Cronaca

Hina, condanna a trent’ anni per il padre e i due cognati

Hina, condanna a trent' anni per il padre e i due cognati

Hina Saleem

Non è stata lei a provocare il padre con un coltello per spillargli dei soldi, come aveva sostenuto la difesa. E non è stato l’ omicidio d’ impeto di un uomo esasperato. L’ 11 agosto del 2006 Hina fu attirata a casa dei suoi con un tranello per essere uccisa, dopo una riunione dei maschi di famiglia che ne avevano deciso l’ eliminazione per porre fine al disonore della sua vita, che era una vita come quella di tante ragazze italiane, libera e disordinata. Il padre, Mohamed Saleem, e i due cognati, Kalid e Zahid Mahammud, ieri sono stati riconosciuti colpevoli di omicidio volontario con l’ aggravante dei futili e abbietti motivi e della premeditazione, e condannati al massimo della pena: 30 anni. Se non avessero scelto il rito abbreviato, sarebbe stato certamente ergastolo.

Piange, chiuso in casa, Beppe Tempini, il fidanzato italiano di Hina, mai presente al processo perché psicologicamente non ce la fa. Si dispera in preda a una crisi isterica Bushra, la mamma di Hina. Ed è come imbambolato il quarto imputato, Mohamad Tariq, lo zio di Hina, prosciolto dalle accuse più gravi (su richiesta dello stesso Pm) e condannato a 2 anni e 8 mesi per distruzione di cadavere per aver aiutato gli altri a far sparire il corpo della ragazza, sotterrandolo in giardino. Il procuratore di Brescia, Giancarlo Tarquini, commenta: «Un pieno risultato da parte della Procura. Una sentenza giusta. Anche gli imputati sono umanamente delle vittime, ma giustamente da condannare. È stata spezzata una giovane vita in modo inammissibile per qualsiasi cultura. In questa vicenda onore e cultura religiosa si sono intrecciati e diventati una realtà unica». I difensori preannunciano il ricorso in appello, e l’ avvocato di Saleem, Alberto Bordone, ammette: «Verdetto atteso». Poi aggiunge: «Aspettiamo le motivazioni». Il gup Silvia Milesi non si è ritirata in camera di consiglio, ma dopo le repliche delle parti ieri mattina ha subito pronunciato la sentenza, sposando le tesi dell’ accusa. Che sono in parte differenti da quelle della parte civile.

Secondo l’ avvocato di Tempini, Loredana Gemelli, il padre di Hina avrebbe ucciso mosso, se possibile, da motivi ancora più vergognosi: per vendicarsi della figlia che, tre anni fa, l’ aveva denunciato per molestie sessuali, ritirando poi le accuse. Saleem avrebbe convinto i cognati ad aiutarlo adducendo una giustificazione (l’ onore della famiglia) che avrebbe potuto trovare l’ approvazione anche della comunità pakistana. Non è d’ accordo il Pm Guidi: «Lo trovo riduttivo. Hina con il suo comportamento all’ occidentale dava scandalo, ma finchè la cosa si sapeva solo in famiglia Saleem riusciva a gestirla. Ma la ragazza era andata a lavorare in una pizzeria, e si era sparsa la voce nella comunità pakistana che faceva la cameriera, portava la minigonna, si comportava da italiana, conviveva con un ragazzo. In pizzeria ormai ci andavano tanti pakistani, da quando ai tavoli c’ era lei. E questo ha fatto traboccare il vaso». Sono importanti le motivazioni religiose nel delitto? «In modo relativo. Il delitto d’ onore in Pakistan è antichissimo e ha pure un suo termine preciso, Karo-Kari, pre-musulmano». Le tante coltellate al viso non indicano la volontà di sfregiarla, e che l’ omicidio non fosse voluto? «No. Miravano a sgozzarla. Lei si dibatteva. Anche in altri casi, che coinvolgono pakistani, i colpi al viso si accompagnano a colpi mortali». Ma che probabilità avevano gli assassini di farla franca? «Se il fidanzato di Hina non avesse fatto denuncia di scomparsa, insistendo con i carabinieri, probabilmente Hina sarebbe entrata nel novero della ragazze misteriosamente scomparse».

Categorie:Cronaca, Giustizia

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