Centrosinistra

Prodi smentisce voci di crisi di governo

Pd, Prodi vuole più candidati

Romano Prodi e Walter Veltroni

Alla vigilia dell’approdo della Finanziaria 2008 in Senato voci insistenti sulla stampa nazionale prevedono un’imminente crisi di governo. Prodi smentisce di volersi dimettere e dichiara: “non getto la spugna”.

In politica come nella vita, la coabitazione non è mai né la più tranquilla, né la più confortevole delle soluzioni. Con il che, nel tempo della post-ideologia ad alto tasso di personalismo, ci si sente pienamente autorizzati a porre la questione: chi è Romano Prodi per Walter Veltroni? E’ forse il padre? No. Il fratello maggiore? Neppure. Per la differenza di età, forse, Prodi potrebbe essere lo zio di Veltroni. Ma fra gente adulta e di potere, quello fra zio e nipote è un tipo di legame così genericamente figurato e famigliarmente necessitato da non potersi escludere in partenza affettuosità o nefandezze. Così Prodi è e resta per Veltroni un interlocutore, un alleato, un complice, ma anche un concorrente, un avversario e anche se la parola di sicuro non gli piace, ma i rancori sono rancori, perfino un nemico. E comunque. Guai a credere (troppo) ai politici che promettono e scrivono lettere, tipo quella che il presidente del Consiglio, per delicatezza, ha fatto consegnare di persona al leader del Pd dal portavoce Sircana: «Lavoreremo bene insieme». A questo proposito vale giusto la pena di segnalare quanto l’ allora «ViceWalter» disse undici anni orsono, primavera del 2006, al momento di iniziare quell’ altra così diversa ed impari coabitazione a Palazzo Chigi: «Con Prodi mi completo bene. Siamo competenti in cose diverse». E ancora, in forma più articolata: «Ci integriamo perfettamente sia dal punto di vista anagrafico che caratteriale». Le cose infatti cambiano, altrochè. Oggi, ad esempio, è possibile che il tema anagrafico sia divenuto fra loro piuttosto scabroso. Ma in definitiva la convivenza nel primo governo dell’ Ulivo non andò affatto male; e anzi si può dire che ha lasciato agli atti brandelli di intimità politica, allorché il presidente, vedendo il suo secondo particolarmente preoccupato per un passaggio parlamentare, in tal modo lo esortò: «Dài, Walter, sorridi, che una bella avventura come la nostra non l’ ha mai vissuta nessuno!». Ma il punto è che la politica di questo tempo non vive solo di sentimenti e personalismi, ma anche d’ immagini trucibalde. Così, per far capire come allora sia stata vissuta l’ alleanza fra Prodi e il suo odierno e plebiscitato coabitando è più che sufficiente la sprezzante formula utilizzata in via semi-ufficiosa da Massimo D’Alema per definire la coppia: «Quei due flaccidi imbroglioni». Ora, a parte che Prodi non è per niente flaccido fissato com’ è con le corse in bici e le maratone, c’ è molto D’ Alema in tutta questa storia; e se proprio bisogna procedere a ricostruirla con un minimo di equanimità non si può fare a meno di menzionare come lo stesso D’ Alema, circa due anni prima, nel 1994, si sarebbe riferito a Veltroni al momento di impostare con Prodi l’ imminente discesa in campo: «Potremo farti dare una mano da uno che sbaverebbe per farlo: Walter Veltroni». Pretese mollezze, vocazioni truffaldine, desideri che trovano sbocchi addirittura organici: con l’ erosione delle culture politiche, la memorialistica della Seconda Repubblica tende inesorabilmente a umanizzarsi e miniaturizzarsi, facendosi a tratti anche un po’ greve. Ma poi al dunque la politica rimane quella di sempre. Perciò la notte del secondo elettorale del 1996, dopo aver brindato nel salotto di Marisa Garito e Claudio Pancheri («Romano, batti il cinque!») Prodi e Veltroni montarono gioiosamente sul palco di piazza Santi Apostoli, salutarono con ampi gesti la folla festante, si abbracciarono sotto i flash, pronunciarono il loro fervorino e poi se ne andarono, completamente scordandosi di D’ Alema, che si sentiva il vero e unico regista della vittoria. Pochi giorni dopo, sul predellino del solito Eurostar, con studiata noncuranza il presidente in pectore Prodi comunicò alla torma dei giornalisti che gli stavano alle calcagna: «Ah, dimenticavo… Veltroni sarà nella squadra di governo, lavoreremo insieme». E così vissero felici e contenti. Per ventotto mesi, alcuni dei quali per la verità contrassegnati dal clima generale complicato per i vari protagonisti, più o meno sempre gli stessi. Sennonché, scorrendo la vasta pubblicistica a sfondo psico-politico, si è tentati di ritenere plausibile il formarsi tra Palazzo Chigi e il Bottegone di una specie di equilibrio. O meglio, forse, di una curiosa dinamica secondo cui, collocato dalle circostanze fra l’ incudine e il martello, Walter riusciva grosso modo a districarsi lamentandosi di Massimo con Romano e di Romano con Massimo, «sperando di logorarli entrambi», come scritto da Massimo Gramellini (Compagni d’ Italia, Sperling&Kupfer, 1997). Quando i leader sono sempre gli stessi, e per giunta si chiamano fra loro per nome, sono cose che capitano. Ma il primo governo Prodi venne comunque giù nell’ ottobre del 1998. E allora Veltroni si precipitò a Bologna per assistere in un teatro all’ infiammato discorso – «No! Nooo! Mai! Maaai!» – con cui il Prof rivendicava l’ energia della sua coerenza, magari pronto pure a «mettere il pullman di traverso» a qualsiasi temuta pastetta. Però poi, di lì a qualche giorno, D’ Alema finì al posto di Prodi, e Veltroni a quello di D’ Alema. In attesa di finire anche lui a Bruxelles (per merito di Massimo e Walter), Romano ci restò decisamente male. Anzi, si può dire che ci rimase così male da inventarsi addirittura un partito, quello dell’ Asinello, pronto a scalciare («competition is competition», dal crollo di Bologna in poi) verso i ds, allora in via di problematica veltronizzazione. Poi si sa: nel 2000 D’ Alema cade e Veltroni si dimette dal partito per fare il sindaco; nel 2001 il centrosinistra perde; Prodi resta alla guida dell’ Unione europea, ma intanto il tempo passa e lui sogna il glorioso ritorno. Che avviene nelle primarie del 2005, ma che alle politiche del 2006 si rivela striminzito e assai poco glorioso. In realtà sono almeno tre anni che Veltroni incombe sulla leadership del centrosinistra, classico caso di «dissimulazione onesta» (titolo di un’ opera secentesca di Torquato Accetto). Solo di recente Veltroni ha pensato di rivelare che «mezza Italia era passata da quella porta per chiedermelo». Invano. Chissà se rivelerà mai che cosa ha provato l’ altroieri notte, quando varcata la soglia dell’ ufficio del Prof a Santi Apostoli, ha trovato Prodi e i suoi che ridevano davanti al simil-Veltroni di Maurizio Crozza: vogliamo essere questo, «ma anche» il suo contrario. Vogliamo la coabitazione, «ma anche, serenamente, pacatamente», l’ incompatibilità.

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