Centrodestra

Governo Berlusconi III: primo mese

Governo Berlusconi III: primo mese

Giulio Tremonti, Gianfranco Fini e Silvio Berlusconi

Governo: 6 new entry, Tremonti (vice premier), Storace (Salute), Landolfi (Comunicazioni). Scajola passa a Industria, Buttiglione a Cultura.. – Il Berlusconi III non muta di molto la sua struttura rispetto al Berlusconi II. I ministeri chiave non cambiano. I nuovi ministri sono: Giulio Tremonti (vicepresidente del Consiglio); Stefano Caldoro (Attuazione programma di Governo); Giorgio la Malfa (Politiche comunitarie); Francesco Storace (Salute); Mario Landolfi (Comunicazioni); Gianfranco Miccicchè (Sviluppo e coesione territoriale). I ministri uscenti sono: Marco Follini (vicepresidente del Consiglio); Antonio Marzano (Attività produttive); Girolamo Sirchia (Salute); Maurizio Gasparri (Comunicazioni); Giuliano Urbani (Beni culturali). I cambiamenti di incarico sono 2: Claudio Scajola passa dall’Attuazione del programma alle Attivita’ produttive; Rocco Buttiglione dalle Politiche comunitarie ai Beni culturali. Nasce il nuovo ministero senza portafoglio per lo sviluppo e la coesione territoriale, affidato a Gianfranco Miccicchè.

Il governo ottiene la fiducia alla Camera con 334 sì e 240 no. Clap. Clap. Clap. Clap. Quattro volte, quattro di numero, Marco Follini batte una mano contro l’ altra, un gesto appena accennato in realtà, un abbozzo di afono applauso. E’ tutto ciò che il leader centrista, tornato a sedere fra i banchi del gruppo Udc dopo la rapida parentesi di governo, concede al presidente del Consiglio. Per diciassette minuti, ieri pomeriggio, Follini ha ascoltato impassibile i progetti di Berlusconi, senza che dalle file degli ex dc tutt’ intorno a lui si levasse un unico applauso, per simpatia magari se non per entusiasmo. Invece macché, niente. Solo quando Berlusconi chiede finalmente al Parlamento la fiducia per il nuovo governo, il segretario batte quattro volte le mani, si alza ed esce. «Chi ci sta, ci sta…», scuote le spalle il premier, ironizzando a denti stretti. In realtà è preoccupato, Berlusconi, eccome. A Palazzo Grazioli lo dicono molto chiaramente: «Di questi democristiani qua non ci si può proprio fidare». La paura non è tanto per il voto di fiducia di oggi, quanto per imboscate future, nascosti dietro allo scrutinio segreto.

Il governo ottiene la fiducia la Senato con 170 sì e 117 no. L’ attuale sistema elettorale misto maggioritario-proporzionale, infatti, secondo il premier è un «ibrido» che non funziona: o meglio, può funzionare ma solo col partito unico, altrimenti, per paradosso, meglio il tutti contro tutti del proporzionale puro. Un paradosso, appunto, che in realtà suona soprattutto come una minacciosa sfida agli alleati. «Il partito unico va avanti», ha annunciato dunque ieri il Cavaliere, «per cui chi ci sta ci sta, chi non ci sta va per conto suo». Per meglio rafforzare il concetto, Berlusconi ha chiarito anche le conseguenze per chi, liberamente s’ intende, decidesse di non starci: «Candideremo tutti gli uscenti, voglio garantire la ricandidatura a tutti quelli che rientrano nel partito unico». Agli altri no, evidentemente. L’ Udc frena? Berlusconi minimizza. «Da parte di Follini non c’ è stato nessuno stop», sostiene, «e anche molti esponenti della Lega sono interessati, tanto che qualcuno ha detto: “Saremo una grande corrente del nord”. Al che io ho contrapposto il fatto che ci sarà anche una corrente del sud». Il tempo per fare tutto entro le elezioni politiche del 2006, continua il Cavaliere, «c’ è».

Sui contratti del pubblico impiego, il presidente del ConsiglioSilvio Berlusconi rilancia e in cambio di maggiori aumenti propone un piano di mobilità da un ufficio ad un altro per migliorare la produttività e l’ efficienza della pubblica amministrazione. Ed è questa la carta che il governo intende giocare alla ripresa del negoziato con i sindacati fissata per giovedì prossimo. Se n’ è parlato ieri durante la riunione del Consiglio dei ministri durante la quale Palazzo Chigi ha chiesto al ministero dell’ Economia «cifre precise» per il rinnovo del contratto. L’ obiettivo dell’ esecutivo è quello di evitare lo sciopero generale. Cgil, Cisl e Uil, infatti, decideranno lunedì le modalità della protesta, mentre gli autonomi della Confsal hanno già proclamato uno stop di tutto il pubblico impiego (scuola compresa) per il 3 giugno.

Dopo il voto in Sicilia Silvio Berlusconi ha puntato l’ obiettivo sui centristi. Ha letto con attenzione i risultati della città etnea. Con i suoi non ha nascosto il pesante arretramento dei Forza Italia, ma soprattutto ha sottolineato il colpo assestato da Raffaele Lombardo a Marco Follini. Ossia il ruolo svolto dalle liste autonomiste. Da quelle “leghe” del sud che possono diventare un modello in tutto il Mezzogiorno in vista dell’ appuntamento elettorale del 2006. Soggetti politici in grado di intercettare il voto di centrodestra in uscita e di rimanere fedeli a Forza Italia. Anzi, costituire quasi un’ unica formazione con i forzisti. «Vediamo cosa succede al congresso dell’ Udc», va ripetendo in queste ore il premier. Eh già, perché le assise centriste di fine giugno potrebbero rivelarsi un passaggio fondamentale nel disegno berlusconiano. Il presidente del consiglio si è messo già all’ opera. Può contare sulla minoranza interna. Ma soprattutto spera di poter correggere sensibilmente i rapporti di forza dentro l’ Udc. Tant’ è che la componente “anti-folliniana”, ringalluzzita dal dato di Catania, sta iniziando a mettere a punto un documento alternativo. E, come ha fatto Totò Cuffaro, a prendere le distanze dalla segreteria. «Ad esempio – ha detto ieri il premier con una battuta nella riunione con lo stato di maggiore forzista – se uno come Giovanardi diventasse presidente del partito… «. Di certo l’ inquilino di Palazzo Chigi vuole in primo luogo indebolire l’ alleato più critico.

Non c’ è che dire, le sorprese non finiscono mai. E sulla riduzione delle pene per il reato di bancarotta fraudolenta patrimoniale e documentale, dai tre-dieci anni di oggi ai due-sei di domani, il governo si è esibito ieri, al Senato, in una performance degna del mago Houdini. Con una mano la Casa delle libertà ha chiesto e ottenuto la fiducia sul decreto competitività che contiene anche, nei primi articoli, le nuove sanzioni, e ce l’ ha fatta con 165 voti favorevoli, 112 contrari e un solo astenuto, Giulio Andreotti. Ma se la fiducia è stata proclamata quando mancava un quarto d’ ora a mezzogiorno, solo una manciata di minuti prima, erano le 11 e 30, i ministri della Giustizia Roberto Castelli e per i Rapporti con il Parlamento Carlo Giovanardi, leghista il primo e centrista il secondo, avevano già annunciato pubblicamente di aver cambiato idea «per lanciare un segnale al Paese che non potrebbe accettare una riduzione delle pene per reati gravi come la bancarotta». Proprio così. Un mutamento radicale al punto da ricorrere addirittura a una nota scritta lunga una cartella e recitata di fronte alle televisioni.

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