Centrosinistra

[Storia] Il Partito Comunista Italiano

Partito Comunista Italiano
Partito Comunista Italiano

Una volta caduto il regime fascista nel 1943 ricominciò a operare legalmente partecipando immediatamente alla costituzione di formazioni partigiane e dal 1944 al 1947 agli esecutivi antifascisti successivi al governo Badoglio I, dove il nuovo capo politico Palmiro Togliatti fu anche per un breve periodo vicepresidente del Consiglio dei ministri. Nell’antifascismo il PCI è la forza più popolare e infatti la maggior parte degli aderenti alla Resistenza italiana era membro del partito comunista. Le Brigate Garibaldi, promosse dai comunisti, rappresentarono infatti circa il 60% delle forze partigiane. Nel corso del conflitto diverse componenti identificarono la lotta antifascista con la lotta di classe, mirando ad attuare una rivoluzione sul modello di quella sovietica. In realtà la maggioranza dei partigiani comunisti, sulla base delle indicazioni provenienti dai loro vertici e in particolare da Luigi Longo (allora a capo del partito nell’Italia occupata e al tempo stesso delle Brigate Garibaldi), intesero correttamente la lotta partigiana come una lotta volta in primo luogo alla liberazione del Paese dal nazifascismo, da condursi quindi nel modo più unitario possibile, accantonando le differenze di impostazioni e di obiettivi rispetto alle altre forze che partecipavano alla Resistenza: una linea che culminò nella costituzione del Comando generale unificato del Corpo volontari della libertà (CVL), contribuendo in modo decisivo all’esito vittorioso della lotta di liberazione.

Il 15 maggio 1943 in seguito allo scioglimento dell’Internazionale Comunista assunse la denominazione di PCI. Quando il 25 luglio del 1943 Mussolini fu costretto a dimettersi, l’iniziativa del partito aumentò sensibilmente sia per i maggiori margini di manovra sia per la conseguente uscita dal carcere e il ritorno dall’esilio di numerosi dirigenti comunisti. Il 30 agosto 1943 dieci membri del partito costituirono a Roma una direzione centrale in Italia senza direttive ufficiali da parte di Togliatti. I dieci erano Mauro Scoccimarro, in questa fase il dirigente più autorevole e prestigioso della direzione, Umberto Massola, entrato clandestinamente in Italia fin dal 1941, Antonio Roasio, Agostino Novella, Celeste Negarville, Giorgio Amendola, Luigi Longo, Giovanni Roveda, Pietro Secchia e Girolamo Li Causi. Il peso del PCI in Italia era divenuto molto importante e furono soprattutto le decisioni politiche prese dai dirigenti del partito a Roma che ebbero decisiva influenza sulla crescita della Resistenza.

Nel marzo del 1944 Togliatti dopo aver avuto un incontro con Stalin tornò in Italia e praticò quella che rimase famosa come la svolta di Salerno con la quale anteponendo la lotta antifascista alla deposizione della monarchia il PCI sancì il proprio ingresso nel Governo. L’ingresso del PCI nei governi formati da Pietro Badoglio e dal socialista riformista Ivanoe Bonomi andava letto nell’intenzione di Togliatti come il tentativo di accreditarsi come forza responsabile e fondatrice della democrazia italiana. La decisione politica di Togliatti di abbandonare almeno per il momento la volontà di rimanere estranei a un arco costituzionale democratico, specialmente se monarchico, ebbe delle conseguenze pesanti anche all’interno del PCI e più in generale in senso alla sinistra italiana. Nel dopoguerra infatti nel dibattito storico inerente ai rapporti (o addirittura all’eventuale fusione, di cui si ebbe molto a parlare) tra i due massimi partiti di sinistra, vale a dire il PCI e il PSI, non pochi furono gli esponenti sociali che si opposero fermamente a ogni alleanza, fusione e comunanza con i comunisti del partito togliattiano, reo di aver tradito sia pur con il benestare di Stalin la linea internazionalista che con gradazioni alterne a seconda del periodo storico impediva ogni sorta di alleanza con le forze democratiche e liberali degli stati borghesi, non di rado definite insieme ai socialdemocratici come forze «socialfasciste».

In seno alla svolta di Salerno era necessario dare un volto nuovo al partito e per ottenere questo era necessario che il PCI ricostruito su basi diverse e diventasse un partito nuovo, ovvero un moderno partito di massa con profonde radici nei luoghi di lavoro e aderente alla società. Il partito cominciò pertanto una crescita costante data sia dal punto di vista dell’organizzazione, che si sviluppò ormai capillarmente in tutte le città italiane, sia in termini di numero di iscritti, passati dai 500.000 del 1944 al 1.700.000 del 1945, che lo portarono a diventare il più importante e grande partito comunista europeo a ovest della cortina di ferro.

