Giustizia

Dl Competitività, si al Senato

Commissione d'inchiesta su sistema bancario italiano

Commissione d’inchiesta su sistema bancario italiano

Non c’ è che dire, le sorprese non finiscono mai. E sulla riduzione delle pene per il reato di bancarotta fraudolenta patrimoniale e documentale, dai tre-dieci anni di oggi ai due-sei di domani, il governo si è esibito ieri, al Senato, in una performance degna del mago Houdini. Con una mano la Casa delle libertà ha chiesto e ottenuto la fiducia sul decreto competitività che contiene anche, nei primi articoli, le nuove sanzioni, e ce l’ ha fatta con 165 voti favorevoli, 112 contrari e un solo astenuto, Giulio Andreotti. Ma se la fiducia è stata proclamata quando mancava un quarto d’ ora a mezzogiorno, solo una manciata di minuti prima, erano le 11 e 30, i ministri della Giustizia Roberto Castelli e per i Rapporti con il Parlamento Carlo Giovanardi, leghista il primo e centrista il secondo, avevano già annunciato pubblicamente di aver cambiato idea «per lanciare un segnale al Paese che non potrebbe accettare una riduzione delle pene per reati gravi come la bancarotta». Proprio così. Un mutamento radicale al punto da ricorrere addirittura a una nota scritta lunga una cartella e recitata di fronte alle televisioni.

Leggono all’ unisono Castelli e Giovanardi mentre all’ interno dell’ emiciclo sta per concludersi l’ appello nominale sulla fiducia: «Nell’ esercitare la delega il governo s’ impegna fin d’ ora a modulare aumenti di pena per le circostanze aggravanti ad effetto speciale in modo tale che per più fatti di bancarotta e per fatti gravi siano adeguatamente inasprite le pene». Dunque che fa il governo? Chiede e ottiene la fiducia su un testo che riduce la punibilità delle forme più gravi di bancarotta, ma arretra di fronte alle critiche di notissimi giuristi, avvocati, magistrati. Il Guardasigilli cerca di correre ai ripari due volte: accusa il centrosinistra di «aver proposto in commissione riduzioni delle pene identiche a quelle della Cdl che poi il governo ha dovuto recepire» e per giunta di averle votate, quindi vira all’ indietro. Per tutto il pomeriggio, da un’ agenzia di stampa al microfono di una radio, ribadirà lo stesso concetto. «Sono perplesso su questa bancarotta perché se dal punto di vista tecnico cambia poco il messaggio non è quello che il governo voleva dare». Obiezione: ma Castelli dov’ era quando il governo di cui fa parte ha chiesto la fiducia? Risponde il ministro: «Non mi sono opposto perché all’ interno della delega c’ è la possibilità di intervenire sui casi più gravi e di inasprire le pene». Si scatena la bagarre. Il leader della Margherita Francesco Rutelli accusa il governo di aver inserito, come al solito, «una ciliegina» nel decreto competitività, quella della bancarotta che «dà una mano a chi ha truffato i risparmiatori Parmalat e Cirio ancora in attesa di avere giustizia». Ma è il capogruppo diessino Gavino Angius a polemizzare duramente contro Castelli chiedendosi se «abbia perso la testa» in un governo «ormai definitivamente allo sbando». Il ministro della Giustizia viene accusato di «doppiezza ai limiti della schizofrenia», di aver fatto «un brusco dietrofront», di aver incassato una delega che «vincola il governo» ma che lui adesso non vuole più rispettare. Il che, secondo molti esponenti dell’ opposizione, è «praticamente impossibile». Lo sostiene, con assoluta determinazione, Gianclaudio Bressa, capogruppo della Margherita alla commissione Affari costituzionali della Camera dove il decreto competitività è già in arrivo visto che dovrà essere approvato – pena la decadenza – entro il 15 maggio. Dice Bressa: «Non si può modificare una legge delega con un decreto di attuazione. E mi fa specie che il ministro della Giustizia non lo sappia».

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