Centrosinistra

La rosa cade dal pugno

Rosa nel Pugno, ingresso ufficiale nell'Unione

Rosa nel Pugno, ingresso ufficiale nell’Unione

Era stato salutato come la vera novità delle elezioni politiche di primavera. In effetti l’unificazione dei radicali di Pannella e dei socialisti dello Sdi nella Rosa nel pugno aveva tutti i numeri non solo per suscitare grandi aspettative nei promotori, ma anche per attirare grande attenzione in tutti gli operatori politici. I promessi sposi sapevano di portare in dote due patrimoni diversi non facilmente conciliabili (la difesa dei diritti civili i primi, la sensibilità per i diritti sociali i secondi), ma avevano scommesso sulla riuscita e sulla fecondità del connubio. Mai in passato era riuscito ad alcuno di riunificare l’aspirazione alla giustizia con quella alla libertà. Con il nuovo millennio, con la fine delle contrapposizioni ideologiche del Novecento e lo scongelamento dell’iceberg comunista e il sopraggiungere della «corrente del Golfo» liberale, era parso che il naturale sbocco della sinistra fosse nell’alveo del socialismo liberale. Nella specifica congiuntura italiana, poi, contrassegnatasi dall’ipotesi di una confluenza dei postdemocristiani e dei postcomunisti in una formazione da loro egemonizzata, un potö «laico liberale-libertario e socialista-riformista» – come non si stanca di chiamarlo l’inesauribile Pannella – acquistava un’ulteriore ragion d’essere. A meno che non volesse finire risucchiato dal suo passato per arenarsi di nuovo nelle sabbie mobili di quel compromesso storico che aveva già una volta arrestato la sua corsa trent’anni fa, il centrosinistra non aveva che una carta da giocare: affidarsi alla Rosa nel pugno. Solo da essa poteva trarre quell’iniezione di democrazia laica decisiva per guadagnare una piena legittimità tanto in Italia, e forse più, in Europa. Evidentemente i conti erano stati fatti senza Toste, ossia senza l’elettore. Nel fuoco delle votazioni le ambizioni della neonata formazione si sono precocemente bruciate. Il misero 2,7% raccolto in aprile non solo risultava deludente, ma non lo dotava nemmeno di una massa critica sufficiente a condizionare gli equilibri politici in fieri del centrosinistra. Da allora, pur pietosamente occultata, è cominciata un’agonia che solo in questi giorni pare essere giunta al suo esito estremo. Lo scioglimento del vincolo (che – si badi bene – in origine non voleva essere una semplice occasionale alleanza elettorale, ma addirittura una confluenza di due tradizioni in un nuovo soggetto politico) è precipitosamente maturato per il mancato superamento di due ostacoli: uno culturale ed uno organizzativo. Un’esperienza più che secolare ha dimostrato ad abundantiam che non basta a due partiti consumare le nozze per diventare un corpo e un’anima soli. Devono sapere anche fondere le culture e le organizzazioni di cui sono separatamente portatori in un qualcosa di inedito e vitale. Operazione, questa, sempre difficile, ma quasi impossibile nel caso dello Sdi, prigioniero di un passato divenuto oggi insieme impresentabile (il craxismo) e non più spendibile (la politica del Welfare), così come nel caso dei radicali, titolari di una cultura tutta schiacciata sulla difesa dei diritti individuali, sia in materia economica (liberismo), sta sui temi «eticamente sensibili» (fecondazione assistita, eutanasia, ricerca sugli embrioni). Diversamente, come è sempre successo in passato, la nuova creatura ha una vita breve. Così è stato, ad esempio, nel ’69 quando le due anime del socialismo nostrano, la nenniana del Psi e la saragattiana de! Psdi, saldatesi nel’66, si dividevano a seguito del mancato obiettivo di divenire il polo competitivo dei due maggiori partiti, la De e il Pci. Fortuna, Blair, Zapatero è la triade proposta a modello del nuovo partito: tre nomi, che appartengono, non a caso, a tre nazioni diverse ed anche a tre storie diverse, di cui evidentemente non è facile trovare la sintesi. In questi cinque mesi sono stati i radicali a condurre le danze, mentre i sodaUsti sono stati costretti a pannellizzarsi fino al punto di suscitare in loro un’azione di rigetto. Mancata a livello culturale, la saldatura non è riuscita nemmeno a livello organizzativo, n Partito radicale è una formazione rigorosamente antipartito. Non solo conta poche centinaia di iscritti (a fronte di uno Sdi che può vantare migliaia di tessere), ma si rifiuta pure di dotarsi delle articolazioni sul territorio (le sezioni) e nelle istituzioni (Comuni, Province, Regioni) che invece sono le risorse irrinunciabili dei socialisti. H divorzio non è ancora stato consumato, anche se radicali e socialisti si comportano ormai da separati in casa. È cominciato nel frattempo U penoso gioco a chi resta col cerino in mano.

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