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Le coalizioni che si presentano alle prossime elezioni

Elezioni 2008

Elezioni 2008

L’alleanza di centrosinistra L’Unione si è sciolta con la caduta del governo Prodi II, il 24 gennaio 2008, e le forze che l’avevano composta diedero vita a varie nuove formazioni. Il Partito Democratico decise di fare a meno della quasi totalità degli ex-alleati sia per le elezioni del Senato sia per quelle della Camera; inoltre, il partito precisò che avrebbe accettato alleanze solo con i partiti che condividessero integralmente, e senza riserve, il proprio programma elettorale. Unica alleanza mantenuta dal Pd fu, infine, quella con l’Italia dei Valori, che, secondo gli accordi, avrebbe mantenuto il proprio simbolo nella corsa elettorale per poi formare gruppi parlamentari unificati con il compagno di coalizione. I Radicali italiani, dopo una lunga trattativa, accettarono l’accordo proposto dal Pd per inserire propri candidati nelle liste di quest’ultimo: la conseguenza fu che i Radicali formalmente non presentarono alcuna lista nonostante avessero presentato il proprio simbolo.

Altri quattro partiti (PRC, PdCI, SD e Verdi) colsero l’occasione per coalizzarsi in un’unica lista chiamata La Sinistra l’Arcobaleno e per esprimere un’unica candidatura a Palazzo Chigi.

Il Partito Socialista, che aveva sostenuto il Governo Prodi, aveva avuto fin dall’inizio l’intenzione di presentare il proprio simbolo nella competizione e questa fu la ragione principale del mancato accordo con il Partito Democratico che aveva, invece, chiesto al Partito Socialista di sciogliersi e convergere nel Pd.

La Südtiroler Volkspartei non entrò in nessuna coalizione per la Camera dei Deputati; tuttavia, limitatamente ai collegi del Senato in Trentino-Alto Adige, strinse un’alleanza, il cosiddetto Patto di Salorno, con il PD, l’Italia dei Valori, il Partito Socialista e alcune liste locali: nei due collegi di in cui la SVP era più forte la lista si presentò autonomamente, mentre negli altri quattro i candidati corsero sotto il simbolo di SVP-Insieme per le Autonomie.

L’UDEUR, abbandonato definitivamente il campo del centro-sinistra, e posizionatosi al centro, nonostante qualche perplessità iniziale, aveva preso la decisione di presentarsi senza entrare in nessuna coalizione candidando Clemente Mastella alla presidenza del Consiglio dei ministri; tuttavia, in seguito, lo stesso leader del partito annunciò il ritiro della propria candidatura.

Per quanto riguarda il centro-destra, anche nel campo della ex-Casa delle Libertà lo scenario proposto agli elettori risultò mutato rispetto a quello del 2006. Dopo la scelta del Partito Democratico di correre in una coalizione ristretta, Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini decisero che i rispettivi partiti, Forza Italia e Alleanza Nazionale, si sarebbero presentati sotto l’unico simbolo del Popolo della Libertà, creando la coalizione di centro-destra del 2008 che inglobava anche la Lega Nord, che avrebbe presentato le sue liste solo al Centro-Nord, ed il Movimento per l’Autonomia, che lo avrebbe fatto nelle altre regioni. La trattativa con l’MpA a livello nazionale fu dominata dal tema della scelta candidature per la presidenza della Regione Siciliana che si svolsero contestualmente.

Varie formazioni minori diedero, poi, il proprio assenso all’ingresso nel Popolo della Libertà, come la DCA, i Liberal Democratici (fuoriusciti dallo schieramento di centro-sinistra) e Azione Sociale. Inizialmente anche la Democrazia Cristiana di Giuseppe Pizza aveva espresso la volontà di coalizzarsi al Senato con il Popolo della Libertà ma il suo simbolo fu ritenuto troppo simile a quello dell’Unione di Centro e quindi bocciato dal Ministero, il cui giudizio fu successivamente confermato dalla Commissione Centrale elettorale della Cassazione.

Il movimento La Destra, in disaccordo con la strategia di Berlusconi di creare un partito unico, aveva annunciato l’intenzione di presentare una propria lista e un proprio candidato premier; questo nonostante, in un primo momento, i dirigenti del partito avessero sperato in un cambiamento della strategia del leader del PdL. Solo il perdurare della situazione di stallo li convinse a procedere e a stringere un accordo con la Fiamma Tricolore: i due partiti presentarono un’unica lista, convergendo sul candidato premier già indicato da La Destra. Discorso a parte per Forza Nuova, che decise fin dalla notizia dello scioglimento delle Camere di correre in solitaria con il proprio simbolo.

Anche all’UDC fu proposto di confluire nel Popolo della Libertà, prospettiva che l’UDC, nonostante una spaccatura dovuta alla scelta di singoli esponenti come Carlo Giovanardi di aderire al PdL, non condivise: l’UDC quindi si presentò indipendentemente, con un proprio candidato premier. Nelle settimane di consultazioni presidenziali, il brusco ritorno di Pier Ferdinando Casini su posizioni consonanti con quelle di Forza Italia aveva provocato una scissione interna all’UDC: Bruno Tabacci e Mario Baccini avevano dato vita ad un nuovo movimento politico chiamato la Rosa Bianca, a ciò aveva aderito anche l’ex sindacalista Savino Pezzotta, e che si era dichiarato pronto a presentare un proprio candidato premier. Tuttavia a seguito della scelta dell’UDC di non coalizzarsi o confluire nel PdL, i due partiti scelsero di presentare una lista comune, l’Unione di Centro, con un unico candidato alla presidenza del consiglio.

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