Per D’Alema presidente (della Repubblica)

Massimo D'Alema

Il nostro amico Amleto, da quando ha saputo che Massimo D’Alema potrebbe finire al Quirinale, dice che non vede l’ora che il pronostico si avveri. L’evento infatti lo costringerebbe, finalmente, a ripudiare l’amaro pessimismo che gli ispirò il suo famoso monologo.

L’ascesa di D’Alema al Colle basterebbe infatti da sola a imporgli di rinnegare quella filastrocca di deprimenti scemenze sui supposti orrori della vita. Era da quattro secoli – mi dice – che aspettava che succedesse qualcosa che lo inducesse a rinnegare quella triste tiritera, e in particolare a cestinare quel verso in cui, dopo aver ricordato alcuni dei malanni che renderebbero insopportabile la vita (“l’arroganza dei pubblici poteri… le angherie dei tiranni… il borioso linguaggio dei superbi…”), gli venne in mente di citare anche (pensate un po’) “gli oltraggi inflitti dagli immeritevoli al merito paziente”. Ebbene, il dolce principe ci tiene a far sapere che pur di avere una buona ragione per ritrattare per sempre queste malinconiche sentenze, si batterà anche lui per D’Alema presidente…

Massimo D'Alema
Massimo D’Alema

L’intera esistenza di D’Alema gli sembrerebbe allora la più lieta, edificante confutazione di quel suo verso astioso. “Devo ammettere – ci dice – che la vita di quest’uomo è la più fulgida prova del fatto che il vero merito, quando è veramente meritevole, e l’autentica pazienza, quando è davvero paziente, contrariamente a quel che la mia indole notoriamente invidiosa e vendicativa mi ha finora indotto a immaginare, non mancano mai di riscuotere un giusto premio”. E per riuscire più convincente non ha esitato a evocare la gigantesca dose di meritoria pazienza che questo mirabile atleta politico ha potuto sfoggiare in ogni fase della sua vita.

Di quanta meritevole pazienza non ebbe infatti bisogno per sopportare, fra gli anni Sessanta e Settanta, prima da fanciullo, poscia da giovinetto, quindi da giovanotto, ai bei tempi del suo noviziato politico nella Federazione giovanile del Pci, la coriacea fede di tutti i suoi ingenui compagni nella missione salvifica di Mosca… E quanta ancora di più gli ce ne volle allorquando, lungo tutti gli anni Ottanta, una volta entrato nella stanza dei bottoni del partito, si rassegnò a tollerare, essendo giustamente consapevole della propria assoluta superiorità intellettuale, le ridicole ambizioni di tanti molesti compagni di lotta e di governo manifestamente a lui inferiori…

E quali razioni di sopportazione da cavallo gli furono necessarie più tardi ancora, tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio dei Novanta, per digerire pian piano gli effetti della scossa procuratagli dall’inatteso collasso del mondo che era stato fino a quel momento la sua vera patria… E, subito dopo, per prodursi pacatamente, con flemmatica, impassibile scioltezza, senza mai dare un segno di sbigottimento, e ancor meno di codardo pentimento, e meno che mai di timorosa vergogna, in quella performance strepitosa che fu la sua rapida transizione dallo stadio di bruco comunista a quello di crisalide post-comunista – e finalmente a quello di vispa farfalla democratica destinata a coronare la storia delle sue successive metamorfosi nel palazzo sacro al dio Quirino…

(Qualche invidioso spera tuttavia, che l’adesione di Amleto al progetto D’Alema for president nasconda l’intento di bruciare la sua candidatura).

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