (nato nel 1882 a Milano), della Lega Socialista Milanese (d’ispirazione riformista, fondata nel 1889 per iniziativa di Filippo Turati) e di molte leghe e movimenti italiani che si rifacevano al socialismo di ispirazione marxista.

La scelta di Genova come città in cui svolgere il congresso il 14 e 15 agosto del 1892 fu dovuta tra le altre cose alla contemporanea presenza delle manifestazioni colombiane per il quattrocentenario della scoperta delle Americhe: infatti le ferrovie in tale occasione avevano concesso degli sconti sui biglietti per il capoluogo ligure, che vennero sfruttati dai convenuti al congresso (la maggior parte dei quali proveniva dalle regioni del nord)[32]. La decisione generò attriti con i rappresentanti della locale Confederazione operaia genovese, inizialmente tenuti fuori dall’organizzazione dell’evento e mediaticamente si rivelò controproducente, giacché in quei giorni l’interesse dei quotidiani e delle riviste era concentrato proprio sugli eventi (gare ginniche e regate) correlati alla grande esposizione colombiana, che finirono per mettere in ombra il congresso.

Al congresso si presentarono circa 400 delegati, rappresentanti di interessi e posizioni non sempre allineate tra di loro.

I fondatori ufficiali della nuova formazione politica furono Filippo Turati e Guido Albertelli. Altri promotori furono Claudio Treves, Leonida Bissolati, Arcangelo Ghisleri e Enrico Ferri, che provenivano dall’esperienza del positivismo.

Turati e altri (Camillo Prampolini, Anna Kuliscioff, Rosario Garibaldi Bosco e altri ancora) furono a Genova fin dal 13 agosto e la sera di quel giorno si riunirono per discutere delle proposte da presentare al congresso nei giorni seguenti. Gli esponenti anarchici, commentando all’epoca la natura di quest’incontro preparatorio, lo descrissero come una riunione che aveva a oggetto le decisioni da prendere contro la corrente anarchica. Gli attriti tra le due anime proseguirono il giorno successivo nella sala Sivori designata come sede del congresso, con la richiesta della parte anarchica (Pellaco, Galleani e Gori) di sospendere i lavori e la posizione di Turati e Prampolini che invece chiesero ed auspicarono una netta separazione tra le due correnti del movimento. Turati decise quindi di riunire i congressisti che erano d’accordo con la sua linea non più alla sala Sivori, ma nella sede dell’associazione garibaldina Carabinieri genovesi.

Il 15 agosto si tennero quindi due incontri, quello degli aderenti alla linea di Turati (circa i due terzi dei rappresentanti convenuti a Genova), che dopo alcuni infruttuosi tentativi di mediazione tra le due correnti portati avanti da Andrea Costa fondarono il Partito dei Lavoratori Italiani; e quello nella sala Sivori, dove l’ala anarchica e operaista (circa 80 delegati) diede vita a un partito omonimo, la cui esistenza ebbe di fatto termine con la fine del congresso.

Venne eletto segretario del neocostituito partito Carlo Dell’Avalle, fondatore nel 1882 della Società Genio e Lavoro, che riuniva le principali organizzazioni operaie milanesi, tra cui quelle dei ferrovieri e dei lavoratori della Pirelli.

Nel II Congresso di Reggio Emilia nel 1893 il partito si diede un’autonomia e un nome ufficiale come Partito Socialista dei Lavoratori Italiani, inglobando anche il Partito Socialista Rivoluzionario Italiano di Andrea Costa. Fu confermato segretario Carlo Dell’Avalle. Lo storico avvenimento fu documentato dal fotografo Gildaldo Bassi, lui stesso militante e amico di Prampolini e Costa.

Nell’ottobre del 1894 il partito venne sciolto per decreto a causa della repressione crispina. Il 13 gennaio 1895 si tenne in clandestinità il III Congresso a Parma che decise di assumere la denominazione definitiva di Partito Socialista Italiano. Fu eletto Segretario Filippo Turati.

Turati era erede del radicalismo democratico e nel 1885 si era unito con la rivoluzionaria russa Anna Kuliscioff, in precedenza legata sentimentalmente ad Andrea Costa. Conosceva le opere di Karl Marx e Friedrich Engels ed era legato alla socialdemocrazia tedesca e alle associazioni operaie lombarde. Considerava il socialismo non dal punto di vista insurrezionale, ma come un ideale da calare nelle specifiche situazioni storiche. Alle elezioni politiche del 1895 in contrapposizione alla repressione venne creata un’alleanza democratico-socialista. Vennero eletti in Parlamento 15 deputati socialisti, tra i quali Bissolati, Costa, Prampolini e Turati.

