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Album di Cristicchi

Album di Cristicchi

Simone Cristicchi

Se avete un po’ di pazienza accenno al perché la canzone d’autore è morta e sepolta, e anche al come mai, oggi, è possibile parlare al più di post-cantautorato. Il nuovo Album di famiglia di Simone Cristicchi capita all’uopo come il classico cacio sui maccheroni. E’ zeppo fino al collo di umanità umiliata & offesa, di solidarismo, qua e là tra le righe persino di sacrosanto spirito di denuncia, eppure è tutt’altro che un disco cantautorale: volenteroso ma – soprattutto musicalmente – patinato, perfettino, impeccabile, al punto da rasentare l’asetticità, il carinismo, l’omologazione.

Trent’anni fa, gli stessi argomenti di questo disco, affidati al sarcasmo disperato di Rino Gaetano (per citarne uno che col taglio ironico ci andava a nozze) sarebbero stati pretesto per strofe imparentate strette con j’accuse & riso amaro, la scrittura di Cristicchi staziona, invece, all’interno di coordinate poetico/musicali alquanto abusate (fra pseudo-cantautori), agrodolci, quasi lievi, del genere duro con cuore. Sostenuta da coloriture armoniche troppo distanti dal folk/rock per parlare di classicità cantautorale (ma quanto valevano, in termini di efficacia, le piatte schitarrate di Lolli e di Guccini?).

Facendo un po’ di conti tra le tracce sparse del cd (13), si rintracciano: una canzone sull’infanzia negata/violata (Scippato), una sull’esodo istriano a partire dalla seconda guerra mondiale (Magazzino 18), un’altra sugli emigranti italiani in America del secolo scorso (Cigarettes), una ballata sulla vita in miniera (Senza notte né giorno, tra i passaggi più azzeccati del cd), una sui matti (I matti de Roma), un omaggio a Laura Antonelli (Laura), un brano sui vizi congeniti dell’ex Bel Paese (Le sol Lemar), due a sfondo esistenziale [La prima volta (che sono morto)Testamento, del poeta dialettale Mauro Marè], e – vivaddio – soltanto due canzoni d’amore (Mi manchiCanzone piccola). In ultima analisi: l’impegno batte l’amore undici a due, bene, bravo, bis e tris.

E però siamo ancora lontani dalle vette qualitative di Dall’altra parte del cancello, e anche da efficacissimi long seller alla Genova brucia (era nello scorso Gran Hotel Cristicchi). Date le buone intenzioni di partenza Cristicchi dovrebbe forse concentrarsi meno sulla forma puntando tutto sulla sostanza: meno fronzoli, meno carezze in un pugno, svestire le sue ballate della patina melting-pop, svestirsi, se gli capita, dell’abito da sera, e persino di quell’aura stralunata/rassicurante che solo Jannacci poteva permettersi e risultare credibile lo stesso. Aiuterebbe a concentrarsi di più sul contenuto delle canzoni che scrive e, nel complesso, scrive bene.

Data la musica che gira intorno voglio però spezzare una lancia e bisogna anche sapersi accontentare (in un paese di ciechi l’orbo è un re): i cantautori – quando c’erano ancora i cantautori – sono stati lo specchio di tempi ferro & fuoco, Cristicchi è il riflesso di quest’epoca, dove persino la rivoluzione, se mai ci fosse una rivoluzione, somiglierebbe piuttosto a un pranzo di gala.

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