Musica

La musa di Marina

La musa di Marina

Marina Rei

´Sono la donna principessa / la donna serpente / la donna sensibile / la donna senza sensi / sono la donna ambigua / sono la donna tecnologica / sono la donna magica / la donna ermetica / la donna zingara / sono la donna di percussione´: questi versi, tratti dall’adattamento del poema ´Fast Speaking Woman´ di Anne Waldman, diventato il piccolo capolavoro ´Donna che parla in fretta´ potrebbe incorniciare il settimo album di Marina Rei, ´Musa´, un disco che sviscera i luoghi comuni sull’universo femminile, mostrando squarci di sensibilità strappata e il coraggio di ricostruire, le cicatrici delle delusioni e il rovescio della presunta perfezione del matrimonio nel suo naufragio, nonché della sottomissione al macho con l’irrisione ironica della sua risibile, inefficace, ostentata virilità (v. ´Il rovescio della cura´). Tutto questo è raccontato con la fisicità della batteria e delle percussioni, vero cuore nostalgico della composizione dei brani, della cantautrice, ma anche con sonorità più sciolte e sinuose, antiche e contemporanee, come il vigore dell’incedere del ritmo nel suono delle chitarre acustiche, come le trasparenze seducenti dei synths, le spire scure del basso, la malinconia delle chitarre elettriche, il luccichio toccante delle note del rhodes. Si comincia con una canzone che è quasi un’invocazione proemiale, la title-track, che è inno all’ispirazione incarnata mitologicamente nel femminile, alito del canto e forza totalizzante, parola della passione e alimento dell’inquietudine. Il disco si conclude invece con la filastrocca popolare ´Regina reginella´, descrizione semplice e ingenua del cammino di avvicinamento al mistero della sovrana onnipotente, che si fa letteralmente suono tribale e coro bambino. Nel mezzo troviamo il pop-rock morbido di ´Ci sarebbe ancora gloria´, con archi pizzicati e distesi, e della romantica costanza oltre il distacco dell’acustica e dolce di ´Sorrido´ e il rock ulcerante, intriso di noise ed elettronica, di ´Donna che parla in fretta´, affresco impagabile di immagini della donna, della sua malia e della sua fragilità, violata dal maschile, attraverso le mutilazioni genitali come nell’abbandono. E ancora ci imbattiamo nell’amarezza sparsa tra riff di chitarra e note di flauto ne ´La tua sposa´ e nell’estraneità struggente dell’ottima ballata dolceamara ´Due mondi lontani´, in cui Marina Rei regala una prestazione vocale mozzafiato tra acuti e cori. L’album contiene anche una cover de ´Il mare verticale´ di Paolo Benvegnù, nuda poesia per piano e voce, che si gonfia di pathos leggero ed elegante all’insegna di batteria, basso e violoncello. Se volessimo menzionare dei colleghi a cui avvicinare musicalmente la Rei per affinità ed ispirazione, potremmo citare la grinta ed insieme la delicatezza di un’altra artista che racchiude in sé ogni sfumatura del femminile nel suo carattere e nelle sue canzoni, Carmen Consoli, alla chitarra acustica ne ´Un volo senza fine´, il Niccolò Fabi più maturo e cantautorale, il pop nutrito di synths del primissimo Pacifico, gli amati Afterhours di cui Marina ha ripreso ´Quello che non c’è´ nel 2007 nell’album registrato in presa diretta ´Al di là di questi anni´. Ma la Rei, non si può dimenticare, è la Rei. Con il carisma e la forza indomabile evidente nelle sue interpretazioni accese e il suo talento di musicista che ha respirato la magia della musica fin dalla culla (ricordiamo infatti, per chi non lo sapesse, che è figlia di una violinista e di un batterista che è stato nell’orchestra di Ennio Morricone e ha suonato con De Andrè). Ai tempi dei talentifici mediatici che sfornano divetti con canzoncine plasticose e innocue e ai tempi dei figli d’arte con talenti immaginati dai produttori, questo disco non è forse sorprendente o innovativo, ma è davvero pericolosamente emozionante e curato.

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