Musica

Esce “Ecco” di Niccolò Fabi

Esce “Ecco” di Niccolò Fabi

In tempi di primarie, intitolare un disco Ecco significa anche dare adito a certe insinuazioni: “Adesso” è lo slogan di Matteo Renzi. “È vero – dice Niccolo Fabi – ma noi siamo diametralmente opposti. Lui è un politico, io, invece, faccio il musicista di professione…”. Ecco è il settimo album di Fabi, forse il più bello della sua carriera, sicuramente il più completo. Nato da un forte desiderio di libertà, è la sintesi di uno stato d’animo complesso, spaventato dalla felicità e scosso dal timore di perderla. E l’immagine in copertina, con Fabi nel ruolo di arciere è significativa: “Titoli e copertine devono essere evocativi. Perché, sono convinto, il titolo deve essere sintetico e immediato, visti i tanti spunti presenti nel mio lavoro. Desidero che chi impugna il disco si renda conto che si trova di fronte a qualcosa di concreto. Il gesto dell’arciere rappresenta la forza nella sua concezione più nobile”. A Roma si parla ancora di un gruppo di giovani musicisti che si esibivano fino a notte fonda in un locale di Piazza Navona… cosa ricorda di quel periodo? Sono passati ormai quasi vent’anni da quando suonavamo al ‘Bar del Fico’. A quei tempi avvenne un piccolo miracolo perché in quel locale, gestito da una ventina di soci fra attori e musicisti in erba, c’era la possibilità di avere grandi prospettive. Non c’erano particolari richieste da parte dei gestori, come ad esempio l’obbligo di eseguire cover. Semplicemente, ognuno faceva la propria proposta, senza pensare al profitto. Sono queste le condizioni alla base di ogni movimento che voglia proporre o cercare di fare qualcosa di nuovo… E noi avevamo la possibilità di sperimentare senza avere l’assillo di dover portare un minimo di 70 persone per poter suonare. In questo modo si è creato un ambiente ideale. La voce si è subito sparsa e casualmente, in quel locale, si sono ritrovate personalità di buon livello: Daniele Silvestri, Federico Zampaglione, Max Gazzè, Riccardo Senigallia. Siamo cresciuti e migliorati insieme. Avevamo l’età perfetta, tutti tra i 24 e i 26 anni, c’era chi lavorava e chi stava finendo l’università. La coincidenza di alcuni fattori ha fatto sì che potessimo emergere. A un certo punto cominciano ad arrivare i primi contratti. Nel giro di 4-5 anni quasi tutti firmammo per una casa discografica, come se fosse la cosa più facile al mondo. Riuscimmo a prendere in corsa l’ultimo treno del mondo discografico. Io firmai un contratto 3+2, oggi irrealizzabile per un emergente. Dal punto di vista musicale, qual è l’aspetto più interessante? In quel periodo, dal punto di vista musicale, stilistico e artistico, la ‘romanità’ si aprì alle influenze esterne. Si cercavano molti punti di contatto, tanto che oggi vedo molte più affinità con l’hip hop che con il classico cantautorato alla De Gregori, isolato, che si scrive le proprie canzoni. Facevamo free style, ma senza pose. Ecco, credo sia questo l’aspetto più interessante, la nostra cifra stilistica. In Ecco ci sono alcune canzoni come I cerchi di Gesso, Una buona Idea e la stessa splendida title track che presentano una poetica tipica delle opere di Montale. Poche parole sufficienti a far scaturire un dialogo con le cose, la natura, i paesaggi. E un sentimento di dignità profondo, essenziale. Il compito degli artisti penso sia quello di fornire a persone che non hanno una giornata da dedicare a queste osservazioni, elementi per vedere la realtà in modo diverso, come fa la poesia. Trasformare un’immagine comune in un sogno. Riguardo alla poetica, c’è un aspetto nella scrittura che è molto legato alle immagini della realtà. Che diventano porte per altri mondi. Non indichi però una via di fuga dal male di vivere.Le canzoni sono premesse, punti di partenza: non diamo loro troppe responsabilità. La canzone d’autore non è un trattato sociologico.

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