Musica

Pelù: Italia dalla lotta alla lotteria

Pelù: Italia dalla lotta alla lotteria

Piero Pelù

Diretto, asciutto, determinato. Senza fronzoli, perché, dice, «questa è la mia nuova libertà». Dall’ultima prova discografica Fenomeni esce un Piero Pelù nuovo. Disco concepito, scritto, registrato in un battibaleno. Il disco di un uomo adulto (al rapporto difficile con la figlia quasi diciottenne ha dedicato una nuova canzone, Ti troverai) che finalmente si scrolla di dosso l’ingombrante ed anacronistica iconografia del rocker sopra le righe (via definitivamente i celeberrimi gorgheggi così imitati e parodiati), ma anche le tortuosità del «med-rock», quel genere musicale a cui aveva dedicato tanti sforzi dai suoi esordi solisti perdendo un po’ la bussola. 
Così oggi Pelù è più rock e meno gigionesco, ma anche più intimo e folk in alcune belle ballad. È indignato, come lo conosciamo da sempre, ma la sua nuova indignazione è capace di consegnarci uno spietato ritratto in musica di un’Italia allo sbando in maniera più sottile e meno gridata. Non è sorpreso ad esempio dall’incontrare sempre più gente che è passata «dalla lotta alla lotteria» come riassume brillantemente nella canzone che da il titolo al disco. Né, tanto meno, è sorpreso dall’esito elettorale: «È stata una sberla tremenda ed è gravissimo che parte importante del Paese non abbia rappresentanza in parlamento: parlo sia della destra che della sinistra. È un giudizio a caldo, a due giorni dall’esito delle elezioni, ma credo che certe istanze non rappresentate possano scappare di mano». Già, ma il motivo di tutto questo? «La situazione in cui ci troviamo è la conseguenza di tanti sbagli fatti dalla sinistra dalla caduta del muro di Berlino ad oggi. Nel 1989 il Pci ha cominciato a manifestare uno strano senso di colpa, un’insistente vergogna che da un lato ha dimostrato quanto effettivamente fosse ancora legato all’Unione Sovietica. Dal canto mio ho sempre espresso le mie critiche nei confronti delle applicazioni del comunismo nel mondo: da quello che accadeva e accade a Cuba all’Unione Sovietica. Anzi, spesso sono stato duramente criticato per la mia vicinanza con gli esuli cubani. Ma rimango di sinistra, anzi, credo tuttora che teoricamente il comunismo sia un principio valido, sulla carta». La politica comunque a Pelù interessa ogni giorno meno: «È dal Primo Maggio del 2001 che ho detto chiaramente che non voglio caricarmi nessuna croce, non ho da insegnare niente a nessuno, mi baso solo sulle mie piccole esperienze. Faccio sempre meno politica non perché sia antipolitico, ma perché la politica ormai è totalmente a servizio dell’economia. Oggi contano solo gli amministratori delegati e come ho già detto Berlusconi è l’amministratore delegato per eccellenza».
Eppure la maggior parte di queste nuove canzoni, anche quando disegnano un universo personale, trasudano impegno, senso civico, in una parola, politica. Zombies, ad esempio, è un piccolo viaggio nella storia della famiglia di Pelù, ma anche un’amara riflessione sull’orrore dei conflitti di ieri ed oggi. Dalla storia del nonno diciottenne tornato miracolosamente salvo dalla prima guerra mondiale, al padre in fuga dai fascisti. 
«Credevamo che il Novecento fosse stato un secolo da mettere nel museo degli orrori, a monito: quanto è accaduto non si deve più ripetere. Invece, con grande sorpresa, è stato solo l’incubatrice di altri orrori, che l’inizio del nuovo secolo ha dimostrato. Per la prima volta parlo di mio nonno, che tornò vivo dalla battaglia della Marna. Mi raccontava sempre dei suoi compagni squartati e quelle storie mi colpirono profondamente. Da ragazzo fui tra i primi a diventare obiettore di coscienza e ricordo che c’era gente che mi dava del frocio per quella scelta». 
La guerra (titolo del primo singolo del Litfiba nel lontano 1982) è sempre stata un’ossessione per Pelù, che in questo disco rispolvera anche una versione punk di Il mio nome è mai più, canzone pacifista sulla drammatica situazione nella ex Yugoslavia nel 1999 al tempo cantata assieme a Jovanotti e Ligabue. «Perché ritiro fuori quella canzone? Bisognerebbe chiedersi piuttosto perché proprio il Kosovo sta per ri-esplodere in questi giorni! Quella zona è senza pace. E nessuno dice che è anche una zona di passaggio cruciale della droga. Qualcuno lo ha detto in campagna elettorale? Io non ho sentito niente. Qualcuno ha detto che i nostri Sert sono pieni di famiglie disperate con figli 15enni tossicomani? Nessuno dice che il problema droga si è inasprito moltissimo, sembra di essere tornati negli anni Settanta». 
Poi ci sono battaglie solo in apparenza «locali». Come nella canzone Ufo su Firenze, monito agli amministratori della sua città, autori, anzi autore l’assessore Cioni, della famigerata ordinanza comunale per lo sgombero immediato dei lavavetri: «Nel 1954 furono avvistati degli ufo a Firenze e la partita Pistoiese-Fiorentina fu sospesa sullo zero a zero. Erano tutti terrorizzati. Terrorizzati del diverso». Chiaro.

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