Nel 1947 nel nuovo clima internazionale di guerra fredda il PCI è allontanato dal governo e sarebbe rimasto all’opposizione per tutto il resto dei suoi giorni, non entrando mai in nessun governo repubblicano. Durante il XX Congresso del Partito Comunista dell’Unione Sovietica Nikita Sergeevič Chruščëv diede avvio con la denuncia dei crimini del regime staliniano alla cosiddetta destalinizzazione, la quale ebbe non poche ripercussioni anche sulla sinistra italiana. La linea del PCI diede seguito alla svolta che si tradusse nella volontà di tracciare una propria «via italiana al socialismo» che consisteva nell’accentuare il vecchio obiettivo del raggiungimento di una «democrazia progressiva» applicando integralmente la Costituzione italiana.

Nel novembre del 1947 dopo la notizia che il prefetto di Milano Ettore Troilo, esponente della Resistenza, era stato destituito dal ministro degli interni Mario Scelba, Giancarlo Pajetta, capo del partito in Lombardia, prese l’iniziativa di mobilitare le formazioni armate di ex partigiani che bloccarono corso Monforte dove aveva sede la prefettura e si vissero momenti di grande tensione. Pajetta entrò in prefettura, il sindaco socialista Antonio Greppi e altri sindaci si dimisero per protesta contro la rimozione di Troilo e venne organizzato un comitato di agitazione. Ben presto il governo riprese in mano la situazione e senza azioni violente e dopo trattative condotte da Marrazza i militanti comunisti evacuarono la prefettura e accettarono la nomina di un nuovo prefetto di Milano. Togliatti ebbe parole di sarcastica critica per l’avventatezza di Pajetta e colse l’occasione per bloccare l’estremismo di una parte del partito.

Il 14 luglio 1948 Togliatti fu gravemente ferito alla nuca e alla schiena all’uscita dalla Camera dei deputati a Roma da Antonio Pallante, un estremista anticomunista. Le condizioni di Togliatti apparvero subito molto gravi e nonostante i suoi inviti a mantenere la calma si diffuse subito grande agitazione tra i militanti comunisti. Il capo del partito venne sottoposto a un difficile intervento chirurgico che si concluse con successo nel pomeriggio, ma nel frattempo in molte regioni d’Italia si era instaurata una situazione pre-insurrezionale. Senza attendere le indicazioni del partito i militanti comunisti e la base operaia diedero inizio a un impressionante sciopero generale con occupazione della fabbriche e ricomparvero formazioni di ex partigiani armati nel Biellese, in Valsesia e a Casale Monferrato. I militanti comunisti assaltarono la FIAT e alcuni dirigenti, tra cui lo stesso Vittorio Valletta, vennero presi in ostaggio e comparvero le armi all’interno della fabbrica. Ufficialmente il partito non aveva ancora dato alcuna direttiva insurrezionale, ma corsero voci che Cino Moscatelli e Pietro Secchia fossero favorevoli a un’azione rivoluzionaria. A Torino e Milano, in parte presidiate dai militanti comunisti, si svolsero grandi manifestazioni di piazza in cui si parlò di armi pronte. Scontri armati nel capoluogo lombardo tra comunisti e polizia terminarono con numerosi feriti e l’occupazione di altre fabbriche. A Genova il movimento insurrezionale fu ancora più esteso: si verificarono scontri tra militanti e forze dell’ordine con feriti, alcuni carabinieri e poliziotti furono presi prigionieri. Nella notte si eressero le barricate e il prefetto decretò lo stato d’assedio.

Tra i dirigenti del partito l’attentato a Togliatti provocò grande emozione. Dopo le prime notizie confuse arrivarono le informazioni sullo sciopero e sulle azioni pre-insurrezionali spontanee dei militanti. I capi comunisti nelle loro memorie hanno riferito di una scelta unitaria di controllare il movimento ed evitare di uscire «in modo irreparabile dalla legalità». All’epoca si diffuse la voce che Secchia e Longo avessero avuto contatti segreti con i sovietici durante i quali questi ultimi avrebbero escluso la possibilità di fornire aiuto in caso d’insurrezione. In realtà in un primo tempo i dirigenti comunisti preferirono attendere gli eventi senza sostenere esplicitamente l’insurrezione, ma polemizzando aspramente contro il governo e il ministro Scelba, tuttavia la stampa comunista non diramò alcuna parola d’ordine rivoluzionaria. Un’analisi realistica della situazione rendeva del resto impossibile un’alternativa rivoluzionaria: l’Unione Sovietica era contraria ad avventure insurrezionali e le forze dell’ordine col sostegno eventualmente dell’esercito disponevano di una schiacciante superiorità militare, prevedendo anche un intervento diretto statunitense. Inoltre i comunisti erano forti solo in alcune aree del Paese e soprattutto nelle fabbriche e nelle grandi città del nord, ma le campagne e il sud non avevano affatto partecipato al moto insurrezionale.