Il 25 dicembre 1896 vede la luce il primo numero del quotidiano del partito, l’Avanti!, che svolge un’importante azione di unificazione e propaganda delle posizioni del PSI su tutto il territorio nazionale. Il giornale è diretto da Leonida Bissolati.

Nel 1898 l’aumento del costo del grano e quindi del pane da 35 a 60 centesimi al chilo a causa degli scarsi raccolti agrari e in parte all’aumento del costo dei cereali d’importazione dovuto alla guerra Iipano-americana, provoca in quasi tutta Italia innumerevoli manifestazioni popolari per il pane, il lavoro e contro le imposte, sempre represse dal governo. A gennaio nelle province di Modena e Bologna intervengono interi reparti di fanteria e la polizia arresta decine di persone.

A Forlì i manifestanti subiscono le cariche della polizia e la manifestazione degenera in tumulto; mentread Ancona e a Senigallia interviene un battaglione di fanteria inviato da Pesaro. Ancona è affidata al generale Baldissera, il quale assumendo i pieni poteri militari ordina arresti di massa. Il governo di Rudinì richiama alle armi 40 000 riservisti da impiegare nella repressione delle manifestazioni. Scioperi e tumulti si contano a decine in Sicilia, in Campania e nelle Marche.

Il 3 febbraio Perugia è posta in stato d’assedio. Il 16 febbraio l’esercito interviene contro una manifestazione a Palermo e la truppa spara su disoccupati, donne e ragazzi e con un bilancio di cinque morti e ventotto feriti la città, posta in stato d’assedio, è occupata da due compagnie di fanteria. Il 22 febbraio a Modica i carabinieri fanno altri cinque morti.

In marzo Bassano è messa sotto controllo dal regio esercito mentre nel bolognese sono sciolte le cooperative e arrestati vari sindacalisti e lavoratori.

Il popolo insorge nelle città di Ferrara, Faenza, Pesaro e Napoli. Il 25 aprile l’esercito e le forze dell’ordine occupano Bari, messa in stato d’assedio, mentre dal mare l’incrociatore Etruria punta i cannoni sulla città. Fra il 28 e il 30 aprile sono represse con durezza le manifestazioni in Campania e in Puglia. I fermenti, non più contenuti dalle normali misure di pubblica sicurezza, si allargano a macchia d’olio coinvolgendo Rimini, Ravenna e Benevento, finendo con l’interessare in breve tempo gran parte della penisola. Il 2 maggio a Firenze è dichiarato lo stato d’assedio, così come a Napoli due giorni dopo.

Nei tumulti diversi rivoltosi vengono uccisi: il 1º maggio a Molfetta si contano cinque morti e il 5 maggio altri due. Da Bari accorre la fanteria mentre anche a Minervino e altrove nella Puglia si accendono qua e là focolai di protesta. La situazione è critica e il governo affida la regione al generale Pelloux.

Ai primi di maggio l’esercito apre il fuoco a Bagnacavallo e si contano sei morti. Nello stesso periodo cadono due manifestanti a Piacenza e uno a Figline Valdarno. Il 5 maggio durante una pubblica assemblea davanti al municipio i carabinieri falciano quattro manifestanti a Sesto Fiorentino.

Il 5 maggio a Pavia mentre si cominciano ad avere tafferugli tra manifestanti e agenti viene ucciso dalle forze dell’ordine Muzio Musso, figlio del sindaco di Milano, che tentava un’opera di mediazione per evitare tragedie.

Il 6 maggio a Milano la polizia arresta sindacalisti e operai, che vengono rilasciati grazie all’intervento di Filippo Turati. Nel pomeriggio in risposta al lancio di sassi da parte di un gruppo di dimostranti una compagnia di soldati apre il fuoco il bilancio è di tre morti e numerosi feriti.

