Centrosinistra

[Storia] Movimenti nazionalisti che si sono uniti ai Fasci di combattimento o al Pnf

A ridosso degli anni venti del ventesimo secolo ci furono molti movimenti nazionalisti. Il più famoso sono stati i Fasci Italiani di Combattimento, dal quale poi è scaturito il Partito Nazional Fascista. Attorno a questo però ci furono altri movimenti con la stessa ideologia, che presto o tardi finirono per gravitare attorno al Pnf, man mano che il partito di Mussolini diventò sempre più cosa unica con lo Stato italiano.

Fascio d'azione rivoluzionaria
Fascio d’azione rivoluzionaria

Fascio d’azione rivoluzionaria. Il Fascio d’azione rivoluzionaria fu un movimento nato con lo scoppio della prima guerra mondiale nel 1914. Patrocinato da Alceste de Ambris, Benito Mussolini e Angelo Oliviero Olivetti, fu legato al mondo degli interventisti rivoluzionari e ispirato al manifesto programmatico denominato Fascio rivoluzionario d’azione internazionalista datato 5 ottobre 1914. Il 1º gennaio 1915 Mussolini pubblicò il manifesto sul suo nuovo quotidiano Il Popolo d’Italia. Arrivò poco dopo a circa 9 000 iscritti. Il primo congresso si tenne il 24 e 25 gennaio 1915 e nel comitato centrale vennero eletti tra gli altri Michele Bianchi e Cesare Rossi. Esaurì la propria azione con l’intervento dell’Italia nella prima guerra mondiale nel maggio 1915, ma quasi tutti si ritrovarono nel 1919 in piazza Sansepolcro per la fondazione dei Fasci italiani di combattimento, che precedette il Partito Nazionale Fascista fondato nel 1921.

Partito Politico Futurista
Partito Politico Futurista

Partito Politico Futurista. Già prima della grande guerra i futuristi erano intervenuti nel dibattito del tempo con tre manifesti politici: il primo in occasione delle elezioni del 1909, il secondo nel 1911 in favore della guerra di Libia e il terzo nel 1917. Solo nel primo dopoguerra è però possibile parlare di un vero e proprio partito organizzato, con un capo politico (lo stesso Marinetti) e soprattutto un organo di stampa, il giornale Roma futurista co-diretto da Marinetti, Emilio Settimelli e Mario Carli. Quest’ultimo è il tramite tra i futuristi e gli Arditi, che stanno a loro volta organizzandosi in una formazione politica e paramilitare. Molti futuristi parteciparono nel dicembre 1914 alla fondazione del Fascio d’azione rivoluzionaria di ispirazione interventista e sindacalista-rivoluzionaria. Dopo l’entrata in guerra dell’Italia si sciolse di fatto e molti esponenti poi aderirono al Partito Futurista. Il 23 marzo 1919 i rappresentanti dei Fasci politici futuristi e dell’Associazione degli Arditi partecipano su invito di Benito Mussolini all’adunata di Piazza San Sepolcro a Milano. In quell’occasione in pratica il Partito Futurista confluisce nei Fasci di combattimento, pur mantenendo una sua fisionomia propria. Dopo la sconfitta dei Fasci nelle elezioni del novembre 1919 Marinetti perde gusto alla politica e si adopera per trasformare Roma futurista in un giornale culturale, chiudendo «il monotono e abbruttente rubinetto di articoli politici». In realtà i futuristi non si sentono più a loro agio in un movimento fascista che sta diventando l’interprete dei possidenti agrari, riposizionandosi all’estrema destra. Il 28 maggio 1920 al secondo congresso dei Fasci Marinetti polemizza vivamente con questa evoluzione («Noi veniamo verso il Carso. Ma non andremo verso la Reazione!»), portando dalla sua parte a suo dire un terzo dell’assemblea. Il giorno dopo Marinetti e altri rappresentanti futuristi si dimettono dai Fasci. Tre le motivazioni, ovvero che i Fasci hanno rinunciato alla pregiudiziale antimonarchica, all’anticlericalismo e non hanno mostrato solidarietà per «gli scioperi giusti». Tuttavia Marinetti si riaccosta al fascismo qualche anno più tardi in seguito alla marcia su Roma.

