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Il sogno eretico

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Il sogno eretico

Il sogno eretico è forse il più esplicito e “agit-prop” tra i dischi del riccio capelluto: i testi sono più didascalici, il rappato meno funambolico, quindi più intellegibile (lui è al solito bravissimo a costruire le rime). La parte musicale, con giusto un paio di eccezioni, è colorata ma insipida come sempre e più che mai. Nessun dorma, dice Capa, perché il sonno della ragione genera mostri (si vedano la copertina e l’interno di copertina in stile Charles Burns – il fumettista americano, non il personaggio dei Simpson – opera di Squez) e oggi è sicuramente più pornografico pensare con la propria testa che sfogliare le riviste zozze.

Dopo un siparietto un po’ alla Elio, in romanesco, Michele/Capa se la piglia con il mercato discografico e con le riviste, con la scena hip hop che lo dissa (non li cita, ma si riferisce a Fabri Fibra e Bassi Maestro) e con i social network (Chi se ne frega della musica). Rockettino hard alla Kashmir, tra una intro in vocoder e un insertino reggae, contro l’ingenuità di chi non si preoccupa di verificare le “verità supposte” che gli vengono propinate dall’alto (Il dito medio di Galileo). Intro alla Chieftains e riffettini funky/Pink Floyd per parlare di Giordano Bruno e di altri martiri eretici messi a tacere (Sono il tuo sogno eretico). In forma di quiz, ecco i controsensi del sistema Italia (Cose che non capisco); l’Italia della fuga dei cervelli e con un futuro sempre più arido davanti a sé protagonista dell’hit single Goodbye Malinconia, con il bel refrain retroKitsch cantato da Tony Hadley degli Spandau Ballet.

Rockettino anni Cinquanta per il qualunquismo e i bassistinti del popolino, messo a paragone con lo stereotipico mondo disneyano (La marchetta di Popolino). Discopop da boyband per parlare dell’ecologismo (La fine di Gaia). Ma non siamo al sicuro neppure dentro casa: attenzione agli incidenti domestici e ai pericoli anche psicologici che si annidano tra le quattro mura (House credibility). Musica hollywoodiana alla Mission Impossible per il mega-spoilerone intestato a Kevin Spacey (e ispirato probabilmente a un famoso video che gira sul Tubo). Divertente, come la successiva tirata anti-Berlusca, spammatissima su Facebook, che non propone tanto di legalizzare “la maria” (e parte subito il reggae), quanto piuttosto di ratificare la già avvenuta legalizzazione del premier, a cui tutto si perdona e si perdonerà (Legalize the Premier). Bel riff punk-rock/hard per lo sfogo di Dio, che si lamenta del tartassamento quotidiano che subisce dall’uomo (Messa in moto). Mood epico nel compitino da bravo allievo di Frankie-Hi-Nrg contro i politici e lo Stato che ci ritroviamo (Non siete Stato voi) e intro epic metal – e a seguire il solito rockettino caparezziano – per dire ancora una volta viva la rivoluzione (ancora Frankie a modello, quello di Sanremo 2008) e bacchettare una opposizione addormentata incapace di proporsi come vera alternativa (La ghigliottina).

Un po’ di vera grinta musicale, finalmente, arriva proprio in chiusura (Ti sorrido mentre affogo): un incalzante post-hardcore in salsa proggie – con inserti di tastierine videogame alla Squarepusher – per dire che a Capa non interessa più di tanto essere capito; lui vuole semplicemente dire quello che pensa e continuare per la propria strada. Noi non ci crediamo ma, viste le premesse, ci accontentiamo.

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