La popolazione milanese reagisce compatta e viene indetto uno sciopero generale di protesta per il giorno 8 maggio. Intanto la cittadinanza si riunisce in massa, riversandosi nelle strade principali della città. Entra in azione la cavalleria, le cui cariche vengono però vanificate dalle barricate erette per strada e dalle tegole lanciate dai tetti delle abitazioni. Nel pomeriggio del 7 maggio il governo, utilizzando come scusa un possibile intento rivoluzionario delle manifestazioni, decreta per Milano lo stato d’assedio, affidando i pieni poteri al generale Fiorenzo Bava Beccaris.

L’8 maggio i cannoni aprono il fuoco contro la folla e l’esercito riceve l’ordine di sparare contro ogni assembramento di persone superiore alle tre unità. Restano uccise centinaia di persone e accanto ai morti si possono contare oltre un migliaio di feriti più o meno gravi. Il numero esatto delle vittime non è mai stato precisato in quanto secondo la polizia rimasero a terra uccisi 100 manifestanti e si contarono 500 feriti mentre per l’opposizione i morti furono invece 350 e i feriti più di mille.

Il 9 maggio quando ormai l’ordine era stato pienamente ristabilito a Milano e nel resto del Paese il generale Bava Beccaris, appoggiato dal governo, fa sciogliere associazioni e circoli ritenuti sovversivi e arrestare migliaia di persone appartenenti a organizzazioni socialiste, repubblicane e anarchiche, fra cui anche alcuni parlamentari come Filippo Turati (eletto deputato dal 1896), Anna Kuliscioff, Andrea Costa, Leonida Bissolati, Carlo Romussi (deputato radicale) e Paolo Valera.

Tutti i giornali antigovernativi vengono messi al bando e il 12 maggio a Roma è tratta in arresto l’intera redazione dell’Avanti! e sono fatte chiudere fino a nuovo ordine tutte le università.

In conseguenza di questi arresti verranno inflitte da tribunali militari oltre 800 condanne e lo stesso Turati subisce una condanna a dodici anni di reclusione.

La repressione dei moti popolari del 1898 rallenta la crescita del PSI, che decide di promuovere un’alleanza di tutti partiti dell’estrema sinistra (socialista, repubblicano e radicale).

Nel 1901 Filippo Turati in sintonia con le sue istanze minimaliste (il cosiddetto programma minimo, che si poneva come obiettivi parziali riforme che i socialisti riformisti intendevano concordare con le forze politiche moderate o realizzare direttamente se al governo) appoggiò prima il governo liberale moderato presieduto da Giuseppe Zanardelli e successivamente (1903) quello di Giovanni Giolitti, che nel 1904 approvò importanti provvedimenti di legislazione sociale, come leggi sulla tutela del lavoro delle donne e dei bambini, infortuni, invalidità e vecchiaia; comitati consultivi per il lavoro; e apertura verso le cooperative.

A causa però della politica messa in atto da Giolitti che favoriva solo gli operai meglio organizzati, dal 1902 appare nel PSI una corrente rivoluzionaria guidata da Arturo Labriola e dall’intransigente Enrico Ferri, che nel congresso di Bologna del 1904 mette in minoranza la corrente di Turati, accusata di ministerialismo. Ferri è nominato segretario del partito dal 1904 al 1906.

La corrente riformista torna a prevalere nel congresso del 1908 in alleanza agli integralisti di Oddino Morgari. egli anni seguenti Turati rappresenta la personalità principale del gruppo parlamentare del PSI, generalmente più riformista del partito stesso. In questa veste è l’interlocutore privilegiato di Giolitti, che stava allora perseguendo una politica di attenzione alle emergenti forze di sinistra.

Dopo lo sciopero generale del settembre 1904, il primo di questa ampiezza in Italia e in tutta Europa, la corrente di sinistra del PSI propugnava i metodi del sindacalismo rivoluzionario mentre i suoi rapporti con il resto del partito andarono peggiorando a tal punto che al congresso di Ferrara del 1907 fu decisa la sua uscita dal partito e l’incremento dell’azione autonoma sindacale.

Nel 1906 Ferri, a capo della corrente integralista e in accordo con i riformisti di Turati, riuscì a conservare la direzione del partito nonostante la rottura con Labriola, tenendo anche la direzione dell’Avanti! e concorrendo alla nomina a segretario del partito di Oddino Morgari che tenne la segreteria fino al 1908, quando dovette cederla al turatiano e riformista Pompeo Ciotti.