Associazione Nazionalista Italiana
Associazione Nazionalista Italiana

Associazione Nazionalista Italiana. Nel 1910 si riunirono a Roma i principali esponenti del nazionalismo e dell’interventismo italiano, tra cui Icilio Bacci, Enrico Corradini, Luigi Federzoni, Picardi e Castellini. Essi decisero di costituire l’Associazione Nazionalista Italiana, convocando per il 3 dicembre dello stesso anno il primo congresso a Palazzo Vecchio a Firenze, al quale partecipò anche Fulcieri Paulucci de Calboli, che diverrà noto, a partire dagli ultimi anni di guerra, come il “Santo” dei mutilati. Al congresso fiorentino prenderanno la parola anche esponenti repubblicani e radicali che poi abbandoneranno polemicamente l’aula in seguito alla virata anti-mazziniana dei nazionalisti. Al congresso nazionalista parteciparono anche i rappresentanti di importanti società ed enti patriottici come la Società Dante Alighieri, la Lega Navale Italiana e la Società Trento e Trieste (che nel corso degli anni avevano finanziato le iniziative ed i giornali nazionalisti). Il 1º marzo 1911 iniziò le pubblicazioni il giornale “L’Idea Nazionale”, organo ufficiale del Direttivo dell’Associazione Nazionalista Italiana, che intraprese immediatamente una grande campagna di stampa a favore dell’intervento militare italiano in Libia. Al congresso di Roma del 1912 dichiarava l’incompatibilità tra nazionalismo e massoneria. Alle Elezioni politiche italiane del 1913 l’Associazione presentò proprie liste e ottenne 5 deputati, tra cui Luigi Federzoni e Piero Foscari, che fu sottosegretario alle Colonie dal 1916 al 1919. A seguito delle elezioni l’ANI smette di essere un movimento prettamente intellettuale accogliendo tra le sue file anche esponenti dell’alta borghesia industriale e della media borghesia ma facendo presa soprattutto negli ambienti universitari. Al Terzo Congresso Nazionale dell’ANI a Milano (16-18 maggio 1914) fece la sua comparsa la corrente dei “Conservatori nazionali” guidata da Ezio Maria Gray (proveniente dalle file della democrazia radicale), grande innovatore del pensiero nazionalista e coniatore del motto “L’Italia ha sempre ragione”. Gray era il rappresentante di quanti, tra i giovani militanti universitari dell’Associazione, facevano pressione sui dirigenti in favore di sterzata imperialista e irredentista della linea politica. Assieme alla linea di Gray emerse quella del giornalista e membro del Direttivo Francesco Coppola, dirigente capace di dirigere la campagna politico-giornalistica interventista nei mesi successivi. Proprio nel Congresso del 1914 si consumò la separazione definitiva dei nazionalisti dai liberali. Tra i militanti più giovani si fecero largo rispettivamente Gualtiero Castellini (espressione dell’irredentismo trentino) e Ruggero Fauro Timeus (irredentista triestino emigrato a Roma), entrambi teorici della svolta imperialista dell’irredentismo e quadri del gruppo de “L’Idea Nazionale”. Nonostante nelle elezioni del 1913 i nazionalisti avessero fatto leva sui consensi degli elettori clericali e moderati, dall’anno successivo l’ANI – sotto la spinta di Coppola e Alfredo Rocco – costruì il proprio “impianto ideologico” lontano sia dal liberalismo classico che dal cattolicesimo di destra. Si pose fra le forze politiche più radicalmente interventiste rispetto alla prima guerra mondiale già il 6 agosto 1914, ritenendo che la posizione neutrale dell’Italia non poteva essere se non preparazione al necessario intervento. Il dibattito sull’intervento creò una spaccatura nell’ANI tra francofobi (favorevoli alla Triplice Alleanza perché Parigi aveva sempre ostacolato i piani coloniali di Roma) e anti-austriaci (collegati alla tradizione risorgimentale). I nazionalisti provarono a egemonizzare il movimento interventista con lo scopo di isolare le correnti di sinistra. Coppola tentò di dare all’intervento italiano un carattere “imperiale”, legato ai programmi espansionistici dell’ANI, rigettando la versione meramente neo-risorgimentale e irredentista del conflitto. La saldatura fra i nazionalisti e le frange più radicali dell’irredentismo permise all’ANI di presentarsi all’opinione pubblica come la vera ispiratrice dell’intervento e come l’animatrice del “fronte interno”. Nel marzo del 1915 con l’articolo “Le ragioni politiche della nostra guerra” (apparso su “L’Idea Nazionale”) Coppola espresse le motivazioni che avevano spinto i nazionalisti a sostenere ardentemente l’intervento precisando i loro obiettivi di politica estera con queste parole: “unità nazionale, sicurezza