Centrodestra

I finiani escono dal governo

I finiani escono dal governo

Andrea Ronchi e Adolfo Urso

Rassegnano le dimissioni gli esponenti di Futuro e Libertà nel Governo: il ministro Andrea Ronchi (Politiche europee), il viceministro Adolfo Urso (Sviluppo Economico con delega al Commercio Estero), i sottosegretari Antonio Buonfiglio (Politiche agricole) e Roberto Menia (Ambiente).

Nel giorno dell’ uscita dal governo a Fini e ai suoi futuristi piove addosso di tutto. Mittenti Pdl e Lega. Dalla richiesta di lasciare lo scranno più alto di Montecitorio all’ accusa di «tradimento», fino alla retorica domanda se Fini oggi salirà al Colle da terza carica dello Stato o da leader politico. Lui, il presidente della Camera, si limita a parlare indirettamente del delicato passaggio politico che sta vivendo il Paese. Alla presentazione del rapporto “L’ Italia che c’ è” sottolinea che la classe dirigente è responsabile di avere smarrito «il senso della dignità, della responsabilitàe del dovere» che permettono alle cariche pubbliche di svolgere il proprio compito «con disciplinae onore, come prevede un articolo della Costituzione che è tra i meno citati e conosciuti». Parole che richiamano le polemiche sulla condotta del premier Berlusconi pronunciate di fronte a Giorgio Napolitano e Gianni Letta.

Si tratta di concetti che Fini giudica vitali per restituire alla politica quella «credibilità» necessaria per «ricostruire una strategia che ridia speranza e futuro all’ Italia» (per rilanciare la nazione, dice, partiamo da quel tanto di buono che c’ è perché «non siamo all’ anno zero»). Quindi nel pomeriggio – partecipando alla presentazione del libro “Vorrei dirti che non eri solo” dedicato a Stefano Cucchi – lancia l’ allarme su un «pericoloso processo di estraniazione emotiva che sta minando la società, distruggendo un comune senso di appartenenza: un’ atonia morale che si trasforma in egoismo e indifferenza verso gli altri, la loro dignità, la loro stessa esistenza». Tutt’ intorno piovono granate. «Si sta consumando il tradimento», dice il ministro del Pdl Maurizio Sacconi dopo il ritiro della delegazione finiana dal governo. Gli fanno eco Casoli, Vitali, Santelli, Bertolini, Bergamini e Biancofiore. Dalla sponda futurista rispondono Bocchino e Menia, sottolineando che Futuro e libertà offrirà agli elettori «un centrodestra diverso, un centrodestra altro». Chiosa Farefuturo, la fondazione vicina al presidente della Camera: «Berlusconi, o meglio il berlusconismo, sono davvero la destra italiana?». Ma non finisce qui, con il portavoce del Popolo della libertà, Daniele Capezzone, che dà il là al secondo scontro di giornata dicendo che dopo le dimissioni di Ronchi, Urso, Bonfiglio e Menia «ci vorrebbero quelle di Fini che sta usando un incarico super partes in modo partigiano e fazioso». Oggi – aggiunge Capezzone – quando si presenterà a colloquio da Napolitano il presidente della Camera «esprimerà un parere super partes dopo essere stato artefice della crisi facendo leva sulla sua funzione di terza carica dello Stato?» Ha le idee chiare il leghista Roberto Castelli, per il quale Fini salirà al Colle «con appuntato al petto il distintivo del suo nuovo partito». Va oltre Maurizio Lupi (Pdl) che si chiede «con quale criterio Fini prenderà delle decisioni alla Camera? Come presidente o come leader politico?». Rispondono i finiani chiedendo dove fossero gli autori degli attacchi «quando il premier Berlusconi ha operato scelte, politiche e iniziative ad personam e dichiaratamente unilaterali». Intanto una piccola tempesta scoppia anche nel Pdl dopo che il falco berlusconiano Giorgio Stracquadanio, intervistato dal Corriere, accusa di disimpegno nel momento della crisi Alfano, Frattini, Gelmini, Carfagna e Prestigiacomo. Non si espongono abbastanza in difesa del Cavaliere, dice. Risponde duramente lo stesso Berlusconi che in un comunicato difende i suoi dalle «abnormi offese a persone a me vicine». A questo punto Stracquadanio chiede un incontro con il premier per chiarire, altrimenti «mi dimetto». In serata la telefonata con Berlusconi che gli restituisce il sorriso: «Il presidente mi ha salutato dicendomi “ti abbraccio”, non posso, certo, dimettermi…».

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