Dal 21 al 25 ottobre 1910 si tenne a Milano l’XI Congresso del PSI, che mise in luce crescenti insoddisfazioni e nuove divisioni. Leonida Bissolati e Ivanoe Bonomi criticarono Turati da destra mentre Giuseppe Emanuele Modigliani e Gaetano Salvemini lo criticarono da sinistra.

All’estrema sinistra si schierò invece un giovane rappresentante della federazione di Forlì, Benito Mussolini, che partecipava per la prima volta a un congresso nazionale del partito.

Il XIII congresso, convocato in forma straordinaria dal 7 al 10 luglio 1912 a Reggio Emilia, inasprì le divisioni che attraversano il partito riguardo alla guerra in Libia.

Trionfò la corrente massimalista e si sancì l’espulsione degli esponenti di una delle aree riformiste, capeggiata da Ivanoe Bonomi e Leonida Bissolati e composta da Angiolo Cabrini, Guido Podrecca e altri nove deputati socialisti.

Bissolati nel 1911 si era recato al Quirinale per le consultazioni susseguenti la crisi del Governo Luzzatti, causando il malcontento del resto del partito, compreso quello di Filippo Turati, esponente di spicco dell’altra corrente riformista.

L’esponente socialista che al congresso si scagliò ferocemente contro i riformisti, poi espulsi, aizzando la folla contro di loro, fu Benito Mussolini della corrente massimalista, che avanzò una mozione di espulsione (definita da lui anche lista di proscrizione). L’accusa era di «gravissima offesa allo spirito della dottrina e alla tradizione socialista». In virtù di quell’arringa si guadagnò una notevole fama all’interno del PSI che lo portò a entrare nella direzione nazionale del partito e da lì a poco nell’ottobre 1912 gli consentì di diventare direttore dell’Avanti!.

La corrente massimalista elesse il segretario Costantino Lazzari ed esautorò dalla direzione dell’Avanti! il riformista Claudio Treves, sostituendolo con Giovanni Bacci, che guidò il giornale per quattro mesi (dal luglio all’ottobre 1912), venendo poi sostituito a sua volta da Mussolini.

Bissolati e i suoi, cacciati dal partito, diedero vita al Partito Socialista Riformista Italiano (PSRI).

Il XIV Congresso del partito si tenne ad Ancona dal 26 al 28 aprile 1914. Esso sancì l’incontestabile vittoria dell’ala massimalista e la definitiva sconfitta dei riformisti, presenti soprattutto nel gruppo parlamentare e nella Confederazione Generale del Lavoro (CGdL), già messi in minoranza nel precedente Congresso di Reggio Emilia del 1912. Già la scelta della sede del Congresso era stata fatta per mettere i massimalisti in posizione di vantaggio: Ancona era considerata all’epoca la città più rivoluzionaria d’Italia, tanto che il Sindacato dei Ferrovieri d’ispirazione massimalista (contrapposto a quello aderente alla CGdL, considerato troppo riformista e contaminato dalla presenza di lavoratori non socialisti) vi aveva trasferito la propria sede nazionale. La presenza in città di figure importanti, come Errico Malatesta fra gli anarchici e Pietro Nenni, allora segretario della Consociazione repubblicana delle Marche e direttore del periodico repubblicano di Ancona, il Lucifero, dava vita a un dibattito politico molto duro e infuocato con forti tensioni sociali. Il Congresso socialista fu improntato all’esaltazione dell’intransigenza rivoluzionaria e al dileggio dei riformisti, considerati quasi dei traditori della classe operaia. Infatti si consideravano ormai maturi i tempi per l’abbattimento del potere borghese, per cui ci si richiamava continuamente alla purezza ideologica, rifiutando ogni compromesso e ogni gradualismo, nonostante che negli anni precedenti fossero stati conseguiti importanti miglioramenti della condizione di vita e di lavoro del popolo grazie all’azione riformista di Filippo Turati e degli altri parlamentari socialisti (tra cui l’anconetano Alessandro Bocconi) e alle aperture alle forze popolari del presidente del Consiglio Giovanni Giolitti.

Invece di proseguire queste positive esperienze riformiste, il Congresso di Ancona del 1914 in nome dell’intransigenza bocciò l’ipotesi di alleanze con le altre forze popolari, come i repubblicani e i popolari, per le elezioni amministrative del giugno 1914 e sancì l’incompatibilità tra l’iscrizione al partito e l’appartenenza alla massoneria, il che porta a un grave indebolimento del PSI, con l’espulsione di molti quadri e dirigenti storici del partito, appartenenti per lo più all’ala riformista.

