Europa

Terremoto elettorale in Irlanda “Ora rivedere il piano di aiuti Ue”

Terremoto elettorale in Irlanda "Ora rivedere il piano di aiuti Ue"

Enda Kenny

Se in Italia la “prima repubblica” è finita con Tangentopoli, in Irlanda è finita lo scorso fine settimana con le elezioni anticipate convocate per voltare pagina dopo il peggiore crack finanziario nella storia dell’Isola di Smeraldo. Fianna Fail, da sempre il partito di governo, è quasi scomparso: aveva 77 seggi nella legislatura uscente, gliene sono rimasti appena 20. Ne hanno approfittato tutti gli altri, che ora stanno negoziando per formare una coalizione. Il nuovo partito di maggioranza relativa, il Fine Gael, è passato da 51 a 76 deputati, ma non è tuttavia abbastanza per governare da solo.

L’Irlanda dunque cambia tutto, ma cosa significa e come cambierà resta da vedere. Ha perso un partito moderato, centrista, il Fianna Fail, appunto; ma non ha vinto un partito di segno opposto: il Fine Gael è infatti un partito di centro-destra. Suo tradizionale alleato e più probabile partner in una coalizione governativa è però un partito di sinistra, il Labour, anch’esso cresciuto, anzi quasi raddoppiato, da 20 a 37 seggi. La sfida, del resto, non era tra destra e sinistra, ma fra chi poteva offrire agli irlandesi una ricetta per uscire dalla crisi e chi no. Paradossalmente, sia gli sconfitti del Fianna Fail che i vincitori del Fine Gael hanno posizioni simili dal punto di vista economico: ridurre la spesa pubblica, ottenere aiuti dalla comunità internazionale, rilanciare la produzione. Se c’è una differenza è che il Fine Gael, essendo rimasto all’oppozione negli anni del boom in cui l’Irlanda era stata soprannominata la “Tigre Celtica”  e in quelli successivi del crollo, non si è sporcato le mani, può dire di non avere responsabilità dirette nel collasso che ha messo il paese in ginocchio. E’ bastato questo a fargli vincere (seppure senza stravincere) le elezioni e consegnare la permiership al suo leader, Enda Kenny.

Terremoto elettorale in Irlanda "Ora rivedere il piano di aiuti Ue"

Terremoto elettorale in Irlanda
“Ora rivedere il piano di aiuti Ue”

Un pizzico di credibilità in più ha investito il Fine Gael anche della fiducia di poter rinegoziare in termini meno svantaggiosi il pacchetto di 85 miliardi di euro di aiuti approvato lo scorso anno dall’Unione Europea, un prestito con un tasso d’interesse del 5,8 per cento che molti, a Dublino, giudicano “punitivo” e possibile causa di una nuova crisi, anzi di una bancarotta nazionale, anziché uno stimolo per la ripresa. Il neo-premier Kenny non ha perso tempo a chiedere per l’appunto di ridiscutere tutto con Bruxelles e con il Fondo Monetario Internazionale: “Questo è un cattivo accordo per l’Irlanda e per l’Europa, bisogna cambiarlo”, ha detto. Il commissario Ue agli affari economici, Olli Rehn, gli ha risposto che gli impegni presi vanno rispettati e che un eventuale ribasso dei tassi di interesse sui prestiti concessi a Dublino potrà essere ridiscusso solo nel contesto di una strategia globale della Ue. Tradotto in parole povere: si vedrà, ma non fatevi troppe illusioni.

Il vincitore morale del voto irlandese è forse Gerry Adams, leader dello Sinn Fein, il partito cattolico che lotta da decenni per l’indipendenza dell’Irlanda del Nord dalla Gran Bretagna e la sua riunificazione con l’Irlanda. Adams ha deciso di abbandonare la politica nell’Ulster che gli ha dato fama e successi, per provare a rafforzare il suo partito a Dublino: ci è riuscito, non solo vincendo un seggio per sé ma triplicandoli per lo Sinn Fein, passato da 4 a 13 deputati. Ha detto subito di avere un “piano a lungo termine” per la riunificazione dell’isola.

Ma è il breve e medio termine che adesso preoccupa gli irlandesi. Quello che è stato per un decennio il paese più prospero d’Europa è tornato di colpo a essere il più povero, come negli anni Trenta della Grande Depressione quando l’alternativa, per gli irlandesi, era vivere di stenti o emigrare in America. Non a caso il consumo della Guinness, la birra scura simbolo nazionale dell’Irlanda, è calato dell’8 per cento nell’ultimo anno e si è dimezzato nell’ultimo decennio. Nessuno, nemmeno i vincitori delle elezioni, oggi ha voglia di brindare.

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