Il centrosinistra diventa Gad

Il centrosinistra diventa Gad
Il centrosinistra diventa Gad
Il centrosinistra diventa Gad

Di giorno litigano sugli aggettivi. Riformista, cattolico, socialdemocratico. Di notte ragionano sui nomi. Ulivone, Alleanza, Federazione. Ma ora, nonostante i conflitti quotidiani sulle primarie e sul programma, i leader del centrosinistra hanno trovato un accordo di massima su come si dovrà chiamare la coalizione che sfiderà Berlusconi nel 2006. “Unione per la democrazia”.

Questo, salvo sorprese, dovrebbe essere alla fine il nome di quella “Cosa” che va dall’Udeur a Rifondazione e che finora, con un acronimo semanticamente insensato e politicamente impronunciabile, era stata ribattezzata “Gad”. Non solo. L’Ulivo continuerà a vivere. Questo, salvo sorprese, dovrebbe diventare alla fine il nome di quell’altra “Cosa” che va dai Ds alla Margherita, dallo Sdi ai Repubblicani europei, e che finora, con un altro acronimo semanticamente sensato ma politicamente inafferrabile, era stata ribattezzata “Fed”.

Romano Prodi, Piero Fassino, Francesco Rutelli, Massimo D’Alema, personalmente e attraverso i rispettivi “sherpa”, stanno conducendo da venerdì scorso una trattativa riservata sul nome. E hanno praticamente concluso la fase “istruttoria”, che non riflette i gusti e gli orientamenti personali dei leader, ma ha invece una pretesa quasi scientifica.

Sul tavolo dei dirigenti ulivisti, infatti, è appena arrivato il rapporto-sondaggio che lo staff prodiano aveva commissionato un mese fa alla Gpf&Associati, lo studio di esperti di marketing politico guidato da Giampaolo Fabris. Il documento si intitola appunto “La denominazione di un nuovo soggetto politico: il Centrosinistra”. Sessantaquattro cartelle, ricche di analisi e di quadri sinottici, frutto di una rilevazione condotta attraverso “sei colloqui di gruppo a carattere esteso e proiettivo, con un campione corrispondente all’elettorato potenziale”, nelle tre città principali di Milano, Roma e Napoli, e tra fasce di elettori di centrosinistra e indecisi.

L’indicazione finale sul nome della coalizione, “Unione per la democrazia”, è stata tratta proprio dalle risposte fornite dal campione interrogato da Fabris. Il rapporto parte da una premessa politica generale, sul grado di consenso degli elettori, che i leader del centrosinistra hanno letto con un sussulto. “La cifra culturale dominante è di profonda disillusione: la certezza della vittoria rilevata in precedenza si sta tramutando in paura della sconfitta e produce disincanto, frustrazione ma anche aggressività”.

Di buono, secondo il sondaggio, c’è che a questa “incrinatura emotiva” nei confronti dell’opposizione, non si rileva una ripresa di fiducia verso Berlusconi, anche se, rispetto all’estate, è in atto “una stasi nella perdita dei consensi”. La discesa in campo di Prodi è percepita “molto positivamente”. Ma solo a condizione che il centrosinistra sappia “emendarsi”. “La litigiosità interna allo schieramento – si legge nel documento, che per altro non registra gli scontri ulteriori esplosi dopo la vittoria di Vendola in Puglia – ha infatti ormai assunto agli occhi dell’elettorato tratti iperbolici e genera un forte risentimento e rancore verso i presunti responsabili della conflittualità”.

Nel corpo elettorale ulivista resta l’ideale di un’etica “alta e altra” rispetto a quella del centrodestra, e il riferimento a un “patrimonio valoriale di straordinaria pregnanza (giustizia, uguaglianza, tolleranza, pace, ambiente)”. Ma tutto questo – secondo il sondaggio – finisce per svilirsi “nella confusione, autoreferenzialità, opacità, acrimonia spesso mostrata dalla coalizione”. La logica e la strategia dello schieramento “appaiono oscure”.