Nella polemica per l’intransigenza ideologica e contro la massoneria si distinse il battagliero direttore dell’Avanti! Benito Mussolini, insediato l’anno prima alla direzione del quotidiano socialista dopo l’estromissione del riformista Claudio Treves. Gli tenne testa un giovane delegato del Polesine, Giacomo Matteotti, quasi anticipando quella contrapposizione che dieci anni dopo avrebbe condotto all’assassinio di Matteotti con l’avallo del capo politico del fascismo. Il congresso approvò con quasi i tre quarti dei voti l’ordine del giorno Zibordi-Mussolini che sancì l’immediata incompatibilità tra socialismo e massoneria.

Il Congresso avallò a grande maggioranza le scelte massimaliste, riconfermando segretario Costantino Lazzari. Mussolini colse un grande successo personale con una mozione di plauso per i ottimi risultati di diffusione e di vendite dell’Avanti!, tributatagli personalmente dai congressisti. Infatti nel breve periodo di direzione Mussolini l’Avanti! era salito da 30 000–45 000 copie nel 1913 a 60 000–75 000 copie nei primi mesi del 1914.

Fu probabilmente in quest’occasione che Mussolini cominciò a rendersi conto che la sua oratoria roboante, le sue uscite iperboliche e le sue argomentazioni populistiche potevano portarlo lontano e alla guida di masse che lo applaudivano freneticamente, ma che egli in realtà disprezzava.

Il 28 luglio 1914 scoppiò la prima guerra mondiale con la dichiarazione di guerra dell’Impero austro-ungarico al Regno di Serbia in seguito all’assassinio dell’arciduca Francesco Ferdinando d’Asburgo-Este, avvenuto il 28 giugno 1914 a Sarajevo. Il PSI sviluppò un forte impegno per la neutralità dell’Italia, sposando la linea non interventista dell’Internazionale Socialista. Il 26 luglio 1914 Mussolini pubblicò sull’Avanti un editoriale intitolato «Abbasso la guerra» a favore della scelta antibellicista, dichiarando che il conflitto non potesse giovare agli interessi dei proletari italiani, bensì solo a quelli dei capitalisti. Il 27 luglio propose uno sciopero generale insurrezionale nel caso dell’entrata italiana nel conflitto. Nello stesso periodo all’insaputa dell’opinione pubblica il Ministero degli Esteri, guidato da Antonino Paternò Castello, marchese di San Giuliano, stava avviando un’operazione di persuasione negli ambienti socialisti e cattolici per ottenere un atteggiamento favorevole verso un possibile intervento dell’Italia in guerra.

Tra i primi esponenti di area socialista a porre dubbi sulla neutralità assoluta vi furono Leonida Bissolati e Gaetano Salvemini, cui seguirono i socialisti riformisti e i sindacalisti rivoluzionari. Già nei primi mesi del conflitto appariva quindi tutta l’incertezza del PSI, che non sapeva risolversi tra la sua inclinazione antimilitarista e la propensione verso la guerra come mezzo per rinnovare la lotta politica e smuovere gli equilibri consolidati nel Paese.

Si pensi inoltre alla posizione accesamente interventista del dirigente socialista trentino e quindi cittadino austro-ungarico Cesare Battisti, poi arruolatosi volontario nell’Esercito Italiano, catturato dagli austriaci, condannato a morte per alto tradimento e impiccato al Castello del Buonconsiglio di Trento.

Mussolini cominciò a mostrare un atteggiamento più aperto verso la possibilità di un intervento italiano nella grande guerra, che gli valse un primo attacco il 28 agosto 1914 in un articolo de Il Giornale d’Italia, attacchi che continuarono in settembre e ottobre su altri quotidiani. Fu in questo contesto che Filippo Naldi, faccendiere con numerosi agganci tra gli ambienti finanziari e il giornalismo, nonché direttore del quotidiano bolognese Il Resto del Carlino, pubblicò sul suo giornale il 7 ottobre 1914 un polemico articolo (scritto da Libero Tancredi) in cui accusava Mussolini di doppiogiochismo, ottenendo l’irata reazione di Mussolini.

