Centrosinistra

Prodi e le primarie

Cdm a Caserta

Romano Prodi

Da Rosy Bindi non se l’ aspettavano. «Per chi voterà – si è chiesta la ministra della Famiglia giovedì a Cortina – Romano Prodi alle primarie del Pd? Io sono contenta che mi sostengono il fratello, la moglie e i figli di Prodi». La notizia è rimbalzata dai monti al mare: creando qualche stupore della famiglia del presidente del Consiglio riunita – quasi al completo – a Castiglione della Pescaia. Non proprio disappunto, ma non precisamente applausi. Anche perché la ministra si è spinta un po’ troppo in là. Romano Prodi non dirà da qui al 14 ottobre per chi voterà. Non partecipa a nessuna festa di partito. Motivo dichiarato: concentrarsi sull’ impegno di governo. Ma anche non farsi trascinare nella personalizzazione della sfida per il Pd. «Una diversità di scelte non deve stupire» ha detto a chi gli parlava della diaspora dei prodiani in politica. Lo stesso vale in famiglia. Con una risata tutta prodiana. «Siamo ormai più di cento. Ci manca che pensiamo tutti uguale». «Anzi la diversità, la diaspora porta energia, ricchezza» dice. In piazza e in casa, ognuno faccia come crede, l’ Ulivo unisca tutti. «Guai se le diverse anime dovessero oggi rimanere compatte e quasi cristallizzate. Con il Pd giunge a conclusione il lungo processo politico avviato dall’ Ulivo che si proponeva proprio di fondere culture diverse». Faccenda che vale anche fra le mura domestiche. Con un’ anima diciamo più «sociale» ed una più «economica». Alla prima appartengono Flavia Franzoni, la moglie del premier, esperta e docente universitaria di welfare e di organizzazioni no profit, e Antonio, 33 anni, biologo, impegnato nel cattolicesimo ecclesiale e sociale. Al filone «economico» possiamo rapportare il premier e il figlio più grande, Giorgio, 36 anni, professore di economia industrale (come il padre) a Ferrara. Il centrosinistra romano è lontano, la sintesi si trova sempre. Un caso a sé è uno dei fratelli di Romano Prodi, Vittorio, fisico, già presidente Margherita della Provincia di Bologna, ora eurodeputato: lui si è espresso pubblicamente per Rosy Bindi. L’ approccio dei Prodi è più culturale che immediatamente politico. Flavia Franzoni ha una lunga collaborazione con Rosy Bindi, l’ ultimo appuntamento è stata la Conferenza sulla famiglia di Firenze, sono amiche, come con la bolognese Anna Maria Carloni, diessina moglie di Bassolino scesa in campo per la ministra cattolica. Sono – come l’ addetta stampa di Palazzo Chigi, Sandra Zampa – nel giro del sito ulivista ledemocratiche. it. A unirle sono i «contenuti». Flavia e Antonio potrebbero schierarsi per la ministra. Giorgio, come suo padre, non farà opzioni. «Stimo tutti i candidati. E penso che il Pd debba unire, quindi far di tutto perché il confronto non divenga mai contrapposizione». Giorgio, come suo padre, non farà opzioni. «Stimo tutti i candidati. E penso che il Pd debba unire, quindi far di tutto perché il confronto non divenga mai contrapposizione».


Romano Prodi nella corsa che porta alla segreteria del Partito democratico sta alla finestra, non tifa per nessuno dei concorrenti. E non vuole essere tirato per la giacchetta da questo o quel candidato. Lo stop al coinvolgimento del premier nelle polemiche fra i candidati arriva da Andrea Papini. Un ulivista della prima ora, l’ amico deputato che ha ospitato il Professore a Castiglione della Pescaia. «La competizione per l’ elezione del segretario nazionale del Pd – dice, infatti, il deputato ulivista della Margherita – non può essere condotta tirando Prodi da una parte o dall’ altra». Secondo Papini, «Prodi ha chiaramente scelto di non parteggiare per alcuno e del resto non poteva che essere così, essendo in prima persona il promotore del Pd, insieme e alla pari con i due partiti Ds e Margherita». Una dichiarazione che vuole mettere fine alle ricostruzioni che vedono il Professore, e il gruppo degli ulivisti, dietro agli attacchi a Veltroni da parte della Bindi. Ricostruzioni che allarmano il candidato diessino e lo spingono ad accelerare la stesura del programma per portare il confronto sul terreno dei contenuti. I timori veltroniani si basano sul lungo elenco di ulivisti partiti all’ attacco del sindaco di Roma. Marina Magistrelli, per esempio, lamenta la mancanza di donne ai vertici regionali del partito. «La Bresso, che pure è tra gli sponsor di Veltroni, giustamente denuncia una “situazione disastrosa” e uno “scandalo”: non figura nessuna donna tra i futuri segretari regionali del Pd spartiti tra Ds e Dl», dice. «Evidentemente Veltroni dà per scontato di essere “il candidato unico”, il “vincitore predestinato” e quindi pensa che noi vogliamo disturbare la sua marcia trionfale. Perché non favorisce un confronto alla pari?», incalza Antonio La Forgia. E Franco Monaco sostiene che la Bindi «ha parlato il linguaggio della verità, un linguaggio cui non è avvezza la politica politicante». Questi attacchi certamente non fanno piacere a Ds e Margherita. «Il confronto delle idee è positivo – spiega per esempio la diessina Marian Sereni – ma le polemiche, a volte aspre, non avvicinano i cittadini alla partecipazione». Ma neanche a Prodi che deve tenere conto dell’ atteggiamento di Veltroni verso il governo dopo il 14 ottobre. E per questo vuole mantenere rapporti sereni. Anche se gli accenni di Veltroni alle primarie del 2005 non devono aver fatto molto piacere al Professore. Alla fine Papini spiega che «non fa un buon servizio alla fondazione del Pd chi artatamente cerca di collocare Romano prodi tra i propri sostenitori e non fa un buon servizio neppure al governo chi, per lo stesso motivo propagandistico, evoca “un clima da ’98” riferito alla candidatura di Veltroni, contribuendo così a creare un elemento di instabilità per il governo di cui certo non si sentiva il bisogno». La Bindi tuttavia non tende ad ammorbidire la sua posizione e accusa ancora una volta Veltroni di condurre una campagna elettorale sleale. «Credo che non sia corretto gettare il dubbio sui competitori come lui ha fatto nella sua lettera quando ha detto che qualcuno corre per posizionarsi, per condizionare. Credo che non sia corretto gettare il dubbio sui competitori», dice il ministro. Scambio di colpi che sembrano lontani dai toni dei «toni assolutamente colloquiali», chiesti da Pierluigi Bersani al meeting di Rimini. Dove ha incrociato Enrico Letta. Che ha risposto a Veltroni su come correrà il Pd in caso di vittoria del referendum elettorale. Da solo, dice il sottosegretario alla presidenza. Altrimenti dipende dalla legge elettorale.

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