Parlamento

Senato approva il dl che rifinanzia le missioni italiane all’estero.

Iraq: finita missione italiana

Iraq: finita missione italiana

Il Senato approva (con 180 sì, 2 no e 132 astenuti) il decreto legge che rifinanzia le missioni italiane all’estero. Hanno votato a favore la maggioranza e l’Udc mentre si sono astenuti Forza Italia, AN e Lega Nord. Esprimono voto contrario il senatore Franco Turigliatto (Sinistra Critica) e il senatore Gianfranco Rotondi (Democrazia Cristiana per le Autonomie).

«Perché continui a mantenere in piedi il governo?». Prima dell’ affondo finale di Silvio Berlusconi, ieri mattina era stato Gianfranco Fini a tentare l’ ultima mediazione con Pier Ferdinando Casini. Una telefonata lunghissima, a tratti tesa. Nel corso della quale ognuno riproponeva la propria posizione e il leader di An annunciava con tutti i crismi dell’ ufficialità: «Guarda, che non torniamo indietro. Anche Berlusconi ha deciso. Ci asteniamo». La frattura nel centrodestra diventava quasi definitiva. Una via di non ritorno. E a quel punto, nella Casa delle libertà si è aperta una nuova trattativa. Tutta centrata, non tanto sul voto finale al decreto che finanzia le missioni all’ estero, quanto sugli emendamenti e soprattutto sugli ordini del giorno. Obiettivo: far inciampare la maggioranza su uno di questi voti. Perché, come avverte il sottosegretario ai rapporti con il Parlamento D’ Andrea, «di votazioni ce ne sono tante». E molte sono a rischio. Per il centrosinistra un pericolo concreto. Secondo il leader centrista, del resto, non sarebbe semplice spiegare ai suoi elettori una convergenza totale con il centrosinistra. Tant’ è che proprio nei contatti con il capo di An scatta la prima mediazione. «Se Prodi non ottiene i 158 sì, andiamo tutti insieme al Quirinale per chiedere a Napolitano la crisi di governo». Un solo punto fermo per l’ ex presidente della Camera: l’ approvazione del decreto non può essere messa in discussione. «È una questione di coerenza, cosa è cambiato rispetto alla Camera? Come giustificheremmo il rientro in Italia dei nostri soldati?». Non parla direttamente con Silvio Berlusconi, ma con Gianni Letta sì. Il Cavaliere non vuole rompere definitivamente con Casini. Attraverso il suo “ambasciatore” tenta di convincerlo in extremis. Ma non c’ è niente da fare. Nello stesso tempo il leader centrista, teme di passare per «quello che salva Prodi». Come dice Berlusconi, «adesso è lui che deve spiegare perché sta con i comunisti». A Letta, allora, Casini consegna un messaggio da trasmettere all’ ex premier: «Siamo pronti a salire al Quirinale come Cdl per chiedere le dimissioni del presidente del consiglio se l’ Unione non avrà 158 voti. In più voteremo con voi gli emendamenti al decreto e anche gli ordini del giorno». È il massimo che concede l’ ex presidente della Camera. Passaggi delicatissimi per la maggioranza. Un solo emendamento (26 ne ha presentati An, 6 la Lega e 4 Francesco Cossiga) farebbe tornare a Montecitorio il decreto che scade il 2 aprile. Con una probabilità altissima di decadere. Un ordine del giorno decisamente “militarista”, che impegni l’ esecutivo a fornire un equipaggiamento più pesante al nostro contingente a Kabul o a aumentare il numero di soldati sarebbe invece indigeribile per buona parte dell’ Unione e di certo per i cosiddetti dissidenti dell’ ala radicale. La tensione nel centrodestra sale comunque alle stelle. Berlusconi prova a ricucire con l’ alleato “ribelle”, soprattutto in vista delle amministrative. Le ultime mosse fanno capire che entrambi vogliono evitare lo showdown. Ma il Cavaliere è comunque pronto ad affrontare anche «l’ irreparabile». È su tutte le furie. Tant’ è che ha scatenato i “berluscones” dell’ Udc contro Casini. Carlo Giovanardi, non a caso, ha proposto di presentare un documento che reintroduca il codice militare di guerra in Afghanistan. «Deve capire – è sbottato ad Arcore con il vertice forzista – che i sondaggi parlano chiaro. Noi possiamo fare a meno di lui. Ha solo il 4 per cento. E comunque il partito non lo segue. Lo so, con molti di loro ho parlato. Non accetterebbero una spaccatura con la Cdl. Pier rischia anche di perderli tutti. È finito. E comunque noi abbiamo la Nuova Dc di Rotondi per sostituirli». In più, il capo di Forza Italia non ha gradito l’ intervento del capo dello Stato che ha invitato i poli a una posizione comune: «Poteva evitarlo a 24 ore dall’ esame del decreto». Il tentativo di ricompattare la Cdl, però, sta innervosendo la maggioranza. La disponibilità ad accogliere larga parte degli ordini del giorno a questo punto è stata ridimensionata. Domani Massimo D’ Alema e Arturo Parisi vedranno solo all’ ultimo quale linea seguire. Ma proprio dietro gli ordini del giorno iniziano a scorgere la «trappola». Con ogni probabilità, poi, i termini per presentarne di nuovi saranno riaperti solo in presenza di documenti “potabili” per la maggioranza. Ossia in grado di accontentare sia l’ Unione sia l’ opposizione. Anche per questo lo stesso atteggiamento finale del centrodestra sarà assunto solo a conclusione dell’ esame del provvedimento. E non è escluso che, se passerà qualche emendamento o ordine del giorno, Berlusconi opti per la non partecipazione al voto. Un modo per poter dire che la Cdl non ha aiutato il governo pur garantendo l’ approvazione del decreto. Una strada già indicata anche dal Pri di Nucara: «Il Cavaliere sa bene che noi preferiamo uscire dall’ Aula».

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