Il popolo del centrosinistra avverte il problema di un programma adeguato alle emergenze del Paese. Ma anche e forse ancora di più il problema di un’identità condivisa dello schieramento. Quello che Fabris definisce “il requisito ontologico, il voler essere del centrosinistra”. Anche per questo, probabilmente, l’elettore o il simpatizzante dell’opposizione sembra non comprendere il perché dell’abbandono della denominazione “Ulivo” considerata vincente: appare invece un errore e un’ulteriore manifestazione di scollamento delle aspettative dell’elettorato di centrosinistra e del comune buon senso”.

Ecco perché, in questa fase di impasse, diventa importante per certi aspetti decisivo il nome della Cosa. È un “fattore-chiave per gli intervistati”. Ma prima di dare indicazioni costruttive sul nome futuro, il rapporto compie una sana opera distruttiva sulle sigle esistenti. “I nomi attualmente in circolazione – si legge nel documento – soffrono di una complessiva debolezza rispetto alla forza evocativa e alla ricchezza semantica del nome ‘Casa delle Libertà'”. “Gad” suscita reazioni “fortemente negative” (qualche risposta-tipo del sondaggio: “non comunica niente”, “è un nome duro, freddo”). “Alleanza” agita invece reazioni “ambivalenti” (ma al fondo evoca essenzialmente un accordo di tipo tattico, tra soggetti diversi e con scopi incerti). “Grande Alleanza Democratica” va meglio per i contenuti che riflette, ma risulta “poco coinvolgente” (è “generico e privo di impatto”).

La conclusione propositiva degli esperti, a questo punto, è chiara. Gli elettori chiedono un nome “capace di esprimere l’identità del centrosinistra”. Questo nome deve incardinarsi intorno a due concetti essenziali. Il primo è “Democrazia”. È fortemente alternativo al concetto di “Libertà” evocato nel nome del centrodestra. E soprattutto declina a tutto tondo i valori del centrosinistra, “sia sul piano istituzionale (le regole e le procedure) che su quello fattuale (il benessere individuale e quello comune)”.

Un insieme di valori, insomma, che “segnano il superamento della dicotomia individuo-collettività”, e che evocano “un alto contenuto etico e morale di richiamo a valori universali”. Il secondo è “Unione”. Come “convergenza di principi e di intenti”. Oltre tutto, estesa su un duplice livello: “alla coalizione, ma anche all’elettorato: il senso della collettività, il ‘noi’, l’idea comunitaria e di appartenenza”.

Il messaggio prioritario che l’opposizione dovrebbe veicolare, attraverso il suo “marchio”, è insomma il “bene comune”. Perché – come conclude il rapporto di Fabris – “se il termine ‘democrazià denota per gli intervistati l’identità istituzionale del centrosinistra, e quello di ‘unionè ne rimarca la cifra espressiva, il concetto di bene comune rappresenta la chiave di accesso valoriale alla coalizione”.

Con tutti questi elementi di riflessione e di valutazione sul tavolo, i leader si sono consultati, per ora ancora a livello riservato e informale. Hanno scartato diverse ipotesi intermedie. Lo stesso Fabris suggerisce nel suo studio, tra le altre, la formula “i democratici”: facilmente associabile a slogan brevi ed efficaci (L’Italia dei democratici, I democratici per il futuro)”. Ma la pre-esistenza già considerata talvolta culturalmente “egemonica” dei Ds (i Democratici di
Sinistra) rende questa ipotesi difficile da percorrere.

Allo stesso modo, il rilancio della “vecchia ditta”, l’Ulivo, è preclusa dai veti di Mastella e Bertinotti. Per questo, in attesa di mettere l’accordo nero su bianco in un incontro che potrebbe svolgersi entro questa settimana, Prodi, Fassino, Rutelli, D’Alema e gli altri dirigenti della coalizione si sono orientati verso una sintesi semantica e simbolica: “Unione per la democrazia”, appunto. O magari, con una piccola variante, “Unità per la democrazia”.

Se questo sarà il nome, la discussione sul simbolo non è invece neanche iniziata. Una sola cosa è sicura. Da qualche parte l’Ulivo rimane. “Quel marchio è nostro – si sono detti Prodi e i vertici della Quercia – e nessuno ce lo può togliere. Se non lo possiamo utilizzare per tutta la coalizione, quello diventerà il nome della Federazione unitaria”. Visto lo scontro in atto con la Margherita, più che riformismo questo sembra piuttosto esorcismo.

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