La mattina del 16 luglio i dirigenti comunisti presero la decisione di bloccare l’evoluzione rivoluzionaria e arrestare lo sciopero. Il ministro Scelba mostrò grande decisione e le forze dell’ordine intervennero a Livorno, Bologna, Napoli e Castellammare dove ci furono scontri a fuoco e morti tra i manifestanti. Le occupazioni delle fabbriche furono progressivamente interrotte e Vittorio Valletta fu liberato. Il 17 luglio il comitato centrale del partito approvò ufficialmente la cessazione dello sciopero. Nelle loro memorie i capi comunisti in maggioranza hanno escluso che l’insurrezione potesse avere successo e solo Giancarlo Pajetta ha affermato che al nord l’insurrezione sarebbe stata possibile, Pietro Secchia ha scritto che solo a Torino, Genova e Venezia i militanti comunisti avevano il pieno controllo della situazione mentre Giorgio Amendola ritiene che l’insurrezione non avrebbe avuto alcuna possibilità di vittoria neppure al nord. Due giorni prima il Senato aveva respinto una mozione di sfiducia presentata da Umberto Terracini al governo De Gasperi con l’accusa di essere moralmente e politicamente responsabile dell’attentato a Togliatti. Gli anni successivi furono caratterizzati da una forte opposizione (che non mancò di veri e propri ostruzionismi) alle politiche del governo De Gasperi, in particolare sull’adesione dell’Italia al Patto Atlantico e sulla legge elettorale cosiddetta truffa. I parlamentari comunisti si impegnarono anche a presentare proposte di legge in favore dei lavoratori, come quella per la tutela delle lavoratrici madri che ebbe come prima firmataria la deputata Teresa Noce.

Negli anni successivi pur continuando ad appoggiare l’Unione Sovietica anche nella drammatica crisi d’Ungheria durante la rivoluzione ungherese del 1956 il PCI di Togliatti diede inizio a una nuova politica di partito nazionale imboccando la «via italiana al socialismo» dopo che personaggi significativi, in maggioranza intellettuali, avevano abbandonato il partito protestando contro l’adesione del PCI alla repressione sovietica o avevano espresso dissenso nel cosiddetto Manifesto dei 101. Tale nuova politica non gli impedì di esprimersi in una importante conferenza internazionale dei partiti comunisti a favore della fucilazione di Imre Nagy, il capo comunista ungherese considerato democratico. Tra coloro che in quella situazione manifestarono una posizione di dissenso pur senza abbandonare il partito va ricordato il capo della CGIL Giuseppe Di Vittorio mentre vari intellettuali tra cui lo storico Renzo De Felice ne uscirono per protesta e in aperto dissenso. Soltanto una ventina tra i firmatari del Manifesto dei 101 avrebbero ritenuto posteriori la loro adesione mentre altri come Lucio Colletti ne usciranno comunque in seguito. Il manifesto, che doveva inizialmente essere solo una forma di dissenso interno secondo parte dei suoi partecipanti ed essere pubblicato su l’Unità, venne invece integralmente diffuso dall’ANSA quasi immediatamente e provocò fortissimi dissensi tra la base che si arroccò attorno al suo gruppo dirigente e una gran parte degli intellettuali che finirono per uscire dal partito. La principale conseguenza politica degli avvenimenti del 1956 fu il definitivo tramonto del patto d’unità d’azione tra il PCI e il PSI.

Con la fine del centrismo e con l’inizio dei governi di centro-sinistra il PCI di Togliatti non mutò la sua posizione di opposizione al governo, ma mori a Jalta il 21 agosto del 1964. I suoi funerali, che videro la partecipazione di oltre un milione di persone, costituirono il più imponente momento di partecipazione popolare che la giovane Repubblica italiana aveva conosciuto fino a quel momento. L’ultimo documento di Togliatti, che ne costituiva il testamento politico e che fu ricordato come il memoriale di Jalta, ribadiva l’originalità e la diversità di vie che avrebbero consentito la costruzione di società socialiste, unità nella diversità del movimento comunista internazionale. Il PCI lasciato da Togliatti era un partito che pur continuando a rimanere ancorato al centralismo democratico cominciava a sentire l’esigenza di rendere visibili quelle che al suo interno erano le diverse sensibilità e opzioni politiche. Il primo Congresso dopo la morte di Togliatti, l’XI svoltosi nel gennaio del 1966, fu il teatro del primo scontro svoltosi alla luce del sole dalla nascita del partito nuovo. Le due linee politiche che si fronteggiarono furono quella di destra di Giorgio Amendola e quella di sinistra di Pietro Ingrao. Sebbene la posizione della sinistra di Ingrao si rivelò in minoranza, in particolare sul tema della pubblicità del dissenso (che si riteneva avrebbe aperto le porte alla divisione del partito in correnti organizzate), molte delle sue istanze (messa all’ordine del giorno del tema del modello di sviluppo, necessità di una programmazione economica globale che si contrapponesse alla inefficace programmazione del governo e attenzione al dissenso cattolico e ai movimenti giovanili) furono accolte nelle tesi congressuali. Il lavoro di sintesi, rivolto al rinnovamento nella continuità, tra le diverse anime del partito suggellò la guida politica di Luigi Longo, eletto segretario generale dopo la morte di Togliatti e degno continuatore delle sue politiche.

