pena di morte

L’America che mette il freno al boia

Rapporto 2015 sulla pena di morte

L’America che mette il freno al boia

Processi rifatti e condanne cancellate, vite salvate a un passo dal gong; ma anche esistenze cancellate da un’iniezione letale. Dal 1989, l’anno in cui il test del Dna entrò massicciamente nel sistema giudiziario americano, oltre 2000 persone – verso il braccio della morte o condannate a pene pesanti – hanno visto i loro casi riaprirsi, in oltre 300 casi grazie al test del Dna, in altri per errori procedurali durante la raccolta delle prove o per come sono state ottenute le confessioni. Addirittura, secondo il «Death Penalty Information Center», 140 detenuti sono stati rilasciati dal 1973 dal braccio della morte poiché è emersa la loro innocenza, l’ultimo di questi (prima di Damon Thibodeaux, sabato) è Joe D’Ambrosio (Ohio). Ma quanti invece sono stati uccisi anche se innocenti? Di sicuro Carlos De Luna nel 1989. E Questo è l’interrogativo su cui fanno leva gli attivisti per i diritti umani che si battono contro il patibolo in una nazione dove il 66% ritiene giusta e legittima la pena capitale. Da quando gli Stati Uniti hanno rimesso la pena di morte (1976), quasi 1300 persone sono state uccise. Il Texas guida la classica degli Stati dove il boia è più attivo, 476 casi, precedendo la Virginia. Ma l’errore, come dimostrano queste storie, è tragicamente dietro l’angolo.

Categorie:pena di morte

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