Economia

Visco pubblica su internet le dichiarazioni dei redditi degli italiani

Il piano di Visco: "Pagare meno per pagare tutti. In 5 anni sradicheremo l'evasione"

Vincenzo Visco

Ha suscitato forti polemiche e reazioni anche opposte la pubblicazione delle dichiarazioni dei redditi del 2005 di ogni cittadino italiano sul sito internet dell’Agenzia delle Entrate. Il vice-ministro uscente Vincenzo Visco difende la scelta, poiché già del 1973 le dichiarazioni dei redditi sono pubbliche e consultabili (su formato cartaceo). La pubblicazione è stata sospesa prima per l’enorme numero di accessi al sito, che si è inceppato, poi per decisione del Garante della Privacy.

Vincenzo Visco esce dalla scena politica italiana con una mossa a sorpresa che lui definisce “un fatto normalissimo di trasparenza e di democrazia”, “un semplice atto amministrativo per applicare la normativa vigente”. Eppure bastano poche ore perché quell’atto, all’apparenza così formale e innocuo, scateni una bufera politica devastante che investe il suo ministero costringendolo a una repentina marcia indietro. E rafforzando tra i suoi avversari la rappresentazione caricaturale che gli hanno sempre cucito addosso: prima Dracula assetato di tasse, ora Grande Fratello orwelliano che squaderna salari, stipendi e pensioni di tutti gli italiani, nessuno escluso, come fossero panni stesi.

Poco prima che montasse la polemica, il viceministro uscente dell’Economia ci aveva anche scherzato su. “Abbiamo reso accessibili i redditi di tutti i contribuenti? E allora? È la cosa più normale di questo mondo, c’è dappertutto, basta vedere qualsiasi telefilm americano per rendersene conto”. Lo raggiungiamo al telefono quando l’Agenzia delle entrate, su sollecitazione del Garante della privacy, ha già chiuso precipitosamente i contatti sul web.

Adesso non mi dica che non si aspettava questa bufera.
“Senta, che vuole che le dica, non c’è molto da capire in questa storia. L’Agenzia delle entrate ha semplicemente applicato con un atto amministrativo una legge esistente, che prevede il trasferimento dei dati sui redditi dall’Agenzia ai Comuni e permette l’accesso di chiunque agli elenchi comunali”.

Già, ma una cosa è la possibilità di recarsi al proprio Comune, farsi identificare e consultare un elenco senza portarselo a casa, e un’altra è cliccare su una banca dati nazionale permanentemente disponibile sul sito dell’Agenzia delle Entrate. Non è una bella differenza?
“Francamente, il fatto che oggi con il progresso tecnico abbiamo sostituito gli elenchi cartacei con Internet non mi sembra sposti molto la questione, che è e rimane quella di garantire la massima trasparenza”.  E tuttavia il Garante della privacy vi ha bloccato.

Perché?
“Sentite quello che ha da dire l’Agenzia delle entrate. C’erano state a suo tempo due delibere del Garante che davano via libera a questa operazione. Adesso invece si tira fuori il problema della privacy. Ma qui si applica la privacy a sproposito. Poter conoscere le dichiarazioni dei redditi dei contribuenti è un fatto di civiltà riconosciuto dalla legge italiana fin dal 1973”.

In quelle delibere il garante dice che non c’è incompatibilità tra la protezione dei dati personali e la divulgazione di dati “per finalità di interesse pubblico o della collettività”.
“Appunto, e noi abbiamo garantito proprio questo interesse pubblico”.

Ma quale interesse pubblico c’è nell’andare a vedere su Internet quanto dichiara al fisco il proprio vicino di casa?
“Senta, il principio della trasparenza è previsto dalla legge italiana. E poi, se c’è qualcuno che deve preoccuparsi è chi non dichiara affatto il proprio reddito, non chi lo dichiara fedelmente”.

Non le sembra un’istigazione all’invidia sociale o al rancore personale consentire di sapere quanto guadagna il proprio collega di lavoro? Ha mai visto un’azienda che si mette a pubblicare quanto dà ai propri dipendenti? Si è mai chiesto perché non lo fa?
“Ma noi rendiamo pubbliche le intere dichiarazioni dei redditi, non i singoli stipendi”.

Beh, per la stragrande maggioranza dei dipendenti, è la stessa cosa.
“Guardi, non è certo un viceministro della Repubblica che decide di cambiare un principio riconosciuto per legge. E poi trovo che quel principio sia giusto”.

E non le viene qualche dubbio vedendo che nessuno dei grandi paesi europei lo applica? Che tutti mantengono un grandissimo riserbo su nomi, cognomi e redditi dei contribuenti?
“Non è vero, che io sappia questo accade da tutte le parti del mondo. Il problema non è se ma come rendere pubblici gli elenchi”.

Elenchi che suonano alla fine come una lista di proscrizione, che tra l’altro non serve a nulla sul fronte sulla lotta all’evasione.
“Ma quale lista di proscrizione, in quegli elenchi ci sono tutti quanti i contribuenti italiani”.

Il che non fa certo piacere a chi sa di poter essere spiato dal proprio vicino, dalla propria ditta concorrente o magari da criminali in cerca di malaffari. Una lista tanto spiacevole che lei stesso ha pensato bene di rinviarne l’accesso al dopo-elezioni.
“Sì, non lo nego, l’accesso ai dati era già pronto per gennaio, ma per evitare polemiche in campagna elettorale, ho chiesto di avviarlo più tardi. Ma, ripeto, il principio andava applicato”.

Lei continua ad aggrapparsi a un principio giuridico, ma la questione qui è di responsabilità politica. Lo sa, vero, che questa sua mossa verrà letta da molti come “l’ultima vendetta di Dracula”?
“Hanno già cominciato a dirlo. E lo diranno ancora, lo so. Ma che devo fare? È la solita montatura di chi ha sempre avversato la lotta all’evasione che ho perseguito in questi anni”.

E non pensa che proprio quest’ultima mossa finirà in parte per offuscare il forte impegno che molti gli hanno riconosciuto contro gli evasori?
“Non credo”.

Prima di decidere, almeno, non potevate raccordarvi meglio con il Garante della privacy?
“Lo abbiamo fatto, e abbiamo ottenuto il via libera. Forse qualcosa non ha funzionato per il verso giusto”.

Forse.
“Di più non so”.

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