Nel ruolo di successore di Togliatti i due candidati più forti erano proprio Amendola e Ingrao, ma Longo per le garanzie di unità e continuità che dava la sua figura, che aveva ricoperto con Togliatti la carica di vicesegretario e aveva sempre con lealtà ed efficacia coadiuvato il segretario, costituiva la soluzione migliore per la segreteria del partito. Longo continuò nella definizione di una politica nazionale del PCI e infatti a differenza del 1956 nel 1968 il partito si schierò contro l’invasione sovietica della Cecoslovacchia.

L’amicizia e la lealtà che legavano il PCI all’Unione Sovietica, nonostante a partire dal 1968 una graduale progressiva critica all’operato del PCUS, fecero sì che l’atteggiamento nei rapporti internazionali non si tradusse mai in una rottura dei rapporti col partito sovietico. Questo portò a crisi e frammentazioni con militanti, intellettuali (molto noto il caso di Italo Calvino), dirigenti (come Antonio Giolitti, che nel 2006 ricevette le scuse e l’attestazione della ragione da Giorgio Napolitano, capo dello Stato e allora nella dirigenza allineata a Mosca) e componenti di sinistra e libertarie che fuoriuscivano o mettevano in discussione (Manifesto dei 101) la linea politica prima e dopo la rivoluzione ungherese del 1956 e poi con la Primavera di Praga gli interventi militari sovietici sulle nazioni dissidenti non sufficientemente o per nulla stigmatizzate dall’allora gruppo dirigente. Molti comunisti, riunti intorno alla rivista il manifesto, tra cui Rossana Rossanda, furono espulsi dal partito come già accaduto in altre circostanze. In quegli anni molte sigle di ispirazione comunista si sarebbero formate alla sinistra del PCI, contestando l’adesione al realismo sovietico.

Il PCI è stato per molti anni dall’osservazione dei dati elettorali il partito comunista più grande dell’Europa occidentale. Mentre infatti negli altri Paesi democratici l’alternativa ai partiti o alle coalizioni democristiane o conservatrici era da sempre rappresentata da forze socialiste (con i partiti comunisti relegati a terza o quarta forza), in Italia rappresentò il secondo partito politico in assoluto dopo la Democrazia Cristiana (DC), con un Partito Socialista Italiano (PSI) via via sempre più piccolo e relegato dal 1953 in poi al rango di terza forza del Paese. Nel 1976 il PCI raggiunse l’apice del suo consenso elettorale col 34,4% dei voti dopo che l’anno prima aveva conquistato le principali città italiane mentre alle elezioni europee del 1984 avvenne il breve sorpasso sulla DC (33,33% dei consensi contro il 32,97%). Con milioni di iscritti nella sua storia, raggiungendo i 2 252 446 nel 1947, il PCI fu il più grande partito per numero di membri in tutta la storia della politica dell’Europa occidentale.

Nel 1972 divenne segretario Enrico Berlinguer, che sulla suggestione della crisi cilena propose un compromesso storico tra comunisti e cattolici democratici che avrebbe dovuto spostare a sinistra l’asse governativo, trovando qualche sponda nella corrente democristiana guidata da Aldo Moro. Fu il periodo in cui Augusto Del Noce preconizzò che il PCI si sarebbe trasformato in un «partito radicale di massa». In questi anni il comunismo «si è rovesciato nel suo contrario: voleva affossare la borghesia e ne è divenuto una delle componenti più salde ed essenziali».

I rapporti con l’Unione Sovietica si allentarono ulteriormente quando a opera dello stesso Berlinguer iniziò la linea eurocomunista basata su un’alleanza tra i principali partiti comunisti dell’Europa occidentale (il PCI, Partito Comunista Francese guidato da Georges Marchais e il Partito Comunista di Spagna guidato da Santiago Carrillo) che cercò una qualche indipendenza dai sovietici. Questi ultimi in realtà mal digerirono la corrente di pensiero berlingueriana, che seguendo la tradizione della via italiana al socialismo già consolidata anni prima da Togliatti affermava la costruzione di un comunismo non pienamente allineato con quello sovietico, gettando le basi anche in senno alla nascitura Comunità europea di un comunismo proprio dei Paesi occidentali e non aderenti al Patto di Varsavia. La linea sovietica infatti era volta all’affermazione di una sola linea di principio, ovvero il comunismo russo come unico e solo punto di riferimento. Il che nelle varie fasi storiche della guerra fredda si tradusse in un continuo e costante contrasto con tutti quei Paesi, europei e non, che non ne adottavano pienamente la linea (Cina, Albania, Jugoslavia e infine anche Italia). Nel momento in cui Berlinguer ebbe a promuovere una linea di pensiero dottrinale distante da quella di Mosca, le conseguenze non si fecero attendere: oltre a richiami e moniti ci fu una sostanziosa riduzione dei finanziamenti sovietici alle casse del PCI. L’eurocomunismo attivo però durò poco a causa del riallineamento del Partito Comunista Francese alla tradizionale dipendenza dalla linea di quello sovietico, il calo del peso elettorale dei comunisti spagnoli e l’acuirsi delle differenze interne nello stesso PCI. Nonostante le critiche rivolte al partito sovietico Berlinguer continuava a elogiarne il regime, sostenendo nel 1975 che lì esisteva «un clima morale superiore, mentre le società capitalistiche sono sempre più colpite da un decadimento di idealità e di valori etici e da processi sempre più ampi di corruzione e di disgregazione», contrapponendo il «forte sviluppo produttivo» dell’Unione Sovietica alla «crisi del sistema imperialistico e capitalistico mondiale». Ancora nel 1977 Berlinguer parlava di «grandi conquiste» realizzate dai Paesi comunisti, ammettendo però l’esistenza di «lati negativi» che «consistono essenzialmente nei loro tratti autoritari o negli ordinamenti limitativi di certe libertà». Aggiungeva infine che «quei paesi rappresentano una grande realtà sociale, una grande realtà nella vita del mondo di oggi».

