Giustizia

Legge Pecorella e l’abolizione del processo d’appello

Legge Pecorella e l'abolizione del processo d'appello

Gaetano Pecortella

Salvato dalla prescrizione nel processo Sme, grazie alle attenuanti generiche, Berlusconi teme che in appello gli vengano revocate, con conseguente condanna. Così il suo avvocato Gaetano Pecorella, presidente della commissione Giustizia della Camera, fa approvare nel dicembre 2005 la legge che abolisce l’appello, ma solo quando lo interpone il pm contro assoluzioni o prescrizioni. In caso di condanna in primo grado, invece, l’imputato potrà ancora appellare.


Ogni legge votata dalla Cdl nelle materie penali aveva fini molto particolari: è quindi presumibile che ne abbia anche la proposta 13 gennaio 2004, firmata da un patrono dell’ uomo d’ Arcore, dove il cinismo negromantico tocca punte mai viste, che io sappia; e qualcosa so della storia giudiziaria. L’ estate scorsa esce dal grembo dov’ era incubata: Montecitorio la vota sine strepitu; domani voteranno gli yes men a Palazzo Madama, compatti come suol essere la Destra in casi simili; e la diavoleria diventa legge. SEGUE A PAGINA 18 Da venti secoli esiste l’ appello: «revisio prioris instantiae», lo chiamavano i dottori, ossia un rifacimento del giudizio, i cui temi capitali sono due; N ha commesso il fatto attribuitogli dall’ accusa?; e nell’ ipotesi affermativa, come valutarlo in chiave penale? L’ appello romano era un «gravame», nome tecnico: il soccombente ha diritto al secondo giudizio; e l’ affronta ex novo. Discendono dal ceppo germanico, invece, le domande con cui una parte chiede l’ annullamento della decisione asserendola affetta dal tal vizio. Due modelli. Coniugati, generano le moderne impugnazioni. L’ appello differisce poco dall’ antico gravame: se glielo chiedono e ritiene utile un secondo lavoro istruttorio, il giudice vi provvede (ascolta nuovi testimoni o richiama i già escussi, nomina periti, inscena ricognizioni, dispone esperimenti, ecc.); indi conferma o riforma; nel secondo caso proscioglie o condanna. In parole povere, un bis del primo grado. La Cassazione, invece, lavora sui motivi addotti dal ricorrente, limitati al quadro legale dei «vitia in procedendo» o «errores in iudicando»: ad esempio, l’ appello era inammissibile o ricorrono delle nullità; la norma penale correttamente applicabile non è A ma B. La Corte decide sulle carte, non vede l’ imputato né acquisisce prove. Non che sia puro giudice del diritto: più o meno scopertamente interloquisce anche sul fatto ma vigono limiti insuperabili; a parte l’ esclusione d’ ogni supplemento istruttorio, la forma del giudizio vieta approcci diretti alle prove già acquisite. Non avviene mai che, letti i verbali dei testimoni, dica: «il tale merita fede, lo sento; quell’ altro, no». Ecco cosa significa «libero convincimento». Diversa la res iudicanda, rispetto all’ appello, diversi gli epiloghi: la Corte respinge il ricorso o annulla la sentenza, tout court, e il processo finisce lì qualora sia superfluo un séguito; o rinvia gli atti nella sede da cui venivano. Non emette mai condanne (proscioglimenti impliciti sì, mediante annullamento senza rinvio). L’ appello, ripetiamolo, ha venti secoli. Cos’ escogitano gl’ innovatori? Lo storpiano abolendone metà. Nelle fonti romane era «remedium iniquitatis»: e sono due le possibili iniquitates, che l’ innocente subisca una condanna o il reo esca impunito; l’ attuale art. 593 c. p. p., c. 1, ripara entrambe; condanne e proscioglimenti sono appellabili dall’ imputato e dal pubblico ministero. Ovvio, finché la parola «contraddittorio» abbia senso. Il processo serve a stabilire se un reato esista e come punirlo. Comunque finisca, qualcuno perde, a meno che fossero concordi (caso raro): soccombe il condannato o chi l’ accusa, quando se lo veda assolto; appellando giocano una seconda chance. Martedì 20 dicembre i senatori d’ osservanza berlusconiana aboliranno l’ appello contro i proscioglimenti e siccome dalle loro parti non vigono tabù d’ etica, gusto o logica, qualche spiritoso domanderà che male ci sia: se la sentenza proscioglie, nessuno dei due può appellare; le condanne, invece, sono appellabili da entrambi. Perfetta simmetria, no? Se ne accorgono anche