Centrosinistra

Governo Prodi II: sedicesimo mese

Prodi taglierà le tasse nel 2008

Romano Prodi

Walter Veltroni? Enrico Letta? Rosy Bindi? Chi alla guida del nascente Partito Democratico? In attesa delle primarie, si affilano i coltelli o, più semplicemente, inizia una singolare campagna elettorale. Perché se è vero che ogni candidato è libero di sostenere la propria candidatura, ed è altrettanto vero che il candidato deve essere scelto dal popolo, è singolare notare come stiano circolando nomi di politici, amministratori, imprenditori che dicono “io sto con Tizio”. Francesco De Gregori vuole «un bene dell’anima a Walter Veltroni», ha confidato al Corriere. Ma «ha la smania di piacere a tutti», «dice tutto e il contrario di tutto» ed è sostenuto «dai poteri forti e consolidati che sono sempre gli stessi da decenni». E così, per le primarie del Partito democratico a ottobre, voterà Rosy Bindi. Antonello Venditti non la pensa così: «Veltroni è semplicemente educato» ed «è il miglior sindaco che Roma abbia mai avuto ». Così ora tra gli artisti serpeggia un dubbio: ha ragione De Gregori, Venditti o nessuno dei due? Milva è con De Gregori sulla scelta della Bindi: «Ho sempre votato Pci. Veltroni è molto preparato, ma lei la voterei in quanto unica donna». Romano Prodi nella corsa che porta alla segreteria del Partito democratico sta alla finestra, non tifa per nessuno dei concorrenti. E non vuole essere tirato per la giacchetta da questo o quel candidato. Lo stop al coinvolgimento del premier nelle polemiche fra i candidati arriva da Andrea Papini. Un ulivista della prima ora, l’ amico deputato che ha ospitato il Professore a Castiglione della Pescaia. «La competizione per l’ elezione del segretario nazionale del Pd – dice, infatti, il deputato ulivista della Margherita – non può essere condotta tirando Prodi da una parte o dall’ altra». Secondo Papini, «Prodi ha chiaramente scelto di non parteggiare per alcuno e del resto non poteva che essere così, essendo in prima persona il promotore del Pd, insieme e alla pari con i due partiti Ds e Margherita».

Non cambia niente. Ministri e sottosegretari rimangono 102, non si parla di rimpasto. «Proprio non è vero. Non è vero. Non è vero» si impunta Romano Prodi con chi gli domanda se Piero Fassino gli abbia chiesto di cambiare qualche poltrona nel governo. E se lui abbia risposto un «no» arrabbiato. «Non è vero» dice agitando su e giù il dito. «Tanto che siccome ero in visita in Slovenia non sapevo nulla. Io e Fassino ci siamo parlati. Non esiste nessun problema tra di noi». L’ ennesimo psicodramma rientra. Anche se ha scatenato una serie di reazioni che a un mese dalla nascita del Partito democratico raccontano cosa bolle in un governo di 11 partiti e in una coalizione di 14. Subito i Verdi con Pecoraro Scanio e l’ Udeur con Fabris si sono affrettate a chiedere una diminuzione dei posti occupati da Ds e Margherita e dal 14 ottobre rapportabili al solo Pd. Ed è chiaro che la leadership annunciata di Veltroni apre la necessità di ridefinire il ruolo di vari leader.

Il Ministero dell’Economia nomina consigliere di amministrazione RAI Fabiano Fabiani in sostituzione di Angelo Maria Petroni. Di etichette, gliene hanno attribuite tante. Democristiano e figlioccio di Ettore Bernabei, quando dirigeva il Tg1, a ridosso del ’68. E poi rutelliano e ancora veltroniano, nella stagione della Seconda Repubblica. A 77 anni, chiusa da tempo la carriera giornalistica, dopo aver guidato aziende come Autostrade o Finmeccanica, Fabiano Fabiani rimanda al mittente queste rigide attribuzioni di scuderia. “In Rai sono e sarò – dice – una figura intellettualmente autonoma. Chi immagina che il mio ritorno a Viale Mazzini prefiguri una maggioranza blindata nel consiglio di amministrazione”, una maggioranza di segno ulivista, “si sbaglia. Deciderò di volta in volta come votare nell’esclusivo interesse dell’azionista della Rai, che è il ministero dell’Economia. Perché è il ministero che mi ha nominato nel ruolo”. Come a dire: non è stato un singolo parlamentare per quanto influente a scegliermi, né un partito né una corrente.

 

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