A seguito di questa polemica Naldi avviò contatti diretti con Mussolini per portarlo sul fronte interventista. Così il 18 ottobre, mutando esplicitamente la propria originaria posizione, Mussolini pubblicò sulla terza pagina dell’Avanti! un lungo articolo intitolato «Dalla neutralità assoluta alla neutralità attiva ed operante» in cui rivolse un appello ai socialisti sul pericolo che una neutralità avrebbe comportato per il partito, cioè la condanna all’isolamento politico. Secondo Mussolini le organizzazioni socialiste avrebbero dovuto appoggiare la guerra fra le nazioni, con la conseguente distribuzione delle armi al popolo, per poi trasformarla in una rivoluzione armata contro il potere borghese.

La nuova linea proposta da Mussolini non venne accettata dal partito e nel giro di due giorni (20 ottobre) rassegnò le dimissioni dalla direzione del giornale socialista). Grazie all’aiuto finanziario di alcuni gruppi industriali (ancora con la mediazione di Filippo Naldi), Mussolini riuscì rapidamente a fondare Il Popolo d’Italia, il cui primo numero uscì il 15 novembre 1914. Dalle colonne del suo nuovo giornale Mussolini intraprese una veemente campagna interventista nel corso della quale attaccò senza remore i suoi vecchi compagni.

I tempi dell’operazione e la provenienza dei finanziamenti per il nuovo quotidiano insospettirono i socialisti, che accusarono Mussolini di indegnità morale. Secondo il PSI egli avrebbe ricevuto fondi occulti da agenti francesi in Italia, che lo avrebbero corrotto per farlo aderire alla causa dell’interventismo pro-Intesa. Il 29 novembre Mussolini venne espulso dal PSI.

Dopo l’entrata in guerra dell’Italia i socialisti italiani trovarono un punto di mediazione al loro interno nella formula «né aderire né sabotare» elaborata dal segretario nazionale dell’epoca Costantino Lazzari.

Nell’immediato dopoguerra, cavalcando lo scontento per la «vittoria mutilata», Mussolini fondò i Fasci italiani di combattimento (23 marzo 1919), movimento di dichiarata ispirazione almeno inizialmente socialrivoluzionaria e nazionalista, che si sarebbe poi trasformato nel 1921 nel Partito Nazionale Fascista.

A partire dal primo dopoguerra le diverse anime del movimento socialista si separarono a seguito della rivoluzione russa e della nascita dello Stato sovietico, dando vita a tre differenti partiti.

Nel 1921 si tenne a Livorno il XVII congresso del partito. Dopo giorni di dibattito serrato i massimalisti unitari di Giacinto Menotti Serrati raccolsero 89 028 voti, i comunisti puri di Amadeo Bordiga e di Antonio Gramsci 58 783 e i riformisti concentrazionisti di Filippo Turati 14 695.

I comunisti di Bordiga uscirono dal congresso e fondarono il Partito Comunista d’Italia (PCD’I), al fine di adeguarsi ai «21 punti» dell’Internazionale Comunista. Lenin aveva invitato il PSI a conformarsi ai suoi dettami e a espellere la corrente riformista di Turati, Claudio Treves e Camillo Prampolini, ricevendo tuttavia il diniego da parte di Menotti Serrati, che non intendeva rompere con alcune delle voci più autorevoli, seppur minoritarie, del partito.

Giacomo Matteotti. Insieme a Filippo Turati e a Claudio Treves diede vita al Partito Socialista Unitario

Nell’estate del 1922 Turati, in contrasto con la disciplina del partito, si recò dal re Vittorio Emanuele III per le rituali consultazioni in occasione della crisi di governo, nella quale non fu possibile raggiungere un accordo fra i socialisti e Giolitti, per cui il re diede l’incarico di presidente del Consiglio a Luigi Facta.

Per aver violato il divieto di collaborazione con i partiti borghesi, nel corso del XIX congresso del 3 ottobre 1922 la corrente riformista venne espulsa dalla maggioranza massimalista, pochi giorni prima della marcia su Roma di Mussolini.

Turati e i suoi diedero quindi vita al Partito Socialista Unitario (PSU), di cui fu nominato segretario il deputato del Polesine Giacomo Matteotti.

