Parlamento

Unione va sotto al Senato, Prodi si dimette

Verso il Pd, è nato il comitato dei 45

Romano Prodi

Al Senato della Repubblica, la risoluzione della maggioranza di approvazione della linea del governo sulla politica estera con particolare riferimento alla presenza italiana nelle forze NATO operanti in Afghanistan, presentata dalla senatrice Anna Finocchiaro, non raggiunge il quorum di maggioranza: 158 sì, 136 no e 24 astenuti, con quorum richiesto di 160. All’interno della maggioranza, non hanno partecipato al voto i senatori Fernando Rossi e Franco Turigliatto. Fra i senatori a vita, tra i quali era assente Oscar Luigi Scalfaro, alcuni hanno votato a favore (Emilio Colombo, Rita Levi-Montalcini, Carlo Azeglio Ciampi), uno ha votato contro (Francesco Cossiga) e due si sono astenuti (Giulio Andreotti, Sergio Pininfarina). A seguito di ciò Prodi si dimette.

Non se l’ aspettavano. E la botta fa male. L’ Unione al Senato non c’ è più, Prodi si dimette e gli stati maggiori del centrosinistra milanese accusano il colpo. Tra proclami, promesse di cambiare rotta – a cominciare da qui, dentro la tana del lupo – ma anche recriminazioni e accuse reciproche. In un clima già reso difficile dalle polemiche interne che in questi giorni si sono aperte nei Ds. Apre le danze la sinistra della Quercia, che in mattinata si ritrova nella storica sezione del Garibaldi per avviare la sua campagna congressuale all’ insegna di una parola d’ ordine: «Non possiamo scioglierci». Poi arrivano le notizie da Roma, e le polveri prendono fuoco: «In questo casino – sbotta Marco Cipriano, vicepresidente del consiglio regionale e tra i leader della componente – ci sono dei matti che pensano ancora al partito democratico; ma la crisi di governo è una mazzata per loro, non sta in piedi l’ ipotesi che basti un grande timone riformista per tenere insieme tutto, la coalizione è vasta e pluralista, bisogna invece tenere conto di tutti». Segue un attacco alla maggioranza del partito: «A Milano tengono banco le beghe personalistiche tra i leader, la nostra invece è una battaglia politica che parla al Paese». Il riferimento è soprattutto a Filippo Penati e Antonio Panzeri, i duellanti riformisti che continuano a punzecchiarsi sui giornali. Il naufragio del governo dà lo spunto al segretario della federazione Ds per chiedere a tutti di serrare le fila: «Questa vicenda – commenta Franco Mirabelli – dimostra ancora di più che a Milano dobbiamo smetterla con le discussioni autoreferenziali, per concentrarci sulla costruzione del partito democratico, strumento indispensabile per riformare il sistema politico». Lapidario il commento del segretario cittadino Pierfrancesco Majorino, reduce da una trasferta a Vicenza che lo ha messo sotto accusa: «Adesso la cosa più importante è stare tutti uniti». Tace Filippo Penati, il presidente della Provincia che continua ad accusare il gruppo dirigente di aver assecondato una «deriva radicale». Mentre il segretario lombardo Luciano Pizzetti se la prende con il «pacifismo integralista che ha sconfitto una politica per la pace». In questo clima, ma quando le dimissioni di Prodi non sono ancora arrivate, il verde Carlo Monguzzi chiede ai milanesi dell’ Unione di «manifestare a sostegno del governo», e se la prende con «chi continua a litigare, anche nei nostri partiti: lo fanno a Roma e a Milano, sono fuori dalla storia». La segretaria provinciale della Margherita, Patrizia Toia, invoca una «controspinta a questo massimalismo che sta facendo solo danni», e parla di «gesto forte» da compiere subito: «Ci vuole una Costituente milanese per dire in modo chiaro che il partito democratico non esporrà mai il Paese a simili figuracce». Il segretario di Rifondazione Nello Patta lega la sconfitta al Senato e le difficoltà dell’ Unione a Milano: «Nella nostra realtà manca la dimensione del progetto, anche a sinistra non si è capaci di ascoltare la gente, ci vuole uno scatto». E scuote la testa Roberto Caputo, Sdi: «Non si può fare nello stesso tempo l’ opposizione e stare al governo, ma anche a Milano questo centrosinistra non lo capirà mai: serve una classe dirigente tutta nuova».

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