Parlamento

Senato approva il rifinanziamento delle missioni militari all’estero.

La Camera approva la missione in Niger: 470 uomini contro il traffico di esseri umani

Senato approva il rifinanziamento delle missioni militari all’estero.

Il Senato approva il rifinanziamento delle missioni militari all’estero. Necessaria la fiducia per avere il sì di alcuni senatori dissidenti, in particolare della “sinistra radicale”.

«Numero legale 160, senatori presenti 162, senatori votanti 161, favorevoli 161… va bene così?». Franco Marini, il presidente del Senato, recita i numeri della fiducia sull’ Afghanistan e il ritiro dall’ Iraq, e imperturbabile, dopo la gazzarra della Casa delle libertà sul quorum, assicura che si atterrà alla formula esatta: «Se mi danno un consiglio tecnico ed è ragionevole, lo accetto sempre», dice rivolto al centrodestra che, al momento del voto, ha lasciato l’ aula. La pratica afgana è archiviata, per ora. Palazzo Madama dà il via libera definitivo al disegno di legge sulle missioni militari ponendo la fiducia anche sul provvedimento complessivo, proprio per bloccare la fronda dei “dissidenti” pacifisti dell’ Unione. Ma la Cdl non si arrende: i capigruppo di Forza Italia e di An, Schifani e Matteoli, tornano all’ attacco sin dall’ inizio dei lavori d’ aula e annunciano battaglia. In autunno, promette Matteoli, «l’ opposizione chiederà l’ intervento del capo dello Stato, Napolitano». Già tirato per la giacca sulla contestazione del numero legale (la Cdl gli ha rivolto un appello) il Quirinale fa sapere che il presidente non si pronuncia, e come già ha avuto occasione di chiarire nel giugno scorso quando ricevette una sollecitazione analoga, non interviene «su materie che sono di esclusiva competenza dei presidenti delle Assemblee». Napolitano ha avuto anche un colloquio telefonico con Marini: uno scambio sulla difficile situazione del Senato dove la maggioranza si gioca sul filo di lana. E dove, proprio per aggirare lo scoglio del dissenso della sinistra radicale sulla politica estera – e al tempo stesso per dimostrare l’ autosufficienza della maggioranza – sono state poste due fiducie sullo stesso ddl. «Il sì dimostra la solidarietà politica della coalizione», tira un sospiro di sollievo il ministro della Difesa Arturo Parisi, e con lui tutto il governo a cominciare da Prodi. A Palazzo Madama è un altro giorno di tensione, anche se la bagarre esplode solo quando a votare la fiducia viene chiamato l’ ex presidente della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro, il “padre costituente” sceso in prima linea contro la riforma costituzionale del governo Berlusconi. Fischi e contestazioni dal centrodestra a cui rispondono gli applaudi dell’ Unione. Sono presenti in quattro, dei sette senatori a vita, e votano tutti sì, cioè Rita Levi Montalcini, Scalfaro, Emilio Colombo, Giulio Andreotti. Gli altri sono in congedo, quindi non computati ai fini del quorum. «Il provvedimento lo voto con grande entusiasmo; la fiducia? spero che un giorno mi venga», è il suggello ironico di Andreotti alla giornata sulle missioni e al sesto ricorso continuo alla fiducia. «Basta stressare il Parlamento con la fiducia», si sfoga a sua volta la capogruppo dell’ Ulivo, Anna Finocchiaro. Serpeggia il malumore per le troppe fiducie nelle file di Ds e Margherita. Roberto Villetti dello Sdi lancia un sos: «Così il governo non può andare avanti, Prodi riprenda il bandolo della matassa, altrimenti c’ è il rischio di tornare alle urne». Non piace neppure all’ Ulivo l’ ultimatum dei “pacifisti” (lievitati da 8 a 16): «Votiamo sì ma è l’ ultima volta su Kabul». «Vedrete che i ribelli la prossima volta non saranno in Parlamento», chiosa Franco Monaco della Margherita. E Marina Sereni, ds, pensa a un rifinanziamento posto in Finanziaria. Da parte della sinistra radicale nessuna perplessità invece: «La fiducia è un atto di coraggio – chiosa Manuela Palermi, presidente dei senatori Pdci-Verdi – perché il sostegno non sarebbe gratis». Il tema dell’ allargamento della maggioranza tiene banco. Ma intanto la Cdl insorge. Il presidente dei senatori leghisti, Roberto Castelli controreplica al ministro Chiti (che aveva definito «irresponsabile» e «inqualificabile» l’ atteggiamento dell’ opposizione): «Non attribuisca ad altri le gravi responsabilità di questo governo». Duro anche l’ intervento di Beppe Pisanu (Fi) in aula: «Non avete una politica estera condivisa».

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