dei confini, domini nell’Adriatico (con basi a Pola ed a Valona), nel Mediterraneo (eredità ottomana nel Mediterraneo orientale), espansione economica (sostituirci all’Austria nel Levante, rilevandone i traffici di Trieste e di Fiume; penetrare nei Balcani sostituendoci alla Germania in Asia Minore); emancipazione dell’industria e dell’economia italiana, in specie la siderurgica e la marittima, dal capitale tedesco; partecipazione dell’Italia alle vicende mondiali ed acquisizione di titoli per una più ampia partecipazione avvenire”. Tra il marzo ed il maggio 1915, quando la campagna interventista raggiunse il culmine, che l’ala destra dell’ANI rafforzò le sue concezioni antiparlamentariste espresse negli articoli “Il Re” e “Il Parlamento contro l’Italia”, entrambi a firma di Coppola. Le confuse concezioni primigenie di Enrico Corradini venivano così “riordinate” dagli intellettuali di punta dell’Associazione Nazionalista dando vita a proposte politiche vere e proprie. Molti dirigenti nazionalisti si arruolarono come volontari di guerra e alcuni furono decorati di medaglia d’oro al valor militare come Decio Raggi, Spiro Xydias Tipaldo, Giacomo Venezian, Fulcieri Paulucci di Calboli. Nel 1918, quando l’ANI firmò il Patto di Roma accettando l’emancipazione delle nazionalità dell’Impero asburgico, Coppola, Rocco, Foscari e Tamaro abbandonarono “L’Idea Nazionale” per protesta. La spaccatura fu dovuta principalmente al fatto che parte dei nazionalisti non vedeva di buon occhio il crollo dell’impero austro-ungarico, considerato come un baluardo contro le rivendicazioni anti-italiane che sarebbero venute da est in caso di emancipazione degli slavi, cosa che puntualmente avvenne dopo la guerra con la creazione del Regno di Serbi, Croati e Sloveni. Il 10 aprile 1919 a Roma fu proclamato dai socialisti uno sciopero generale con rivendicazioni genericamente politiche per protestare contro la Conferenza di pace di Parigi. La contromanifestazione, indetta dall’Associazione Nazionalista, come attesta anche Gaetano Salvemini, ottenne l’approvazione degli impiegati ministeriali danneggiati dallo sciopero dei mezzi pubblici. Seguì un imponente corteo inneggiante al Re e all’Esercito che portò in trionfo i reduci e i mutilati e fu ricevuto dal ministro della Guerra. Nel 1919 suoi aderenti si candidarono nel Partito dei Combattenti, che ottenne 20 deputati. Alle Elezioni politiche italiane del 1921 insieme ai Fasci di combattimento e altre forze di destra formarono la lista Blocchi Nazionali, che ottenne 105 deputati. In ambito fascista fu Cesare Maria De Vecchi a fare pressioni su Mussolini per una più forte collaborazione con l’ANI: De Vecchi, che era esponente della destra nazionalista e monarchica interna del PNF, il 9 novembre 1921 rilasciò all’Idea Nazionale un’intervista nella quale si dichiarò “tributario” del pensiero nazionalista. Suoi esponenti entrarono dopo la marcia su Roma del 28 ottobre 1922 nel governo Mussolini con il ministro Federzoni e i sottosegretari Alfredo Rocco, Alessandro Sardi e Luigi Siciliani. Il 26 febbraio 1923 venne firmato il concordato per la fusione tra Partito Nazionale Fascista e l’Associazione Nazionalista Italiana (approvato dal comitato centrale dell’ANI il 4 marzo e dal Gran Consiglio del Fascismo il 12) con la confluenza nel PNF. Tra i principali dirigenti dell’ANI, destinati a diventare ministri del fascismo, vi furono Luigi Federzoni, Costanzo Ciano e il grande giurista Alfredo Rocco, principale autore della versione originale del codice penale del 1931 detto, appunto, Codice Rocco, così come l’ultimo segretario Umberto Guglielmotti. Corradini e pochi altri cosiddetti nazionalisti ortodossi aderiranno con meno convinzione al movimento mussoliniano, rimanendo ai margini della politica del regime. Nonostante la relativa estromissione molti ex nazionalisti riuscirono ad influire sulla Politica estera del Regime; un esempio su tutti, Coppola e Rocco fondarono la rivista “Politica”, che si trasformò nell’organo ufficioso del governo sulle questioni politico-diplomatiche. Alcuni esponenti dell’ANI, contrari alla confluenza dell’ANI nel PNF, non aderirono al PNF; alcuni fondarono l’Associazione imperialista ed altri fondarono l’Associazione monarchica; altri dirigenti dell’ANI, tra cui Armando Zanetti, che ne fu segretario dal 1919 al 1920, entrarono nel Partito Liberale Italiano, altri nel Partito dei Combattenti. La confluenza dell’ANI nel PNF dette luogo anche a scontri locali tra nazionalisti, contrari alla confluenza nel PNF, e fascisti.

