Parlamento

Leopolda3. Viva l’Italia viva

Leopolda3. Viva l'Italia viva

Matteo Renzi

Renzi ha aggiustato il tiro. Ha smesso di spiegare l’inevitabile per adattarsi all’inevitabile. Il paragone tiene a patto che la vicenda non sia osservata con gli occhi del premio Nobel. Si perché qui la questione è molto più pragmatica. Ad una settimana dal voto l’esigenza più pressante di Renzi e dei renziani non riguarda più la polemica sulle regole, anche perchè il Pd non tornerà indietro. Ora conta solo portare i cittadini a votare. La vera sfida è tutta qui. Lo dicono gli addetti ai lavori, lo dicono i sondaggisti. Sotto una certa soglia numerica Matteo Renzi non ha chance. E così dal palco della Leopolda, Renzi pronuncia il nuovo comandamento: “Smettiamola di lamentarci sulle regole. Per ciascuno di voi che si lamenta ci sono 5 persone che hanno paura di andare a votare. Invece dobbiamo cominciare a dire che votare è facile”.

Si appella alla partecipazione più e più volte, come se sentisse quella carica di inizio settembre in parte evaporata. Come se la luce si fosse un po’ appannata. E la colpa di chi è? Dei giornali che da giorni parlano del piano B di Renzi, la strategia di riserva in caso di sconfitta. Per questo cerca di rassicurare tutti tirando fuori gli artigli: “Non c’è nessun piano B. Vogliamo vincere, anche male ma vogliamo vincere. Non ci interessa perdere bene. A noi interesse il Paese. Chi si ritira all’ultimo chilometro non è un romantico, è un vigliacco. Se perdo non accetterò nessun piano B perché no vorrò mai diventare come loro”.

E questa la differenza è proprio la rottamazione: il noi e il loro, il vecchio e il nuovo. È il filo conduttore dell’intervento, è il programma, il nodo centrale, il solito solco che segna i confini: “Abbiamo il diritto di cambiare le cose perché non c’eravamo negli ultimi vent’anni. Noi siamo il cambiamento che l’Italia sta aspettando. Siamo gli unici che possiamo presentarci al Paese senza portare la giustificazione”. Io non c’ero, quindi non c’entro “nel fallimento della politica”. Anche se precisa: “Mi tengo Morando e vi do un Fassina tutta la vita, perché la rottamazione non è un fatto anagrafico”.

La sala è piena, la prima volta dopo tre giorni, e si fa sentire. Uno, due dieci, applausi. Ogni capoverso un boato. Il leader trascina. D’Alema su questo fronte funziona sempre tra i renziani, anzi no tra “gli entusiati” come preferisce chiamarli il sindaco: “Se oggi il Pd è sopra il 30% andate a ricercare quelli che dicevano che il partito si sarebbe sfasciato”. Parla di lavoro, difende Ichino e attacca la Cgil. “Chiedo al nostro segretario Pierluigi Bersani se non sia il caso di dire una parola su chi ha detto che Ichino è dalla parte sbagliata, e non si debba candidare con noi: lo ha detto il segretario della Cgil. Dove sta Ichino lo decide Ichino e gli elettori che lo votano, non il segretario di un’organizzazione sindacale. Questa della Cgil è un arroganza assurda”.

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