Giustizia

Il legittimo impedimento è legge

Il legittimo impedimento è legge

Il legittimo impedimento è legge

Approvazione definitiva della legge sul legittimo impedimento, che elimina il potere discrezionale del giudice nel decidere la fondatezza del legittimo impedimento a comparire in un’udienza penale invocato dal Presidente del Consiglio dei ministri o da un Ministro.

Senza diretta tv (l’ ha chiesta solo Di Pietro), il legittimo impedimento è legge. Con la fiducia, la 31esima, della legislatura. Al prezzo di uno scontro senza precedenti con le opposizioni. «Un punto di non ritorno» dice Anna Finocchiaro. Il Popolo viola tiene alte le fiaccole in piazza Navona. Con il libro della Costituzione che diventa l’ immagine pregnante della giornata. La tengono in alto i senatori dell’ Idv quando, a metà mattina, si siedono per terra in semicerchio sotto il banco del governo. «Stanno mettendo il Paese per terra e noi stiamo per terra» dice il capogruppo Felice Belisario. Nel pomeriggio la Carta torna protagonista. Tutto il Pd la sventola in aria quando Nicola Latorre parla di «legittimo aggiramento». E ancora il drappello dei dipietristi, addosso le magliette bianche con la scritta «Berlusconi fatti processare» e «Basta leggi porcata», va con la Costituzione verso lo scranno del presidente Renato Schifani, e poi verso il Guardasigilli Angelino Alfano. Era il simbolo della protesta dei magistrati all’anno giudiziario, ora la Carta contrasta il voto sulla legge che consentirà a Berlusconi di autocertificare l’ impossibilità sua e dei suoi ministri a essere presenti in udienza. Tre voti, nessun cardiopalmo. Finiscono allo stesso modo, 169 sì e 126 no, qualche astenuto. Sono contrari anche i centristi di Pier Ferdinando Casini perché il ricorso alla fiducia ha tagliato qualsiasi spiraglio di una possibile astensione. Per Berlusconi e i suoi avvocati Niccolò Ghedini e Piero Longo si apre l’ attesa della firma di Napolitano. Il leader dell’ Idv Antonio Di Pietro, che definisce il premier «un assassino della democrazia» perché dopo il decreto salva liste «si fa approvare il legittimo impedimento», chiede al capo dello Stato di non firmarla, come aveva fatto per il lodo Alfano. Luigi De Magistris attacca il Colle («Non è un presidente che difende la Costituzione»), s’ arrabbia il segretario del Pd Pierluigi Bersani, ma dal Quirinale non arriva un fiato. Quando il testo arriverà, dicono le fonti del Colle, «sarà valutato attentamente sotto il profilo dei requisiti minimi di costituzionalità». Punto. La maggioranza sa che sta correndo dei rischi. Per questo è aggressiva. A mediare ci pensa il presidente Schifani che martedì sera ha personalmente chiamato Alfano e gli ha chiesto di essere presente in aula. «L’ opposizione vuole Berlusconi qui, almeno tu devi esserci». E lui copre il premier, va e viene da via Arenula. Col ministro, seduti al (peraltro deserto) banco del governo, i suoi sottosegretari Giacomo Caliendo ed Elisabetta Alberti Casellati. Schifani dribbla, non reprime l’ Idv seduta per terra, non chiama i commessi, arriva perfino a gestire l’ insofferenza di alcuni Pd (Marino e Marcenaro) che si lagnano per una protesta che «sa di bivacco». Si arriva allo scontro solo quando parla il capogruppo del Pdl Maurizio Gasparri che “provoca” il Pd sull’ ex governatore Marrazzo e si dice sicuro che gli elettori confermeranno la vittoria del centrodestra. Poi ecco la frase: «Cinque anni fa avete presentato Marrazzo, vergognatevi». Dal Pd gridano «Storace, Storace» e poi «vergogna, vergogna». Gasparri attacca Alberto Maritati, «ricordati di quando facevi il magistrato in Puglia, raccontaci come lo hai fatto e come sei venuto a Roma grazie a D’ Alema». Il «vergogna, vergogna» sale di tono e gli oscura la voce. Schifani fatica a riportare la calma. I toni del Pd sono durissimi. Ecco Luigi Zanda, «nessuna giustificazione politica per leggi che sfasciano la Repubblica»; Ignazio Marino, «tempi di democrazia o tempi di dittatura?»; Gianrico Carofiglio elenca le leggi ad personam e poi dice «il legittimo impedimento è la definitiva minorazione democratica permanente», la «truffa delle etichette». Il centrista D’ Alia se la piglia con Longo e Ghedini, «mi sembrano il mago Gargamella e la gatta Birba, che cercano di catturare i Puffi con ogni espediente, ma Berlusconi assomiglia sempre più a Willy il Coyote, che invece precipita nel gran Canion». Una parodia per dire che anche stavolta il legittimo impedimento si risolverà in un fallimento

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