Parlamento

Classe politica: boom di volgarità

Classe politica: boom di volgarità

Beppe Grillo

L’insulto nella vita politica, potremmo dire con un ossimoro, vanta un ‘illustre e antica tradizione che, storicizzata, vede in effetti una prevalenza degli esponenti moderati, conservatori, populisti e “di destra”. Non si tratta però in alcun modo di una loro esclusiva, anche se come notava Federico Midgar su queste pagine nei giorni scorsi – la pervicacia del Premier nell’inanellare volgarità, gaffe, frasi e atteggiamenti fuori luogo è imbarazzante e talvolta quasi incomprensibile. Può dunque valere la pena proprio cercare di capire e interpretare le significative, differenti sfumature tra le diverse posizioni politiche, nel momento in cui vengono espresse con spacconate da bar anziché in termini dialettici ortodossi. Il campionario recente è particolarmente ricco, sotto questo punto di vista: prima della barzelletta berlusconiana con bestemmia abbiamo avuto lo «stupratore della democrazia» rivolto da Antonio Di Pietro proprio al Cavaliere, poi retrocedendo l’Spqr «Sono porci questi romani» che Umberto Bossi ha malamente mutuato da Asterix (nell’originale la P sta per «pazzi»), la battuta sulla kippah ebraica di Giuseppe Ciarrapico, prima ancora il «vada a far sif attere” rivolto da Massimo D’Alema al direttore de II Giornale, Alessandro Sallusti. E se l’ex “Lìder Massimo” ha colpito tutti con quell’uscita inconsulta, non meno sconcerto provocò, da parte di un altro campione di aplomb come Gianfranco Fini, lo «stronzo» pronunciato nel bel mezzo dì una riunione scolastica, ancorché al nobilissimo fine di condannare il razzismo. Cominciamo col chiederci, per l’appunto, se sìa credibile che politici di primo piano, navigatissimi, abituati a stare tutti i giorni sotto la luce dei riflettori, perdano le staffe i non in un momento di particolare pressione (un “vaffa” pronunciato dal Presidente della Camera sotto l’ombrellone la scorsa estate, quando mezza Italia lo assediava per sapere della casa di Montecarlo, ci poteva pure stare), ma così, a freddo. Il sospetto che non si tratti di attacchi collerici bensì di precise scelte “mediatiche” è forte. Un sospetto che si avvicina alla certezza quando prendiamo in esame l’inarrìvato campione del genere, Silvio Berlusconi, che un po’ come il suo sodale Bossi ha fatto della provocazione un ‘arma perennemente puntata contro gli avversari politici. Il ‘bum’ che ne esce con frequenza è una sorta di messaggio che il Presidente del Consiglio lancia, probabilmente, non tanto ai suddetti avversari quanto ai sostenitori, come a dire loro: «Sono vivo e combatto». Un po’ lo stesso obiettivo, arrivare alla cosiddetta “panda” della cosiddetta “gente”, p o  irebbe stare dietro a molti degli episodi prima citati. Pensiamo a Grillo, che del “vaffa” ha fatto uno slogan politico, sdoganandolo come nessun altro aveva mai pensato. Si dice spesso, probabilmente a ragione, che l’attore e Di Pietro siano gli unici due leader che, a sinistra, potrebbero avvantaggiarsi dello scontento progressista in una futura tornata elettorale. Questo dato, cioè l’utilizzo del  populismo in termini di marketing del voto, potrebbe spiegare anche la prevalenza della volgarità destrorsa rispetto a quella progressista. Francamente, non e’è da scandalizzarsi troppo: in politica, amore e guerra tutto è lecito, anche la battuta da autobus e la rissa da parcheggio. Il problema è quello, complementare, della totale assenza di altri elementi di attrazione e discussione nel panorama politico odierno. Non ci stravolge la parolaccia pronunciata, insomma, quanto la parola sensata che non arriva. Da nessuno. L’insulso, insomma, è peggio dell’insulto. Il fatto che non arrivi alcun ragionamento compiuto e ormai quasi nemmeno un accenno alla quantità di gravi problemi reali che l’Italia sta attraversando e alle proposte per superarli è il segno di una classe dirigente ormai alla frutta, che andrebbe sostituita in blocco. Ma da chi? Anche il timore che questa satrapia al tramonto rappresenti  degnamente la base che l’ha scelta è forte.

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