Il 10 giugno 1924 il deputato e segretario del PSU Giacomo Matteotti, dieci giorni dopo il suo discorso di denuncia delle violenze e dei brogli perpetrati dai fascisti nelle elezioni appena celebrate pronunciato il 30 maggio alla Camera dei deputati, venne rapito e ucciso da una squadraccia fascista, la cosiddetta CEKA di Amerigo Dumini, che rispondeva agli ordini della direzione del Partito Nazionale Fascista ed era finanziata direttamente dall’ufficio stampa del presidente del Consiglio Benito Mussolini.

Tra il 1925 e il 1926 il fascismo, con l’appoggio della monarchia, provvide alla soppressione in Italia di tutti i partiti di opposizione, compreso il PSI (R.D. n. 1848/26), costringendo all’esilio i socialisti non rinchiusi in carcere o assegnati al confino.

Dopo la messa al bando del partito da parte del regime fascista i membri della direzione del PSI furono costretti a espatriare per evitare il carcere o il confino e si rifugiarono in Francia, come la gran parte degli antifascisti italiani in esilio.

In questo periodo il PSI guidato da Ugo Coccia si adoperò per la conclusione di alleanze tra i partiti italiani antifascisti in esilio. Già il 6 dicembre 1926 si costituì a Parigi un primo Comitato d’attività antifascista, composto dai rappresentanti del Partito Repubblicano Italiano, del PSU di Turati e Treves e del PSI, allo scopo di accertare se esistessero le condizioni per trasformare in alleanza stabile la collaborazione tra le forze antifasciste. Il comitato approvò la proposta di costituire una «concentrazione d’azione», formata da un cartello di partiti autonomi e di diversa estrazione ideologica e politica, ma che condividevano un’identica base programmatica di opposizione al fascismo. Il 28 marzo successivo si costituì la Concentrazione d’azione antifascista, anche con la Lega italiana dei diritti dell’uomo e l’ufficio estero della Confederazione Generale Italiana del Lavoro del socialista Bruno Buozzi. Nel maggio del 1928 il Comitato centrale della concentrazione indicò nell’instaurazione in Italia della repubblica democratica dei lavoratori, l’obiettivo finale della battaglia antifascista.

Sul finire degli anni 1920 si erano consolidate all’interno del PSI in esilio due posizioni politiche distinte. La prima, guidata da Pietro Nenni e considerata all’ala destra del partito, auspicava la riunificazione con i riformisti del PSULI e un ingresso congiunto nell’Internazionale Operaia Socialista (IOS).

La seconda posizione di ultra-sinistra era propugnata dalla rivoluzionaria e oratrice poliglotta russa Angelica Balabanoff, già segretaria politica del PSI dal 15 gennaio 1928 e direttrice dell’Avanti!, erede della componente massimalista un tempo maggioritaria nel partito dopo la scissione dei comunisti nel 1921 e l’espulsione dei riformisti nel 1922 e prima dello scioglimento ope legis del PSI nel 1926. Essa difendeva strenuamente la linea e i metodi rivoluzionari, ma in autonomia e financo in polemica con Mosca e al tempo stesso rifiutava qualunque collaborazione con i riformisti (i «socialsciovinisti», nella terminologia d’allora), prospettando a livello internazionale l’affiliazione del PSI al Bureau di Londra.

Nei preliminari del Convegno socialista di Grenoble, tenutosi il 16 marzo 1930, Pietro Nenni e la sua frazione fusionista uscirono dal PSI ufficiale e successivamente in occasione del XXI congresso, tenutosi in esilio a Parigi nella Casa dei Socialisti francesi dal 19 al 20 luglio 1930, passato alla storia come il Congresso dell’Unità, si fusero con il Partito Socialista Unitario dei Lavoratori Italiani di Turati, Treves e Giuseppe Saragat dando vita al Partito Socialista Italiano – Sezione dell’IOS.

La frazione della Balabanoff, conosciuta oggi col nome di Partito Socialista Italiano (massimalista), continuò l’attività politica pubblicando l’Avanti! (che restò ai massimalisti) fin oltre il 1940, sciogliendosi al finire della seconda guerra mondiale con l’adesione dei suoi esponenti al Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria (PSUP), tra cui la Balabanoff, o al ricostituito PCd’I come Partito Comunista Italiano (PCI).