Nel novembre di quell’anno Berlinguer pronunciò a Mosca, dove si era recato per le celebrazioni comuniste dei sessant’anni dalla rivoluzione d’ottobre dei bolscevichi, un discorso che spinse alcuni come Ugo La Malfa e Eugenio Scalfari a ritenere ormai prossima la rottura del PCI con l’Unione Sovietica. Altri però, in particolare gli intellettuali della rivista socialista Mondoperaio, non vedevano nessuna rottura, se non una generica presa di distanza dallo stalinismo che non conduceva però a un effettivo ripudio dell’ideologia marxista-leninista, né all’ammissione di come la repressione del dissenso in Unione Sovietica fosse una diretta conseguenza di quell’ideologia. In occasione della Biennale di Venezia tra la fine del 1977 e il 1978 quando il suo Presidente, l’allora socialista Carlo Ripa di Meana, intese dar voce al dissenso degli intellettuali perseguitati dall’Unione Sovietica reagì duramente all’iniziativa parlando di provocazione e sollecitando il governo italiano a ritardare il finanziamento della Biennale. Diversi artisti e intellettuali vicini al PCI come Vittorio Gregotti e Luca Ronconi si dimisero in segno di protesta dal comitato della rassegna. Il tema dei rapporti del PCI con l’Unione Sovietica fu al centro di aspri dibattiti e scontri politici tra la fine degli anni settanta e l’inizio degli ottanta tra Berlinguer e l’emergente socialista Bettino Craxi, che rimproverava ai comunisti italiani di mantenere intatti i legami col regime sovietico e di non sposare fino in fondo i valori della socialdemocrazia europea.

L’ambiguità dei rapporti del PCI con l’Unione Sovietica si protrasse per tutti gli anni ottanta. Se nel 1981 in seguito al golpe polacco di Jaruzelski che si ribellò a Mosca Berlinguer giunse a dichiarare conclusa la spinta propulsiva della rivoluzione d’ottobre e producendo la reazione contraria di Armando Cossutta, che condannò il gesto come uno strappo, il PCI si oppose duramente all’installazione di una base euromissilistica in Italia come risposta ai missili di nuova generazione puntati dall’Unione Sovietica contro l’Italia e l’Europa occidentale. Ancora nel 1984 in risposta al documento dell’allora cardinale Ratzinger che condannava le teologie della liberazione sia per l’ideologia materialista di stampo marxista a esse sottesa, ritenuta inconciliabile col cristianesimo, sia per il loro carattere totalizzante derivante da quella stessa ideologia, il mensile Rinascita, da sempre strumento di elaborazione e diffusione della politica culturale del PCI, attaccò duramente le posizioni espresse da Ratzinger sostenendo che i suoi giudizi sul socialismo in generale e sulle sue applicazioni concrete in Unione Sovietica sarebbero stati «schematici», «grossolani» e privi di «considerazione storica». Solidarizzò invece con Ratzinger un ex membro del PCI, Lucio Colletti, fuoriuscito dal partito in seguito a una profonda revisione delle proprie convinzioni ideologiche: «Il giudizio del PCI sull’Unione Sovietica è il frutto, tuttora, di un avvilente compromesso intellettuale e morale. Decine di milioni di vittime sotto Stalin; il totalitarismo; il Gulag; un sistema che tuttora procede utilizzando il lavoro forzato dei lager; la mortificazione politica dei cittadini; la giustizia asservita al partito unico: tutti questi non sono ancora argomenti sufficienti perché il PCI possa trovarsi d’accordo con l’elementare verità espressa nel documento di Ratzinger: cioè, che in quei paesi, “milioni di nostri contemporanei aspirano legittimamente a ritrovare le libertà fondamentali di cui sono privati da parte dei regimi totalitari”; che questa è una vergogna del nostro tempo; “che si mantengono intere nazioni in condizioni di schiavitù indegne dell’uomo”; e che a questa vergogna si è giunti, “con la pretesa di portare loro la libertà”».

