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Fabiani in sostituzione di Petroni nel cda Rai

Fabiani in sostituzione di Petroni nel cda Rai

Fabiano Fabiani

Il Ministero dell’Economia nomina consigliere di amministrazione RAI Fabiano Fabiani in sostituzione di Angelo Maria Petroni.

Di etichette, gliene hanno attribuite tante. Democristiano e figlioccio di Ettore Bernabei, quando dirigeva il Tg1, a ridosso del ’68. E poi rutelliano e ancora veltroniano, nella stagione della Seconda Repubblica. A 77 anni, chiusa da tempo la carriera giornalistica, dopo aver guidato aziende come Autostrade o Finmeccanica, Fabiano Fabiani rimanda al mittente queste rigide attribuzioni di scuderia. “In Rai sono e sarò – dice – una figura intellettualmente autonoma. Chi immagina che il mio ritorno a Viale Mazzini prefiguri una maggioranza blindata nel consiglio di amministrazione”, una maggioranza di segno ulivista, “si sbaglia. Deciderò di volta in volta come votare nell’esclusivo interesse dell’azionista della Rai, che è il ministero dell’Economia. Perché è il ministero che mi ha nominato nel ruolo”. Come a dire: non è stato un singolo parlamentare per quanto influente a scegliermi, né un partito né una corrente.

“Il ministro Padoa-Schioppa mi ha telefonato prima dell’estate. Io sapevo, dentro di me, che non avrei potuto voltare le spalle alla Rai. Questa azienda è parte di me e vive, tra l’altro, una stagione complicata. Ma ho chiesto comunque 12 ore di tempo per riflettere. Poi ho spiegato al ministro l’approccio tecnico con cui sarei tornato in Rai e lui mi ha detto: hai ragione, vota secondo legge e coscienza”.

Fabiani nasce nel 1930 a Tarquinia, vicino Viterbo. Per questo gli amici con cui tenta il concorso pubblico per giornalista o autore della Rai, a metà anni Cinquanta, lo chiamano l’etrusco. Molti non superano la selezione. Ce la fanno alcuni giovani di un qualche talento (un tal Umberto Eco, poi Gianni Vattimo, Furio Colombo, Enrico Vaime). Lui viene assunto nel 1955: “Al telegiornale”, dice, “ho fatto di tutto: il praticante alle prime armi, e poi il redattore semplice, e poi il capo redattore, infine il direttore”. In più di un’intervista, Andrea Barbato – che pure lavora in quella direzione – ne avrebbe criticato la gestione: “La parola sciopero era bandita, erano anni complicati”. “Qualche libro – ricorda ora Fabiani – sostiene che il mio Tg1 introdusse delle innovazioni. Rivendico il merito di aver portato i giornalisti alla conduzione scalzando gli speaker, i lettori di testi”. In Rai partecipa anche alla fondazione di Rt, il primo rotocalco televisivo della televisione italiana (marchio ora recuperato da Enzo Biagi ad aprile del 2007, per battezzare il suo rientro a Viale Mazzini dopo l’esilio berlusconiano).

In Rai, Fabiani fa anche il manager. Nel 1977, corre per la direzione generale. Ma la sua candidatura e quella di De Luca si elidono a vicenda, favorendo il terzo incomodo Pierantonio Bertè. Prima di lasciare Viale Mazzini per diventare direttore centrale dell’Iri, fa in tempo a completare un piano per una “nuova rete televisiva di tipo decentrato”. Quella rete sarebbe poi nata e si sarebbe chiamata Rai Tre.

“Riconosco”, dice ora Fabiani, “che ho lasciato la Rai un’eternità fa. E adesso dovrà mettermi sotto, studiare, immergermi. Certo, saltano agli occhi alcune differenze eclatanti. Ai miei tempi, non c’era una cosa come “L’Isola dei Famosi”. Ai miei tempi, non c’era neanche la concorrenza. Ora la concorrenza c’è. Eppure ha peggiorato la qualità media delle trasmissioni di ognuno, fenomeno unico al mondo. Che cosa sogno per la televisione pubblica? Più autonomia per un gruppo dirigente che ha pochi eguali”.

Dunque Fabiani torna a Viale Mazzini, a oltre mezzo secolo dalla sua assunzione per concorso, e con quattro di ritardo. Nel 2003, nel pieno dell’ennesima crisi al vertice della televisione di Stato, sfiora la carica di presidente. Né lui né Paolo Mieli approdano a Viale Mazzini, la spunta invece Lucia Annunziata. In una lettera al presidente della Rai Petruccioli, Fabiani annuncia ora di aver lasciato la carica di presidente della Apt (è l’associazione dei produttori televisivi), per evitare qualsiasi conflitto di interessi. Fabiani rinuncia al suo compenso di consigliere di amministrazione della Rai, mentre è intenzionato a conservare la presidenza dell’Acea, società che tra le altre cose porta l’acqua e l’elettricità nelle case dei romani.

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