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Il popolo di Dolcenera

Il popolo di Dolcenera

Il popolo di Dolcenera

In breve: in televisione, buca lo schermo. Ma sul lettore CD…  Meno in breve: è giusto ammettere che prima di ascoltare questo disco Dolcenera ci stava pressoché simpatica come personaggio TV: il suo atteggiamento da gattamorta, ancorché pesantemente ricalcato da modelli precedenti, aveva portato ai momenti più divertenti di Music Farm. Il problema è che su disco la recita prosegue.

Intanto, sulla copertina e in tutto il booklet, con le foto un po’ prevedibili che la ritraggono mentre sorride con gli occhi chiusi e darkescamente bistrati (possibile didascalia, il motto carotoniano “Felicità a momenti”): ci piacerebbe vedere Manu con un look diverso, di qui in poi.  Poi, nei testi, tra Ligabue e Toto Cutugno (“Lo spettacolo del mondo lo facciamo noi, tra studenti, artisti e operai, questo è il popolo dei sogni e ci siamo anche noi, a inseguire la vita che c’è”), tra cui spicca un progressismo un po’ troppo telefonato, per esempio sul “tema scottante” dell’omosessualità: “Guarda Laura che non devi avere più paura, cosa provi per la tua…migliore amica, quel tuo avere un gran segreto un’altra vita!”

Quindi, nelle musiche: da Lucio “Violino” Fabbri, che dirige le danze in cabina di regia, vogliamo sperare che in futuro venga qualche idea più sperimentale (come quelle che ha avuto in passato): il rock di “Popolo dei sogni” è un po’ troppo già sentito per essere davvero emozionante. Dolcenera per il resto se la cava, e bene, forse con un po’ troppe grida e arrochimenti strategici della voce, che è taaanto soul. E se avesse davanti un repertorio musicale più stimolante, probabilmente le sue qualità risalterebbero di più.
Se vuole davvero emergere nel panorama musicale italiano, Manu deve tirare fuori unghie e grinta, ancora più di quanto abbia fatto finora. Diciamo che adesso si merita un 7, ma per passare alla storia ci vuole di più.

Ragazza di carattere (va detto) Dolcenera affronta anche il tema delle violenze sui bambini con “L’amore (il mostro)”, ma francamente di questo non si sentiva tanto il bisogno. Mentre una riflessione a parte meritano le cover, paletti che delimitano le sue velleità: “America” della Nannini, è strillata ad arte. Viscerale e vibrante. Mentre purtroppo “Il Luminal d’immenso”, versione surreale di “A wolf at the door” dei Radiohead (ringraziati per “averle tirato fuori questa cruda emozione”), fa impallidire le puerili traduzioni con cui Mogol negli anni Sessanta giustiziava i brani stranieri – persino Masini, volgendo “Nothing else matters” dei Metallica in “E chi se ne frega”, era riuscito a non sbracare a questo modo. Poi Dolce archivia, senza infamia né lode, “Emozioni” di Battisti e chiude il disco. Che si era aperto con “Com’è straordinaria la vita”, in cui Dolcenera ci informava che a volte le viene voglia di “prendere un treno per andare affanculo”. Mannò, dai.

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