Mentre Moro veniva definitivamente prosciolto dagli addebiti giudiziari in relazione allo scandalo Lockheed, che lo aveva infastidito sin da quando aveva cominciato a guardare a una possibile intesa coi comunisti, si preparava nel marzo del 1978 una riedizione del governo Andreotti, cui il PCI avrebbe dovuto smettere di fornire appoggio esterno (nel precedente governo, detto delle «non sfiducia», dal 1976 aveva garantito l’astensione per la prima volta rinunciando al voto d’opposizione), offrendo il voto favorevole a un monocolore DC in attesa di una fase successiva nella quale ammetterlo definitivamente e a pieno titolo nella compagine governativa.

Questo governo nasceva con alcuni membri assolutamente sgraditi al PCI, come Antonio Bisaglia, Gaetano Stammati e Carlo Donat-Cattin, la cui inclusione nella compagine ministeriale era stata operata da Giulio Andreotti nonostante le richieste di esclusione da parte del PCI. Secondo una versione accreditata molti anni dopo insieme con Alessandro Natta, capogruppo alla Camera, Berlinguer dovette sveltamente decidere se proporre alla direzione del partito già convocata per il pomeriggio dello stesso giorno di ritirare l’appoggio al governo, ma la stessa mattina del 16 marzo, giorno previsto per la presentazione parlamentare del governo tanto faticosamente messo insieme, Moro fu rapito (e sarebbe poi stato ucciso) dalle Brigate Rosse. Berlinguer intuì la ripercussione negativa dell’evento verso la politica della solidarietà nazionale e scelse di dare al governo la fiducia nel più breve tempo possibile.

La fiducia fu dunque votata dal PCI insieme a DC, PSI, PSDI e PRI, ma non senza che Berlinguer precisasse che l’espediente di Andreotti, che suonava di repentina modifica unilaterale di accordi lungamente elaborati, costituisse «invece un Governo che, per il modo in cui è stato composto, ha suscitato e suscita, com’è noto (ma io non voglio insistere in questo particolare momento su questo punto), una nostra severa critica e seri interrogativi e riserve».

Se Moro non fosse stato rapito, il PCI probabilmente avrebbe dato battaglia ad Andreotti. Durante il sequestro Moro il PCI fu tra i più decisi sostenitori del cosiddetto «fronte della fermezza», del tutto contrario a qualsiasi tipo di trattativa con i terroristi, i quali avevano chiesto la liberazione di alcuni detenuti in cambio di quella di Moro.

In questa occasione si acuì la contrapposizione a sinistra tra il PCI e il PSI guidato da Bettino Craxi, che tentò di sostenere politicamente gli sforzi di coloro che tentavano di salvare la vita di Moro (la sua famiglia, alcuni esponenti della DC non direttamente impegnati nel governo e il papa Paolo VI) sia per un intento umanitario e di ripulsa verso una concezione eccessivamente statalista dell’azione politica, tipica del cosiddetto umanesimo socialista, sia per marcare la distanza dei socialisti dai due maggiori partiti e dalla dottrina del compromesso storico che rischiava di confinare definitivamente il PSI in un ruolo marginale nel panorama politico italiano.

Dopo il tragico epilogo della vicenda di Moro l’unico effetto di rilievo sulla DC parvero le dimissioni di Francesco Cossiga, che era ministro dell’interno. Il PCI restava fuori della compagine di governo, Berlinguer non partecipava più alle riunioni insieme ai segretari dell’arco costituzionale (anche se a livello parlamentare i contatti continuavano a essere tenuti dal capogruppo Ugo Pecchioli) e il governo Andreotti restava dov’era, sempre con Bisaglia e Stammati nella compagine di governo.

Un mese dopo la morte di Moro nel giugno del 1978 esplose con inaudita virulenza il caso del presidente della Repubblica Giovanni Leone, che grazie a una campagna cui il PCI aveva già dato un contributo fondamentale (e che a questo punto omise di ritirare) fu costretto alle dimissioni. Oltre al rancore verso Andreotti, cui si doveva un governo diverso da quello concordato (e che tradizionalmente avrebbe dovuto presentare dimissioni in caso di elezione di un nuovo capo dello Stato), si è supposto che la campagna scandalistica sia stata ulteriormente indurita da Berlinguer per poter far salire al Quirinale qualcuno meno avvinto dalla pregiudiziale anticomunista di quanto non fossero stati i presidenti precedenti.

L’elezione di Sandro Pertini, oltre che gradita al PCI, piaceva a molti settori della politica. Da parte dei socialisti, nel cui partito militava, vi era ovviamente la soddisfazione per la nomina di una figura amica che avrebbe potuto accrescere la capacità di influenza del partito di Craxi. Da parte democristiana (dalla quale si era barattata la candidatura con la persistenza al governo) Pertini era ritenuto poco pericoloso, almeno fintantoché fossero proseguiti i buoni rapporti con la DC. Anche i Repubblicani guardavano a possibili riprese di prestigio (e di influenza politica) con un nuovo scenario che premiava con la carica uno degli storici partiti laici italiani.