gli scimuniti: l’ assolto non sa che farsi dell’ appello; l’ accusatore soccombente perde l’ unica arma. Che assurdo sia, lo vediamo nel caso della condanna, appellabile hinc inde. Supponiamo che il pubblico ministero avesse chiesto la pena x e la sentenza infligga x meno qualcosa; l’ ipotetica ingiustizia, magari lievissima, è rimediabile con l’ appello, la macroscopica (imputato assolto), no. Poco male, obiettano gl’ impudenti, ricorra in Cassazione. Chi abbia letto sin qui capisce dove stia l’ imbroglio. Causidici e legulei non hanno mai goduto buona fama: cattivi cristiani, li chiamava Lutero; ma nascondevano le turpitudini sotto maschere retoriche. Nell’ epoca della volgarità al potere cade la maschera. Supponiamo che N sia imputato d’ un grave delitto: gli pesano addosso argomenti induttivi da fiaccare i tori; gl’ indizi lo inchiodano; e due testimoni servizievoli forniscono un alibi; sia stupido, suggestionabile o corrotto, come talvolta capita, stando alle cronache, il giudice li crede; o finge d’ averli creduti; e lo racconta soffiando tante frasi fiorite. Il pubblico ministero schiuma: i due sono falsi come Giuda; bastava vederli nell’ escussione incrociata; occhiate oblique, maniere untuose, discorso artefatto. Oggi lo scempio è rimediabile: nel dibattimento d’ appello, giudici meno intronati o corrivi vedono i testimoni, li ascoltano, pesano le parole, ripuliscono la scena istruttoria, condannano l’ imputato. Nel nuovo sistema sarà impossibile: la Corte non assume prove, giudica sulle carte; l’ unico spiraglio sarebbe un difetto della motivazione (l’ art. 606, c. 1, lett. e, riformulato dalle stesse mani, la presuppone «contraddittoria»), ma chi affattura una decisione non è così idiota da contraddirsi. Il capolavoro sta nel rendere irreparabili degli errori in fatto scaricandoli sulla Corte, impotente a rilevarli perché le mancano gli arnesi: non è giudice d’ appello; e se lo diventasse attraverso norme ad hoc (contemplanti, ad esempio, dibattimenti rinnovati), sarebbe metamorfosi mostruosa con effetti distruttivi del sistema. La riforma appare due volte folle quando non vi sia stato il dibattimento: l’ udienza preliminare è finita nel non luogo a procedere; e appare più che mai necessaria una piena cognizione del materiale istruttorio. Esiste una «Monstrorum historia» d’ Ulisse Aldrovandi, edita postuma (Bologna, 1642), la cui iconografia sa d’ incubo. Quando un teratologo del diritto compili l’ equivalente, vi merita un capitolo illustrato l’ insigne ddl 3600/S. Disinvoltura asinina, in primo luogo. Trinciano l’ appello, ignorando storia e sintassi, come se dei portantini ubriachi, afferrato il bisturi, operassero allegramente in corpore vili nell’ anfiteatro. Ma sotto i farfugliamenti corre il filo d’ un piano coerente inteso al dissesto della giustizia penale. Spirano arie criminofile. Quest’ assurda legge esibisce ancora due sintomi. L’ art. 405, c. 1, vieta d’ indagare ogniqualvolta la Cassazione, investita d’ un ricorso contro provvedimenti cautelari, abbia escluso i «gravi indizi»: la Corte non li ha visti; il pubblico ministero quindi non li cerchi (con tanti saluti all’ art. 112 Cost.: «ha l’ obbligo d’ esercitare l’ azione penale»). L’ art. 533, c. 1, ammette condanne solo «se l’ imputato risulta colpevole al di là d’ ogni ragionevole dubbio»: americanismo comico, degno d’ «Un americano a Roma», dove Alberto Sordi interpreta l’ americanofilo maniaco; ovvio che i dubbi ragionevoli ostino alla condanna; nell’ onorevole lessico berlusconoide la formula suona come un pugno sul banco; mossa intimidatoria e invito ad allargare i confini del dubbio, incluse le fantasie stravaganti. I precedenti dicono quanto poco attecchiscano i ragionamenti seri. Qui ne vale uno elementare: va in fumo la «parità» dei contraddittori, postulata dall’ art. 111 Cost., c. 2, se l’ imputato soccombente può appellare e l’ avversario no; prediche inutili; nella Cdl pullulano i dissensi, spesso maligni, ma dove comanda Sua Maestà, i chierici consorti, piccoli e grossi, votano disciplinatamente. Abbiamo sotto gli occhi l’ esempio scolastico d’ una legge da non promulgare, manifesta essendo l’ incostituzionalità.

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