Europa

Ddl di revisione del Patto di bilancio europeo

Ddl di revisione del Patto di bilancio europeo

Francois Hollande e Mario Monti

Il Consiglio dei ministri approva il ddl di revisione del Patto di bilancio europeo. La Camera approva (con 291 sì, 78 no e 17 astenuti) il ddl Iannaccone, che riduce il finanziamento pubblico ai partiti.

Lo scetticismo delle settimane scorse è svanito, il presidente “normale” si è imposto quasi naturalmente: l’ingresso di François Hollande nell’arena europea è andato al di là delle più lusinghiere prospettive. Arrivato in treno e ripartito in auto, il capo dello Stato è riuscito a far ruotare la discussione attorno ai suoi temi, a rendere inaggirabile il confronto sulle sue idee. Come ha scritto la stampa progressista tedesca, per la prima volta Angela Merkel non è stata la protagonista.

Hollande ha incassato un successo di stima e di immagine, mentre sulla sostanza i risultati sembrano meno corposi, almeno per il momento. Il prossimo vertice del 28-29 giugno dovrebbe varare alcune misure per la crescita, quelle più consensuali: l’aumento di capitale della Bei e l’uso dei fondi strutturali rimasti finora in un cassetto. Il corollario saranno i “project bonds”, legati a precisi investimenti e che Hollande ritiene, più che altro, un modo per dar vita a partenariati tra settore pubblico e privato. Il tutto potrebbe entrare a far parte di quel patto per la crescita rivendicato da Hollande in campagna elettorale e che probabilmente sarà un atto giuridico separato dal Fiscal compact. Sulla Tobin Tax resta da superare l’opposizione britannica: potrebbe essere un progetto ridotto alla sola Eurozona, ma la Merkel dovrà in questo caso convincere i suoi alleati liberali.

Il presidente non è invece riuscito a piegare l’inflessibilità tedesca su due temi. Il primo è quello degli eurobond, che lui stesso indica come strumento per mutualizzare i debiti futuri e non quelli pregressi. A parte l’appoggio di Mario Monti e quello di Cameron (ma la Gran Bretagna non appartiene all’Eurozona), l’idea resta contestata. Secondo la cancelliera, le eurobbligazioni possono arrivare alla fine di un processo di integrazione non all’inizio. Con lei ci sono l’Olanda, la Svezia, la Finlandia. Altri tentennano: la Spagna di Mariano Rajoy è d’accordo in teoria, ma è più preoccupata dalla situazione delle sue banche, la Polonia, candidata a entrare nell’euro un giorno o l’altro, non si sbilancia. Hollande è insomma riuscito solo a imporre l’argomento.

La discussione su questo punto ha relegato nell’ombra un altro dissenso franco-tedesco: Hollande ha proposto che il meccanismo europeo di stabilità (Esm) possa intervenire per aiutare le banche europee in accordo e con l’aiuto della Bce. Anche su questo punto la Merkel ha risposto picche, sostenuta da Mario Draghi.

La frattura tra il presidente e la cancelliera è stata sottolineata anche dal mancato incontro fra i due prima della riunione, com’è consuetudine. Le schermaglie iniziali, i dissapori e anche gli scontri non sono una novità nella coppia franco-tedesca, soprattutto quando cambiano le persone. E non bisogna dimenticare che Hollande non ha le mani libere fino alle elezioni politiche del 10-17 giugno. Poi arriverà l’ora dei compromessi. Su alcuni punti, tuttavia, le posizioni sono distanti. Hollande ha messo fine allo strapotere della cancelliera, ma per strappare concessioni dovrà dimostrare di essere davvero pronto a praticare la disciplina di bilancio: in questo campo, i francesi dovranno dare garanzie concrete prima di poter ammorbidire l’intransigenza tedesca.

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