L’entusiasmo di Berlinguer fu però di breve durata poiché non solo Andreotti non si dimise, ma dopo la caduta determinata dall’opposizione comunista all’ingresso nel primo sistema monetario europeo successe a sé stesso con il governo Andreotti V sul principio dell’anno successivo per governare le inevitabili elezioni anticipate. Il PCI fu quindi escluso dalle relazioni fra i partiti della maggioranza e si apprestò a tornare al suo ruolo di opposizione.

Il PCI si ritrovò di nuovo all’opposizione e nel decennio successivo fu completamente isolato in quanto il PSI di Craxi dopo avere a lungo oscillato, governando a livello locale sia con la DC sia con il PCI, formulò stabilmente a livello nazionale un’alleanza di governo con la DC e con gli altri partiti laici, PSDI, PLI e PRI, denominata pentapartito, facendo pesare sempre di più nelle richieste di posti di potere il suo ruolo di partito di confine.

Per uscire dall’isolamento Berlinguer provò a ricostruire delle alleanze nella base del Paese, cercando convergenze con le nuove forze sociali che chiedevano il rinnovamento della società italiana e riprendendo i rapporti con quello che era il tradizionale riferimento sociale del PCI, ossia la classe operaia. In quest’ottica vanno lette le battaglie contro l’installazione degli euromissili, per la pace e soprattutto nella vertenza degli operai della FIAT del 1980. Il PCI in quella lotta arrivò anche a scavalcare il ruolo della CGIL e la sconfitta finale e quella riportata anni dopo nel referendum sulla scala mobile segnarono in maniera indelebile il partito.

In particolare il referendum del 1985, che era stato fortemente voluto da Berlinguer, per abrogare il cosiddetto decreto di San Valentino del 14 febbraio 1984 del governo Craxi, con il quale era stato recepito in una norma legislativa valida erga omnes l’accordo delle associazioni imprenditoriali con i soli sindacati CISL e UIL, con l’opposione della CGIL, che tagliava 4 punti percentuali dell’indennità di contingenza, segnò il punto massimo dello scontro tra Berlinguer e Craxi.

L’opposizione comunista al primo governo a guida socialista della storia della Repubblica toccò punte di parossismo e Craxi venne indicato come un nemico della classe operaia, tanto che molti iscritti e sindacalisti socialisti della CGIL furono indotti dal clima di ostracismo determinatosi nei loro confronti ad aderire alla UIL guidata da Giorgio Benvenuto che divenne di fatto il sindacato socialista, pur se molti rimasero nella CGIL grazie anche all’impegno del suo segretario generale Luciano Lama, che non aveva condiviso fino in fondo la scelta di Berlinguer di raccogliere le firme per l’indizione del referendum poi perso.

L’11 giugno 1984 il segretario Berlinguer morì a Padova a causa di un ictus che l’aveva colpito il 7 giugno sul palco mentre stava pronunciando un discorso trasmesso in diretta televisiva in vista delle elezioni europee del successivo 17 giugno. La morte di Berlinguer destò un’enorme impressione in tutto il Paese anche per la casuale presenza a Padova del presidente della Repubblica Pertini che accorse al capezzale di Berlinguer e decise di riportarne la salma a Roma con l’aereo presidenziale. I funerali videro una grande partecipazione di popolo non solo delle migliaia di militanti del PCI provenienti da tutta Italia, ma di molti cittadini romani e l’omaggio alla salma di delegazioni di tutti i partiti italiani (compresa quella del MSI) e dei partiti socialisti e comunisti di tutto il mondo.

Alle elezioni europee il PCI raggiunse il suo massimo risultato (33,3% dei voti), sorpassando sia pur di poco e per la prima e unica volta la DC (33,0% dei voti), per cui i commentatori parlarono di un «effetto Berlinguer».

Nell’aprile del 1986 fu tenuto anticipatamente a causa della disfatta dell’anno precedente nelle elezioni regionali il XVII Congresso. Come risposta alla crisi il gruppo dirigente del partito tentò grazie alla decisiva spinta dell’area migliorista di Giorgio Napolitano un riposizionamento internazionale del PCI, proponendo il totale distacco dal movimento comunista per entrare a far parte a tutti gli effetti del Partito Socialista Europeo. A questa linea si oppose duramente un piccolo gruppo organizzato da Cossutta, che in minoranza all’interno del partito aveva dato vita a una vera e propria corrente stabile sin da quando in occasione del golpe polacco di Wojciech Jaruzelski il segretario Berlinguer aveva proclamato esaurita la «spinta propulsiva della rivoluzione d’Ottobre».