Fasci Nazionali

Fasci Nazionali. Fu formato su iniziativa del sindacalista Cesare Forni espulso dal PNF, che seppe riunire altri militanti espulsi dal PNF in questa fazione: iniziarono a organizzarsi nel febbraio 1924 in Voghera. Forni si accordò con Raimondo Sala e i suoi amici: Sala era un altro ex squadrista, che era uscito dal PNF della provincia di Alessandria. Forni e Sala cercarono un’intesa con Ottavio Corgini e Alfredo Misuri, che dirigevano l’associazione Patria e libertà, ma poi Corgini e Misuri non s’iscrissero a questo partito. Inoltre Forni non riuscì a convincere altri militanti fascisti dissidenti, che si orientarono per l’astensione nelle elezioni: infatti Forni e Sala decisero di presentare il loro partito alle elezioni del 6 aprile 1924. Il 12 marzo 1924 Forni subì un brutale pestaggio da picchiatori del PNF, che obbedivano a un ordine di Benito Mussolini: infatti Cesare Rossi confessò questo reato nelle deposizioni d’istruttoria per il delitto Matteotti. Il motivo del pestaggio scaturiva dalla rabbia di Mussolini, che vedeva nel partito Fasci nazionali un concorrente capace di attirare molti voti degli elettori delusi dal PNF. Il partito si presentò solo nelle circoscrizioni di Lombardia e Piemonte ottenendo 18.062 voti: unico eletto alla Camera risultò il suo fondatore Forni. Comunque il consenso al partito si poteva considerare consistente valutando certi risultati: nel collegio elettorale della provincia pavese il partito raccolse il 9,2% dei voti. L’attività parlamentare dei Fasci Nazionali coincide con quella del suo unico eletto Forni, che inizialmente aderì alla Lega italica di Sem Benelli per contrastare Mussolini, ma poi votò la fiducia al governo Mussolini nel novembre 1924: tale voto fu considerato un tradimento da quasi tutti i suoi seguaci, che uscirono dal partito per aderire a Patria e libertà. Forni si dichiarò favorevole pure alle leggi repressive annunciate da Mussolini il 3 gennaio 1925 e con questo atto si può considerare conclusa l’attività del partito, che ormai, svuotato dalla massa dei tesserati, non aveva più attivisti nella società civile. Ufficialmente il partito si chiuse con l’uscita di Forni dalla Camera parlamentare nel 1929.

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