Nel XXII congresso, svoltosi in esilio a Marsiglia nell’aprile del 1933, Nenni fu eletto per la prima volta segretario politico, sostituendo il suo predecessore Ugo Coccia, morto il 23 dicembre 1932. Anche direttore dell’Avanti!, Nenni ricoprì la carica di segretario per quattordici anni sino all’aprile del 1945.

Inizialmente il programma concentrazionista di Nenni dette vita anche a un accordo con il movimento Giustizia e Libertà di Carlo Rosselli che sancì l’ingresso dello stesso nella Concentrazione Antifascista (ottobre 1931). Il successivo orientamento di Nenni in direzione di un patto d’unità d’azione con il PCd’I condusse nel maggio 1934 allo scioglimento definitivo della Concentrazione Antifascista. Il documento del patto d’unità d’azione con il PCI, sottoscritto da Nenni nell’agosto 1934 non ignorava le divergenze ideologiche e tattiche delle due formazioni politiche, ma ne ribadiva la piena autonomia.

Nell’ottobre 1935 Nenni promosse insieme al PCI la convocazione di un congresso degli Italiani all’estero contro la guerra d’Abissinia.

Il 27 ottobre 1936 durante la guerra civile spagnola repubblicani, socialisti e comunisti italiani firmarono a Parigi l’atto costitutivo del Battaglione Garibaldi, del quale venne designato a comandante Randolfo Pacciardi. La formazione venne inquadrata nelle Brigate internazionali.

Anche Nenni combatté al fianco di democratici provenienti da tutto il mondo e venne nominato commissario politico di divisione e delegato dell’IOS. Dopo la caduta di Barcellona, avvenuta il 26 gennaio del 1939, i sopravvissuti antifascisti italiani rientrarono in Francia.

Pochi mesi dopo scoppiò la seconda guerra mondiale, con l’entrata in guerra dell’Italia e l’occupazione tedesca della Francia (giugno 1940).

Con l’aggressione nazista all’Unione Sovietica e la conseguente rottura del Patto Molotov-Ribbentrop, nell’ottobre 1941 venne firmato a Tolosa un nuovo patto di unità d’azione tra socialisti e comunisti italiani, con l’adesione anche di Giustizia e Libertà.

Arrestato dalla Gestapo a Saint-Flour nel sud della Francia l’8 febbraio 1943, Nenni fu poi trasferito a Parigi nel carcere di Fresnes, dove rimase rinchiuso per circa un mese. Il 5 aprile venne consegnato alla polizia fascista italiana alla frontiera del Brennero, probabilmente su richiesta di Mussolini, che così lo salvò dalla deportazione nei campi di concentramento nazisti.

Il 22 luglio 1942 nello studio di Olindo Vernocchi a Roma si tenne la riunione nella quale si decise la ricostituzione clandestina del PSI clandestino sul territorio dell’Italia centrale e meridionale. Vi parteciparono Oreste Lizzadri, Giuseppe Romita, Nicola Perrotti ed Emilio Canevari. Il partito cominciò a consolidarsi e il cosiddetto «gruppo dei cinque» riallacciò i contatti con i vecchi militanti, viaggiando per tutta l’Italia centrale e meridionale e promuovendo azioni antifasciste direttamente nella città di Roma, oltre alla diffusione di volantini e stampa clandestina e sostegno agli scioperi (particolarmente importante quello del 1º maggio 1943 di cui furono protagonisti gli studenti universitari).

Il 26 luglio 1943, il giorno seguente l’arresto di Mussolini sfiduciato dal Gran Consiglio del Fascismo con l’ordine del giorno Grandi, Vernocchi e Romita andarono in rappresentanza del PSI in seno al Comitato delle Opposizioni dal re Vittorio Emanuele III a chiedere lo scioglimento del Partito Nazionale Fascista. Vernocchi si adoperò in particolar modo affinché nel detto Comitato fossero inclusi anche i comunisti, vincendo le resistenze di Alcide De Gasperi.

L’11 settembre 1943 venne pubblicato il primo e unico numero del giornale il Lavoro d’Italia, che sostituiva il precedente Lavoro Fascista, nel quale si esortavano i lavoratori italiani alla resistenza contro i nazisti. Diretto congiuntamente da Vernocchi, dal democristiano Alberto Canaletti Gaudenti e dal comunista Mario Alicata, era espressione del comitato sindacale interconfederale, segno della volontà dei maggiori partiti antifascisti di concentrare le forze sindacali in un unico soggetto.

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