Nel maggio 1988 Natta è colto da un leggero infarto. Non è grave, ma gli vien fatto capire dagli alti dirigenti che non è più gradito come segretario. Natta si dimette e al suo posto viene messo il vice Achille Occhetto. Natta viene dimesso dal PCI mentre è ancora convalescente in ospedale nonostante gli fosse stato garantito da Pajetta che avrebbero spostato la direzione del partito a ottobre. Natta apprende infatti la notizia delle sue dimissioni dalla radio mentre è ancora in ospedale, come avrebbe poi dichiarato la moglie Adele Morelli un mese dopo la scomparsa del marito.

Nel marzo 1989 Occhetto lancia il «nuovo PCI» come uscì dai lavori del XVIII Congresso, il primo a tesi contrapposte nella storia del partito (sebbene non fu garantita una piena ed effettiva parità di condizioni al documento della minoranza).

Il 19 luglio 1989 viene costituito un governo ombra ispirato al modello inglese dello «shadow cabinet» per meglio esplicitare l’alternativa di governo che il PCI intendeva rappresentare.

Nel 1989 il PCI promosse con altre forze politiche e gruppi ambientalisti tre referendum per abrogare la legge sulla caccia, eliminare il diritto dei cacciatori di accedere al fondo altrui anche senza il consenso del proprietario e per limitare l’uso dei pesticidi nell’agricoltura. Tutti e i tre referendum, che si svolsero l’anno successivo, videro la vittoria dei sì, ma il quorum non fu raggiunto e dunque le norme sottoposte ad abrogazione rimasero in vigore.

Il 12 novembre 1989, tre giorni dopo la caduta del muro di Berlino, Achille Occhetto annunciò «grandi cambiamenti» a Bologna in una riunione di ex partigiani e militanti comunisti della sezione Bolognina. Fu questa la cosiddetta «svolta della Bolognina» nella quale Occhetto propose prendendo da solo la decisione di aprire un nuovo corso politico che preludeva al superamento del PCI e alla nascita di un nuovo partito della sinistra italiana.

Nel partito si accese una discussione e il dissenso per la prima volta fu notevole e coinvolse ampi settori della base. Dirigenti nazionali di primaria importanza quali Pietro Ingrao, Alessandro Natta e Aldo Tortorella, oltre che Armando Cossutta, si opposero in maniera convinta alla svolta. Per decidere sulla proposta di Occhetto fu indetto il Congresso XIX, un Congresso straordinario del partito che si tenne a Bologna nel marzo del 1990. Tre furono le mozioni che si contrapposero:

  • La prima mozione, intitolata Dare vita alla fase costituente di una nuova formazione politica, era quella di Occhetto. Proponeva la costruzione di una nuova formazione politica democratica, riformatrice e aperta a componenti laiche e cattoliche che superasse il centralismo democratico. Il 67% dei consensi ottenuti dalla mozione permise la rielezione di Occhetto alla carica di segretario generale e la conferma della sua linea politica.
  • La seconda mozione, intitolata Per un vero rinnovamento del PCI e della sinistra, fu sottoscritta da Ingrao e tra gli altri da Angius, Castellina, Chiarante e Tortorella. Secondo i sostenitori di questa mozione il PCI doveva sì rinnovarsi nella politica e nella organizzazione, ma senza smarrire se stesso. Questa mozione uscì sconfitta ottenendo il 30% dei consensi.
  • La terza mozione, intitolata Per una democrazia socialista in Europa, fu presentata dal gruppo di Cossutta. Costruita su un impianto profondamente ortodosso, ottenne solo il 3% dei consensi.

Il XX Congresso tenutosi a Rimini nel febbraio del 1991 fu l’ultimo del PCI. Le mozioni che si contrapposero a questo Congresso furono sempre tre, anche se con schieramenti leggermente diversi:

  • La mozione di Occhetto, D’Alema e molti altri dirigenti, intitolata Per il Partito Democratico della Sinistra, che ottenne il 67,46% dei voti eleggendo 848 delegati.
  • Una mozione intermedia, intitolata Per un moderno partito antagonista e riformatore e capeggiata da Bassolino, che ottenne il 5,76% dei voti eleggendo 72 delegati.
  • La mozione contraria alla nascita del nuovo partito, intitolata Rifondazione comunista e nata dall’accorpamento delle mozioni di Ingrao e Cossutta, ottenne il 26,77% dei voti eleggendo 339 delegati, cioè meno rispetto alla somma dei voti delle due mozioni presentate al precedente Congresso.

Il 3 febbraio 1991 il PCI deliberò il proprio scioglimento promuovendo contestualmente la costituzione del Partito Democratico della Sinistra (PDS) con 807 voti favorevoli, 75 contrari e 49 astenuti. Il cambiamento del nome intendeva sottolineare la differenziazione politica con il partito originario accentuando l’aspetto democratico. Una novantina di delegati della mozione Rifondazione comunista non aderì alla nuova formazione e diede vita al Movimento per la Rifondazione Comunista, che poi inglobò Democrazia Proletaria (DP) e altre formazioni comuniste minori assumendo la denominazione di Partito della Rifondazione Comunista (PRC).

Rispondi

Effettua il login con uno di questi metodi per inviare il tuo commento:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.